Always - Per sempre

1989, Drammatico

Recensione Always - Per sempre (1989)

Gli angeli non hanno paura delle fiamme. I morti non hanno paura di ciò che accade in vita. L'angelo Audrey Hepburn, nella sua ultima e commovente apparizione cinematografica, c'insegna il valore del distacco e del vero amore.

Vincenzo Carlini

Un angelo è per sempre

Nella copiosissima filmografia di Steven Spielberg, Always - Per sempre spunta quasi come un evento imprevisto. E film imprevedibile lo è davvero. A metà strada tra Ghost - Fantasma (che ne copia spudoratamente il plot) e La vita è meravigliosa, Always - Per sempre (che è anche un remake di Joe il pilota di Victor Fleming, uno dei film più amati dal piccolo Spielberg), è una tappa misconosciuta ma di fondamentale importanza nel lungo tragitto spielberghiano verso l'autorialità più completa (che qualcuno vorrebbe ancora negargli).

Dopo i tentativi ambiziosi di due pellicole come Il colore viola e L'impero del sole, Spielberg, con quest'opera, cerca di rimettere in ordine le varie tendenze del suo cinema. Cinema che, comunque, con Always - Per sempre torna ad essere grande favola. Favola eterea e sentimentale nella migliore accezione del termine. Perché Spielberg stempera un poco le effusioni romantiche, disegnando nella prima parte personaggi energici e rozzi (tra i quali uno scatenato John Goodman), inseriti in un mondo in cui impera lo spirito cameratesco più grossolano e genuino (e fanciullesco, come l'aereo che lancia palloncini colorati dimostra). Pete e Dorinda, inoltre, si amano ma in modo anomalo. Lei (la bravissima Holly Hunter), sembra la negazione della femminilità, vista la rudezza dei suoi atteggiamenti. Lui (un grande Richard Dreyfuss), è un po' scostante e l'incapacità di comunicare il suo amore sarà il filo conduttore di tutto il film. Dopo il bacio "d'addio" schioccato sull'aereo il suo liberatorio "ti amo" sarà coperto dal rombo dei motori. L'urlo di terrore di Al La Palla nel momento in cui esplode l'aereo di Pete San Pietro (il nickname allude ovviamente alle chiavi del paradiso che il protagonista "utilizzerà" da qui a poco) sarà "insonorizzato" dai finestrini dell'abitacolo. E vedremo in silenzio la tristezza di Dorinda, nascosti insieme alla macchina da presa appena dietro il vetro della porta.

L'incomunicabilità di Pete continua, inevitabilmente, anche nell'aldilà, come una punizione divina. Ci penserà un angelo vestito di bianco (come vuole la classica iconografia) a guidare Pete nella riscoperta della sua interiorità repressa. L'apparizione di Audrey Hepburn è una delle cose più belle che Spielberg ci abbia mai donato. La grande attrice qui è alla sua ultima e struggente interpretazione. E' malata, ha il volto coperto da sottili rughe e ha una dolcezza immensa negli occhi e nel sorriso che neanche la sofferenza riesce a scalfire. L'incontro tra il pompiere del cielo Pete e l'angelo Hap (quasi un diminutivo di Hepburn, senza il burn di bruciare, non a caso) all'interno di una piccola e morbida zolla d'erba verde, si carica così di significati ulteriori. Il loro incontro è quello tra un uomo che, nella finzione, ancora non sa di essere morto e un'attrice che, nella vita di tutti i giorni, sa di non avere più molto tempo a disposizione. Spielberg lo sapeva benissimo, probabilmente, e ci regala attimi in cui è riposta tutta la magia del suo cinema. La fotografia si colora soffusamente di giallo oro, di rosso e di blu, accrescendo il senso di distacco tra le due realtà. La premonizione di morte, in precedenza, era stata dipinta magistralmente sul volto di Dorinda, ripreso in controluce e macchiato da tonalità rosso fuoco (non a caso), con un cielo plumbeo e fumoso ripreso sullo sfondo della finestra. E il finale è un punto di non ritorno, dove convergono tutti gli oggetti del sogno spielberghiano più fantastico e più a cuore aperto, da E.T. L'Extraterrestre a Incontri ravvicinati del terzo tipo, fino alle prove più recenti di Schindler's List e Salvate il soldato Ryan.

John Williams sottolinea musicalmente questa splendida e dimenticata pellicola nel modo più giusto, con una colonna sonora tra le più audaci del compositore americano, fatta di sonorità invisibili, impalpabili e dal tocco impressionistico. I Platters e Van Morrison, tra gli altri, completano il quadro musicale prima che una pista d'atterraggio divida, e per sempre, il destino dei vivi e dei morti, senza più afflizioni.

Recensione Always - Per sempre (1989)
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