"Sono pronto a mangiarmi la scarpa se ce n'è un altro come lui. Il suo lavoro è esploso nella mia vita con L'Enigma di Kasper Hauser, Aguirre, furore di Dio, La ballata di Stroszek, Fitzcarraldo. Non ho mai visto film come questi, tutti unici e molto diversi l'uno dall'altro, tutti magnifici". A descrivere così Werner Herzog non è una persona qualsiasi. Francis Ford Coppola, leggenda del cinema, ha speso queste parole per il collega, consegnandogli il Leone d'Oro alla carriera a Venezia 82. Insomma, un mito che ne celebra un altro. E chi siamo noi per contraddire Coppola? Certamente non vorremmo costringerlo a mangiarsi una scarpa.

Anche perché ha ragione: Herzog è un unicum nel panorama cinematografico mondiale. Lo dimostra anche la sua ultima fatica, Ghost Elephants, presentato in anteprima proprio al Lido. Si tratta di un documentario in cui il regista, seguendo (anche se non in prima persona) il Dr. Steve Boyes, biologo e National Geographic Explorer, scala e montagne dell'Angola, alla ricerca dei più grandi elefanti viventi. Aiutati da tracker della Namibia, i due hanno una missione: raccogliere il DNA di questi animali mastodontici, per cercare di capire se è simile a quello di Henry, il più grande esemplare di elefante mai visto sulla Terra, oggi conservato nel museo Smithsonian.
Riassunto così Ghost Elephants potrebbe sembrare la stravagante follia di un autore che da sempre si spinge in territori ostili per realizzare le sue storie (basti dire che le riprese di Fitzcarraldo in Amazzonia sono state raccontate in un film, Burden of Dreams). Invece è qualcosa di molto più profondo: per sua stessa ammissione, dato che Herzog si è ritagliato anche il ruolo di voce narrante, quella messa in scena è un'impresa simile alle avventure del capitano Achab, protagonista del romanzo Moby Dick, di Herman Melville. Sì, quello raccontato è un viaggio nel cuore dell'ignoto e del mistero.
Ghost Elephants: Herzog e il senso della vita
Ghost Elephants comincia con premesse scientifiche: raccogliere dei campioni, tracciare il DNA, confrontarlo con reperti conservati in un museo. Ma presto diventa un viaggio metafisico, quasi trascendentale. Le persone che vivono nel Kalahari, "il popolo più antico del mondo", come vengono definite dalla voce narrante, credono infatti che gli elefanti abbandonino il loro corpo per diventare umani. Per permettere allo spirito dei pachidermi di entrare dentro di loro, si impegnano in danze lunghe tutta la notte, in cui raggiungono uno stato di trance. La ricerca di questi esemplari giganti, che raramente si mostrano all'occhio umano, diventa quindi una grande metafora del rapporto con la natura di noi esseri umani, perennemente mossi da pulsioni incontenibili come invidia, violenza e omicidio.

Il magnifico elefante Henry, abbattuto nel 1955, fu infatti ucciso proprio perché era mastodontico, bellissimo, straordinario. E, anche se il nostro rapporto con l'ambiente e il rispetto per gli animali è cambiato, ancora oggi sembriamo non capire che approcciarsi con umiltà agli altri esseri viventi e alla Terra è fondamentale. Ucciderli significa uccidere anche noi stessi.
Herzog, il soldato del cinema

Per essere un film sugli elefanti non è che se ne vedano molti. Herzog ha scherzato anche su questo a Venezia, dicendo che anche in Moby Dick, in oltre 600 pagine, ci sono pochissime balene. Ironico, instancabile, pragmatico: la ricerca di Ghost Elephants è una summa perfetta anche della vita e della carriera del regista. Animale raro della settima arte, fatto di una tempra diversa. Dopo il riconoscimento consegnatogli al Lido, gli omaggi per Herzog, 83 anni il 5 settembre 2025, continueranno anche a Mostra finita, con 7 dei suoi film che torneranno in sala. E, come ha detto lui stesso, tutti hanno un filo conduttore: "Ho realizzato 70- 80 film, ho scritto libri, i miei lavori sembrano molto diversi tra di loro ma solo ora ho iniziato a capire che hanno tutti una visione comune, e per questo non posso essere imitato. Sono orgoglioso di tutti i miei lavori. Provo a essere un buon soldato, faccio quello che devo".
Quanto agli elefanti, un po' del loro spirito è entrato anche nell'autore tedesco: "Quando sei vicino agli animali e sanno che non sei lì per cacciarli, semplicemente ti ignorano. Improvvisamente diventi parte della natura insieme a loro". Al resto pensa la musica ipnotica di Ernst Reijseger. Se siete pronti a partire per questo viaggio, anche seguire le tracce delle deiezioni degli elefanti diventerà un'avventura esaltante.
Conclusioni
Lo spirito indomabile di Werner Herzog lo ha portato a realizzare un documentario sulle tracce di elefanti giganti che vivono negli altopiani dell'Angola. A fargli da Virgilio è il Dr. Steve Boyes, biologo e National Geographic Explorer. Se amate i documentari le immagini vi rapiranno. E se amate il cinema del regista tedesco non potrete non essere travolti dalla sua energia, che, anche a più di 80 anni, lo spinge a interrogarsi sull'essenza della vita.
Perché ci piace
- L'energia di Werner Herzog, anche voce narrante.
- La bellezza delle immagini: quando gli elefanti sono nell'acqua sembrano davvero dei fantasmi.
- La musica di Ernst Reijseger, ipnotica.
Cosa non va
- Se non amate i documentari forse questo non è il film per voi.