Un racconto disperato, verace, che non rinuncia a una certa tenerezza. Un racconto che affonda le mani nella notte e nella materia vivissima della strada, recuperando una dimensione che il cinema italiano aveva in parte perso.
Il paragone con il cinema di Claudio Caligari non intimorisce Davide Angiuli, e anzi lo rivendica con una certa emozione parlando del suo Cattiva Strada: "Mi sono imposto di raccontare qualcosa che fosse assolutamente vero, autentico e forte di questo ho deciso di ambientare il racconto in un ambiente che conosco, che vivo tuttora", spiega Angiuli a Movieplayer. "Parlo di una Bari notturna, tra club e bar, l'ambiente che sento più mio. Quando ho deciso di raccontare questa esplorazione della solitudine, mi sono detto che potevo farlo solo lì".
Cattiva strada: il regista Davide Angiuli racconta il film
Protagonista è Donato (Malich Cissè), un ragazzo senza troppe prospettive che si prende cura della nonna malata di Alzheimer. Tutto cambia quando segue Agust (Giulio Beranek), un fuorilegge albanese che lo trascina in diverse rapine lungo le notti criminali di Bari.
Fin dal titolo, il contesto è il vero protagonista: "La strada oggi mi sembra spesso raccontata con distanza, con uno sguardo giudicante, a volte bacchettone. Io invece volevo un film di pancia, viscerale, che buttasse le viscere sulla strada e le lasciasse lì, a seccare al sole. Un mondo sporco, imperfetto, ingiusto, dove non esistono buoni o cattivi ma solo la sopravvivenza, e insieme a quella il tentativo disperato di non rimanere soli", continua Davide Angiuli, che firma anche la sceneggiatura.
La forza dell'intimità
Ma in questa durezza il film trova una sua dimensione più intima e sorprendente, fatta anche di tenerezza e fragilità. Il regista spiega: "Caligari era un maestro nel raccontare l'umanità al di là della durezza del contesto, ed è quello che abbiamo provato a fare. Bari è una città molto dura, lo penso ancora oggi, è un luogo dove la lingua è il dialetto e dove è difficile persino accedere ad alcune relazioni se non lo parli. Io stesso ho vissuto alcune delle situazioni che vive Donato. Ma proprio questa durezza diventa il contraltare perfetto per raccontare la fragilità. Donato è un personaggio senza nulla, senza via di scampo, senza certezze, che sta perdendo anche l'unico scampolo di famiglia che gli rimane. Fin dalla scrittura il tentativo era raccontare questa disperata ricerca di non rimanere soli".
La solitudine, infatti, è il vero motore di Cattiva strada, nonché uno dei grandi temi contemporanei. "Credo che sia una delle forze motrici più forti del vivere oggi, questa ossessione di sfuggire alla solitudine. Io ne sono stato testimone diretto: per anni mi sono sentito solo e ho tentato in ogni modo, sano e tossico, di scappare da quella sensazione. Ed è esattamente quello che fa Donato. Alla fine del suo percorso, però, c'è una presa di consapevolezza, per quanto spietata. L'idea è che da questa solitudine sia impossibile sfuggire, e che forse l'unica cosa da fare sia venirci a patti, abbracciarla".
E prosegue: "È una condanna che ci accompagna sempre, questa fame di affetto, di compagnia, che nasce fin da quando siamo bambini e capiamo che la presenza di qualcun altro ci fa sentire protetti. Da quel momento in poi saremo sempre ossessionati dal non rimanere soli. E forse, quando accettiamo questa cosa, possiamo arrivare a una forma di serenità".
La difficoltà di girare un film indipendente
Mica facile, tra l'altro, realizzare un'opera prima senza poter contare su grandi nomi o su una macchina produttiva imponente. Angiuli non nasconde le difficoltà: "È complesso, oggi ancora più di ieri. Anche per via dei nuovi decreti sui tax credit. Noi ne siamo stati vittima, ma grazie al coraggio delle produzioni siamo riusciti ad andare avanti. Ci siamo stretti attorno a questo piccolo film e abbiamo capito che poteva esistere anche senza grandi nomi o produzioni gigantesche. Tutti hanno fatto sacrifici, dalla troupe al cast. Non mi è mai mancato nulla, ma ovviamente il tempo è sempre poco, una giornata in più la vorresti sempre. La soluzione però è fare squadra, aiutarsi, trovare il modo di far accadere le cose. E soprattutto tenere la barra dritta: sapere cosa si vuole raccontare al di là delle possibilità economiche".
Infine, parlando delle influenze, il regista confida che: "Per Cattiva Strada il riferimento principale è LaCapaGira di Alessandro Piva, che per me è un capolavoro assoluto. Mi ha insegnato che puoi raccontare qualcosa di molto vicino a te e renderlo universale. Poi sicuramente Matteo Garrone, ancora Caligari, la trilogia di Pusher di Nicolas Winding Refn e anche David Fincher. Tutto ciò che ha delle sfumature più scure, più cupe, meno esposte alla luce del sole. È lì che sento di appartenere, ed è lì che voglio continuare a raccontare storie".