Gabriel Montesi, Masterclass e un corto come esempio di "trasformazione"

Le ispirazioni, e poi il futuro, lo sguardo artistico e l'osservazione del presente, ben oltre l'AI. Mezz'ora d'intervista con l'attore, al debutto alla regia con un corto che punta al futuro.

Gabriel Montesi

Niente spazio, niente tempo. Solo un computer - per uno strano cortocircuito, di quelli analogici, quasi retrò - e un gruppo di attori intenti a mettere in scena uno spettacolo. Da questo spunto, e partendo dalle inflessioni di Bertolt Brecht e da quelli di Antoin Artaud, Gabriel Montesi esordisce alla regia con Masterclass, un cortometraggio che, secondo l'attore (ora anche regista), racchiude un cinema "triangolare" che permette di raccontare e osservare il nostro "strano" presente (e orecchio alla musica composta da Ginevra Nervi).

Gabriel Montesi
Gabriel Montesi

"Ho maturato nel tempo nuove possibilità di ricerca attoriale attraverso l'incrocio di due mondi: quello teatrale e quello cinematografico", spiega Montesi, mai banale, parlando a Movieplayer.it del suo corto. Un lavoro che, secondo lui, segna "l'inizio di un nuovo processo creativo". Dalle prospettive decisamente interessanti, aggiungiamo noi.

Masterclass, l'idea di regia secondo Gabriel Montesi

Ho trovato molto interessante il discorso che fai nel tuo corto sul sollecitare lo spettatore. Pensi che il cinema abbia smesso di stimolare il pubblico?
"In realtà, questa tematica nel cortometraggio nasce da una mia riflessione basata su alcuni scritti teatrali. Fondamentalmente sì, la tua considerazione è molto vicina a ciò che penso. Credo in un cinema che riesca a "triangolare" con lo spettatore, cercando di restituire un'osservazione molto più aderente ai tempi di oggi. Se al pubblico arriva una rappresentazione che funge da interrogazione del presente, lo spettatore - e quindi il cittadino - si sente sollecitato a partecipare in maniera attiva a ciò che viene messo in scena".

Oggi, in effetti, siamo un po' subissati da visioni passive.
"In parte sì e in parte no, perché dipende molto da come noi spettatori ci relazioniamo alla proiezione. Viviamo in un momento di frammentazione della fruizione filmica, divisa tra la sala cinematografica e le piattaforme. Prima di riuscire a capire davvero come ci relazioneremo in futuro con l'opera, ci vorrà del tempo. È una grande trasformazione in atto".

Oggi molti attori e attrici stanno passando da davanti a dietro la macchina da presa per dedicarsi alla regia. Pensi che le sceneggiature che vi arrivano spesso non siano all'altezza dell'idea di cinema che un attore vorrebbe realizzare?
"Non credo si tratti di malcontento attoriale. Nel mio caso, tutto nasce dai testi: quando ricevo una sceneggiatura, inizio a riflettere sulle parole e sui loro significati. Dopo aver girato un film, ho cominciato a interrogarmi sul mio presente e su cosa significhi, per me, fare l'attore oggi. Ho preso spunto da testi di Brecht e da L'amore di Fedra (uno studio che porto avanti da anni) per riflettere su una realtà contemporanea che vive su più dimensioni".

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Una scena di Masterclass

Ossia?
"Oggi viviamo parallelamente la realtà del monitor, tipica dell'era digitale, e una realtà più teatrale e fisica, legata alla relazione tra i corpi. Esperire queste dimensioni in maniera separata è un approccio ormai superato per me; questa consapevolezza mi ha fatto intuire un nuovo modo di vivere l'arte scenica. Da lì è nata l'esigenza di agire: ho sfruttato l'opportunità di una masterclass di recitazione cinematografica, riprendendo e documentando i giorni di lavoro con dei ragazzi che si affacciavano per la prima volta a questo mondo. Abbiamo poi montato quel materiale di ripresa per dare vita al progetto".

Tra realtà e finzione: un mondo strano

Come vivi questo continuo accavallamento tra finzione e realtà? Oggi ci troviamo in un mondo quasi distopico, in cui facciamo fatica a capire cosa sia finto e cosa sia reale.
"Questo ci spinge a una riflessione: ci fa capire che l'osservazione lucida è una componente che oggi manca allo "stato sociale" delle cose. Noi ci costruiamo sempre in relazione all'altro. Nel mio corto, questo aspetto viene sottolineato non solo in riferimento al lavoro dell'attore, ma per me riguarda anche il vissuto della collettività. Quando viene a mancare un'osservazione chiara e non sappiamo più distinguere il vero dal falso, mi torna in mente il film di Godard, Due o tre cose che so di lei. All'inizio si chiede: "Dov'è la verità? Di fronte? Di profilo?". Rifletteva sul mezzo cinematografico. Penso che oggi ci troviamo in un momento in cui dobbiamo prima capire quale sia il nostro mezzo sociale; per questo rifletto profondamente sul significato del cinema e, contemporaneamente, su quello del teatro".

