Giudizio Universale: vedere la Cappella Sistina con altri occhi

Giudizio Universale è un mix di varie arti, è qualcosa di completamente nuovo. È intrattenimento con (e su) l'arte. O, se preferite, l'arte che diventa intrattenimento. Lo spettacolo è letteralmente un viaggio nel tempo, e dentro l'anima di un'opera d'arte. E qualcosa che coglie le origini e il cuore della nostra religione e della nostra cultura.

Maurizio Ermisino
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Per citare Cassavetes, è arrivata finalmente "la sera della prima". Dopo mesi di annunci, prove, notizie e dopo la conferenza stampa di lunedì scorso, finalmente Giudizio Universale, lo spettacolo della Artainment Worldwide Shows di Marco Balich, è stato svelato al pubblico, nella prima di ieri sera all'Auditorium della Conciliazione, a Roma. Lo spettacolo vuole provare a raccontare un capolavoro dell'arte come la Cappella Sistina, e le opere di Michelangelo, in un modo nuovo, non convenzionale, coinvolgente. È una storia che parte dall'artista Michelangelo, dal suo lavoro di scultore, per passare all'incontro con Papa Giulio II, e al suo lavoro nella Cappella Sistina: prima la creazione della Genesi, poi, dopo che abbiamo assistito alle suggestive immagini di un conclave, la commissione del Giudizio Universale, trent'anni dopo, da parte del nuovo Papa Clemente VII.

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Immersione a 270 gradi

La storia è questa, anche se non procede in maniera lineare. Non siamo infatti di fronte a uno spettacolo teatrale vero e proprio: ci sono degli attori in scena, ma non recitano con le loro voci. Le voci sono registrate e fuori campo, e la voce di Michelangelo è di Pierfrancesco Favino. E fa un grande effetto. A tratti, in scena, ci sono dei ballerini, ma lo spettacolo non è un balletto. Ci sono delle proiezioni, ma non siamo al cinema. Non abbiamo neanche uno schermo o un palcoscenico, perché l'Auditorium è stato allestito in modo che il soffitto e le pareti diventassero un enorme schermo a 270 gradi, in modo da avvolgere e immergere il pubblico nelle immagini. In alcuni momenti sono gli spazi della Cappella Sistina che coincidono con questa volta, in altri questa diventa un cielo stellato, o uno scenario dove le immagini degli affreschi si staccano e prendono una vita propria, si animano, fluttuano.

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Tra Brecht, Pirandello, Sting e i Pink Floyd

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Giudizio Universale è un mix di tutte queste arti, ed è anche qualcosa di completamente nuovo. Artainment, il nome della società che lo produce, è anche il nome di quella che prova ad essere una nuova forma d'arte: intrattenimento con (e su) l'arte. O, se preferite, l'arte che diventa intrattenimento. In questo spettacolo, che è letteralmente un viaggio nel tempo, e dentro l'anima di un'opera d'arte, abbiamo visto molte cose: dal teatro di Brecht della prima parte, in cui vediamo Michelangelo in uno scenario spoglio alle prese con i blocchi di marmo dai quali nascerà la sua opera, al "teatro nel teatro" di Pirandello, quando gli attori che interpretano Papa Giulio II e Michelangelo entrano in platea per disquisire sulla Cappella Sistina. Fino a diventare un concerto dei Pink Floyd (gli artisti che hanno creato gli allestimenti vengono da lì) nella parte che precede la genesi. Nell'ultima parte, lo spazio è tutto per i maestosi affreschi del Giudizio Universale, con una serie di primi piani, di incontri ravvicinati con le figure degli affreschi: come una zoomata cinematografica, ma anche come l'interattività con le immagini che abbiamo imparato ad avere da quando usiamo smartphone e tablet, e, con un nostro tocco, possiamo ingrandire a piacimento la parte di un'immagine che ci interessa. C'è la voce di Sting, che canta il Dies Irae, ed è suggestione pura. Come il sorprendente gran finale.

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Tra opera d'arte e attrazione

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Giudizio Universale è qualcosa che si situa a metà tra l'opera d'arte e, per stessa ammissione di Marco Balich, l'attrazione da grande parco dei divertimenti. Ma con un contenuto, storico e artistico, che nessun parco dei divertimenti può avere. Marco Balich, di lavoro, è uno che crea eventi epocali, unici, legati a un tempo e soprattutto un luogo (come le cerimonie delle Olimpiadi). E anche Giudizio Universale è così. Sarà in scena a Roma per un anno, ed è difficile immaginarlo in tournee in altre città, come un musical o una mostra. È legato a un luogo, il Vaticano e la Cappella Sistina, e vive a due passi da questo. Uscire dall'Auditorium e vedere San Pietro, passare accanto alla Cappella Sistina è una sensazione molto particolare. È probabile che l'esperienza di Giudizio Universale si esaurisca qui, per poi passare a un altro evento e un altro luogo.

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Grandi aziende, i nuovi mecenati per un'arte che indaga il sacro

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L'evento è stato prodotto senza fondi pubblici, solo con fondi privati. Con la sponsorizzazione di grandi aziende come Tim (è l'Excellence Partner), che, in un'era in cui il pubblico non riesce a sostenere la cultura come il welfare, sono i nuovi mecenati di spettacoli, restauri, mostre, come del resto di una serie di iniziative nel sociale. Accanto a Tim ci sono partner tecnici come Panasonic, Osram, Bose e Best Union. Ci sarà chi non sarà d'accordo sull'operazione, e dirà che l'arte deve restare tale, intoccabile, e non fatta diventare spettacolo. Ma è invece un bene che venga resa più accessibile, spiegata, narrata. Qualsiasi cosa serva alla diffusione della bellezza ci trova d'accordo.

L'ultima riflessione è proprio sull'arte. Giudizio Universale ci fa pensare a dei tempi in cui l'arte riusciva ad indagare il sacro, provava a cogliere la spiritualità, a sondare il mistero del divino e dell'infinito. È qualcosa che forse, tranne rarissimi casi, oggi non riesce, o non prova nemmeno, a fare. In fondo, Giudizio Universale prova a entrare nella storia della nostra religione, che poi è la nostra cultura, e a coglierne il senso, le origini, il cuore, che è qualcosa di molto più profondo dei precetti spesso enunciati a piacimento secondo i bisogni del momento. Sarebbe bello che qualcuno, un giorno, ci raccontasse il cuore di altre religioni, come l'Islam. Intanto, chi sarà a Roma durante i prossimi 12 mesi, farebbe bene a non perdere questo evento unico. E, una volta uscito dal teatro, a vedere la Cappella Sistina con altri occhi.

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