Recensione Tir (2013)

Fasulo ha dimostrato di avere le qualità necessarie per imporsi come un sofisticato illusionista. Il trucco con cui coinvolge gli spettatori è tra i più complessi, anche se realizzato solamente con la presenza di un unico interprete e della sua intimità, perché li porta a credere senza alcun tentennamento nella veridicità di ciò che si vede

Recensione Tir (2013)

Una vita sulla strada

Il successo de L'ultimo pastore di Marco Bonfanti aveva già mostrato una "nuova" tendenza del cinema italiano poi confermata dalla vittoria di Sacro Gra al Festival di Venezia. Il film di Gianfranco Rosi è riuscito nell'impresa di sbaragliare tutti i suoi contendenti evidenziando che il racconto del reale sta conoscendo una stagione di fermento e conquistando finalmente gli onori del grande schermo. Non stupisce, dunque, che anche un esperimento "misto" come Tir abbia sedotto la giuria del Festival di Roma aggiudicandosi il Marc'Aurelio d'Oro. In realtà il lavoro svolto in regia da Alberto Fasulo è il frutto di una commistione di linguaggi che, prendendo in prestito i moduli documentaristici, si avventura nel tentativo di rendere la finzione tangibile quanto la realtà. Così, dopo Rumore bianco in cui viene fotografata la realtà del nord est italiano seguendo il percorso del fiume Tagliamento, il regista questa volta s'introduce all'interno della cabina di un camion con rimorchio per raccontare l'esistenza fatta di strada, pause, tabelle da rispettare e lunghe telefonate per mantenere il contatto con una realtà famigliare lontana troppi chilometri. Protagonista unico di questa esperienza di vita estraniante è Branko che, nonostante un passato da insegnante a Rijeka e il suo amore per la letteratura, è costretto a inventarsi una nuova esistenza in nome di uno stipendio tre volte superiore a quello percepito nella sua veste di professore. Ma qual è il rovescio della medaglia? E siamo veramente sicuri che il lavoro, qualsiasi lavoro, nobiliti l'uomo?

Video-recensione Tir


TIR: un'immagine tratta dal film
Fasulo, seguendo questi interrogativi e andando oltre la semplice osservazione, si trasforma in uno spettatore alla ricerca di risposte reali. Per questo motivo s'insinua nel l'intimità della cabina di giuda in cui mette in scena in modo naturale la simbiosi tra l'uomo e il suo Tir, allo stesso tempo prolungamento necessario per una sopravvivenza migliore e prigione dalla quale sembra impossibile fuggire. Carico dopo carico, città dopo città, il protagonista è intrappolato all'interno di un'attività che non sembra lasciargli scelta allontanandolo sempre di più dal passato e da se stesso. Ed è in questo momento e nell'assenza di un mondo esterno che il linguaggio del reale prende il sopravvento sulla finzione, riuscendo a far dimenticare l'esistenza di una sceneggiatura e l'utilizzo di un attore protagonista. Perché se è vero che il cinema non è altro che un trucco narrativo, la migliore e più affascinante delle mistificazioni, Fasulo ha dimostrato di avere le qualità necessarie per imporsi come un sofisticato illusionista. "L'inganno" con cui coinvolge gli spettatori è tra i più complessi, anche se realizzato solamente con la presenza di un unico interprete e della sua intimità, perché li porta a credere senza alcun tentennamento nella veridicità di ciò che si vede.

TIR: una scena tratta dal film
Così, pur nella consapevolezza di trovarci di fronte ad un film di "scrittura", Tir vive di un'anima potente figlia di una condizione sociale e umana facilmente rintracciabile in un popolo di invisibili che, giorno dopo giorno rinunciano alla propria identità, linguistica e non. Intorno a loro, come al protagonista Branko Zavrsan sottoposto alla dura quotidianità del camionista per tutta la durata delle riprese, non esiste nulla se non i rumori della strada, gli allarmi delle sveglie che scandiscono arrivi e partenze e le suonerie dei cellulari con cui l'esterno mostra ancora la sua sempre più sfocata esistenza. E Fasulo, seduto accanto al suo personaggio, non ha mai smesso di fotografare e testimoniare questa condizione del corpo e dell'anima. La sua unica arma è stata una telecamera e la disponibilità di un interprete nel mettersi alla prova, diventando strumento con cui vivere e non ricostruire fatica e sconfitta.

Tiziana Morganti
Redattore
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