C'è una frase molto efficace nel tuo lavoro che mi ha colpito: non basta imparare a memoria la parte o avere la tecnica; alla fine, per fare l'attore, serve "la pancia".
"Serve meravigliarsi, indagare e scoprire. Questo richiamo appartiene all'origine primitiva della scoperta dell'uomo. Al di là del recitare, ovvero del rappresentare qualcosa di già esistente, la forza creativa risiede nella conoscenza, che a sua volta fa parte della meraviglia. A scuola ero un grande appassionato di storia; scoprire ciò che era stato mi portava a vivere un senso di meraviglia profonda. Credo che questo sentimento sia essenziale sia nel processo creativo, sia nella conoscenza in generale".

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Un momento del corto

Quanto è difficile oggi fare il regista e l'attore in Italia? Quanto è complesso confrontarsi quotidianamente con questo mestiere?
"È difficilissimo. Ci troviamo in un momento quasi al limite del catastrofico: tanti colleghi e amici non lavorano da un anno e mezzo o due, e quei pochi che ci riescono vengono visti come dei grandi fortunati. In realtà siamo tutti in un momento molto frammentato, siamo separati e facciamo fatica a ritrovarci, a scambiare idee e a costruire progetti insieme".

Si può uscire da questa dimensione?
"Credo che sfruttare le opportunità e "buttarsi", pur senza avere tutto chiaro fin dall'inizio, possa essere l'occasione per fare rete e ritrovarsi. Questo cortometraggio mi ha dato la possibilità di vivere un'esperienza che mi sta portando ancora più avanti, proprio grazie all'istinto di buttarmi, di stare con altre persone e di capire le cose mentre le si fa. Agire in questo modo ci aiuta a ritrovarci e ci salva da un momento storico che appare statico e fermo".

L'arte come punto di vista sociale

È molto interessante anche il punto di vista sociale sull'arte. In che modo ti leghi a questa idea? Pensi che il cinema debba essere una lente sociale e non solo mero intrattenimento? "Penso faccia tutto parte del discorso dell'osservazione. Noi attori abbiamo un'osservazione "interna", legata al nostro mestiere, che indaghiamo attraverso la sceneggiatura o il copione. Allo stesso tempo, cerchiamo una triangolazione con il pubblico o con lo stato sociale delle cose. Questo aspetto è fondamentale per definire il punto di vista del pubblico e del regista stesso. Oggi credo che questa lente serva più che mai: stiamo attraversando l'inizio di una nuova rivoluzione industriale con l'avvento dell'intelligenza artificiale, e dovremmo ancor di più imparare a osservare e a riflettere sui significati".

Quello dell'intelligenza artificiale mi sembra un capitolo estremamente aperto, ci siamo già rassegnati a questo repentino cambio? Questa "rivoluzione industriale" di cui parli è stata davvero così immediata?
"Dobbiamo rassegnarci all'idea e cominciare a conoscerla; credo sia questo il passaggio successivo. Ora dobbiamo ricominciare a stare insieme, a dibattere e a discutere, trasformando la nostra dialettica. Non dobbiamo vedere questa tecnologia solo come una minaccia o un superamento, ma come una realtà vicina da scoprire e utilizzare come strumento. Solo a quel punto riusciremo a prenderne coscienza e a trasformare le nostre abilità, i nostri spazi e il nostro tempo. Così potremo riorganizzarci e tornare a osservare lucidamente il presente, cosa che oggi risulta più faticosa. È proprio per questa mancanza di osservazione che, secondo me, spesso il pubblico non si ritrova nelle opere che vengono offerte oggi".

Un corto come intuizione del futuro

Ti capita di cogliere qualcosa in più del tuo mestiere, dopo il confronto con il pubblico?
"Sempre. Anche in interviste come questa, la cosa che apprezzo di più è proprio lo scambio. Insieme si riescono a raggiungere nuove riflessioni e ad approfondire tematiche inedite. Spesso, grazie a una domanda posta, mi ritrovo a riflettere su aspetti del mio lavoro che col tempo non avevo considerato. Da quando ho messo in campo questa condivisione, sento che il mio percorso sta crescendo ed evolvendo sempre di più, e questo mi rende felice perché ho capito che l'arte è conoscenza".

Domanda forse scontata, ma stai pensando a un lungometraggio?
"Al momento il mio impegno principale resta la pratica attoriale. Da lì, però, è inevitabile che porterò avanti anche la ricerca da cui è nato il cortometraggio. Se un domani ci sarà la possibilità, mi piacerebbe molto continuare a esplorare questa sovrapposizione tra i due mondi, quello del teatro e quello del cinema. Restituire questa indagine sotto forma di lungometraggio è assolutamente un obiettivo, perché no? Il corto è stato un inizio, lo spunto da cui è scaturita un'intuizione che voglio sicuramente mettere in atto in futuro, mantenendo una chiara impronta teatrale e cinematografica".