Recensione Perfidia (2014)

Nella Sardegna brulla e indifferente di Bonifacio Angius non vi è niente di consolatorio. La tensione crescente cattura il pubblico inchiodandolo alla sedia e provocando un senso di oppressione, un dolore quasi fisico nello spettatore.

Recensione Perfidia (2014)
Perfidia

2014 – Drammatico
3.9 3.9

L'inetto di Italo Svevo è una figura che compie azioni riprovevoli in maniera totalmente casuale, a metà tra l'incosciente e l'involontario, finendo per trarne incredibile beneficio. E' ai personaggi dei suoi romanzi che la mente corre non appena entra in scena Angelo, giovane (ma nemmeno più di tanto) sardo catapultato nella realtà dalla morte della madre. Angelo, rimasto solo col padre, di fronte alle domande inquisitorie dell'anziano non può o non riesce a rispondere perché è privo di volontà. A sprazzi riesce a focalizzare ciò che non vuole, ma non riusciamo mai a capire cosa voglia dalla vita.

Non ha un lavoro, non nutre passioni o interessi. Trascina un'esistenza squallida da disoccupato passando le giornate seduto al bar insieme agli amici, o meglio, ai conoscenti di sempre, ma dal suo atteggiamento passivo né lui né altri possono ottenere niente di buono. Nell'Italia della crisi Angelo riesce perfino a trovare un lavoro grazie all'intervento del padre, ma subito lo abbandona, incapace di prendersi alcuna responsabilità. La figura creata da Bonifacio Angius nella sua opera seconda, Perfidia, è agghiacciante proprio perché somiglia a centinaia di giovani in cui ci imbattiamo nell'Italia di oggi. Giovani che non hanno obiettivi, non hanno sogni né aspettative. Giovani che non desiderano. Buchi neri il cui vuoto spaventa perché rischia di risucchiare tutti coloro che gravitano loro intorno.

Padre e figlio

Mario Olivieri nei panni di Peppino in una scena di Perfidia

La Sardegna dipinta da Bonifacio Angius è scevra di bellezze naturalistiche, spiagge dorate e acque turchesi. E' una Sardegna provinciale, invernale, grigia come le figure che la popolano. In questo non luogo, connotato esclusivamente dall'accento dei personaggi, il regista mette in piedi un thriller esistenziale caratterizzato da una tensione interna serpeggiante, che lo spettatore si attende deflagri da un istante all'altro. Catalizzatore di questa inquietudine è il personaggio di Angelo, presenza silenziosa che invade ogni inquadratura. Angelo, interpretato con grande efficacia da Stefano Deffenu, è un fantasma della vita che ha dipinta in volto la propria passività e si esprime a monosillabi. Proprio questa sua apparente riservatezza ci impedisce di comprenderne i sentimenti, rendendolo potenzialmente una mina vagante per tutto l'arco del film. A fargli da contraltare, nella prima parte della pellicola, è la figura paterna (Mario Olivieri). A un figlio rinchiuso in se stesso e incapace di esternare viene contrapposto un padre ciarliero, decisionista, pronto ad assumersi le proprie colpe tentando di ricucire alla propria maniera una relazione quasi inesistente. Un padre e un figlio che non conoscono quasi niente l'uno dell'altro si avvicinano, e subito vengono separati dalla sorte che determina il precipitare degli eventi. L'unica possibilità di salvezza, per Angelo, potrebbe essere una misteriosa studentessa in cui l'uomo si imbatte ripetutamente finché non prende in mano la situazione decidendo di invitarla a uscire. Questo è uno dei rari squarci che Angius si permette in una pellicola cupa e crepuscolare, squarcio subito ricomposto dal comportamento inquietante di Angelo.

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Un cinema senza compromessi

Mario Olivieri in una scena di Perfidia

Tre anni fa il concorso del Festival di Locarno aveva visto, come rappresentante dell'Italia, Sette opere di misericordia, esordio dei fratelli De Serio. Quest'anno tocca al film di Bonifacio Angius. Due pellicole unite da un comune approccio alla settima arte: l'assenza di timore nei confronti del mercato. Come il film dei De Serio, Perfidia non fa sconti allo spettatore. In un'epoca in cui a farla da padrone sono i grandi incassi dell'industria dell'intrattenimento, Locarno scommette su autori semisconosciuti capaci di un cinema senza compromessi. A mancare, in Perfidia, è forse la catarsi. Se uno spettatore cerca una facile consolazione, questo non è il film che fa per lui. Nella Sardegna brulla e indifferente di Angius di consolatorio non vi è proprio niente. La tensione crescente cattura il pubblico inchiodandolo alla sedia e provocando un senso di oppressione, un dolore quasi fisico.

Per tutta la durata del film sulla storia aleggia un senso di tragedia imminente, ma la costruzione narrativa è talmente ben congegnata da rendere difficile prevedere cosa stia per accadere. Merito della capacità del regista di controllare perfettamente ogni ingrediente della messa in scena, dalle luci alle musiche e agli effetti sonori, dai movimenti di macchina agli interpreti, strumento privilegiato nelle mani di Angius. Lo sguardo spento di Angelo nasconde abissi di insicurezza, apatia, disperazione o forse follia. Sono molteplici e contrastanti i sentimenti evocati dalla visione di Perfidia, ma non quello che dà il titolo al film. La chiave sta forse in quella superficiale ossessione religiosa che scandisce la pellicola. Le visite al cimitero, Radio Maria perennemente accesa, i riti e la voce off di Angelo che riflette sulla dicotomia tra Gesù e il Diavolo. Gesù aiuta i cattivi a diventare buoni, ma non viceversa. I buoni, abbandonati a loro stessi, diventano cattivi contro la loro volontà. O forse, proprio per assenza di volontà.

Conclusioni

Una pellicola cruda, niente affatto consolatoria, che non fa sconti allo spettatore. Perfidia è un thriller esistenziale caratterizzato da una tensione crescente costruita attraverso la perfetta gestione dei vari ingredienti della messa in scena. Cinema del reale immerso in una Sardegna anonima e provinciale.

Valentina D'Amico
Redattore
4.0 4.0
Locarno 2014
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