Magic In The Moonlight

2014, Commedia

Recensione Magic in the Moonlight (2014)

In questo racconto la voce di Allen si fra più malinconica e stanca, puntando ad una essenzialità della forma e ad una immediatezza che non si nasconde dietro nulla, fatta eccezione per una ironia usata allo stesso tempo come arma di difesa e chiave di lettura.

Magic In The Moonlight

2014 – Commedia
2.5 2.5

C'è, nella vita dell'uomo, un mistero più fitto e incomprensibile dell'innamoramento? Qualunque sia la risposta personale a questa domanda, nel caso specifico dei sentimenti non è possibile applicare previsioni e considerazioni razionali. O meglio, sarebbe anche possibile, ma in quel caso si parlerebbe di calcolo, ragionevolezza e controllo spasmodico della realtà. Condizioni che mettono l'uomo, come la donna, in una situazione d'infelicità perché, nonostante una probabile sofferenza sempre in agguato, l'essere umano è programmato per piegarsi ai capricci del caso e all'imprevista magia della vita. Due concetti, questi, che non entrano nel vocabolario del composto e britannico Stanley Crawford se non in senso dispregiativo. Conosciuto dal pubblico con il nome esotico di Wei Ling Soo, Stanley è un illusionista di professione. Anzi, il più talentuoso tra tutti gli artisti che popolano i teatri dei ruggenti anni venti.

Il suo è un talento naturale forgiato dalla volontà e da un forte senso del reale. Perché, se c'è una cosa di cui quest'uomo è sicuro, è la totale assenza di misteri inspiegabili. Per questo motivo, tutto ciò che si rivela miracoloso, secondo la sua mente analitica nasconde un trucco facilmente spiegabile. Ma la vita, spesso, si diverte a sbugiardare qualsiasi sicurezza, mischiando le carte e proponendo un nuovo punto di vista. Così, quando viene a contatto con Sophie Baker, giovane presunta sensitiva ed ospite della facoltosa famiglia Catledge in Costa Azzurra, non si lascia sfuggire l'occasione di smascherare i suoi trucchi rimanendo, però, inaspettatamente vittima di un vero e proprio incantesimo celato dietro il sorriso di una donna inaspettata. Sarà amore? Certo è che, in una calda estate francese rinfrescata da feste a tempo di jazz e da corse in macchina verso la Provenza, tutto può accadere. Anche che, un accanito e disincantato razionalista come Stanley riesca a correre il rischio di non controllare il futuro.

Gli anni venti ruggiscono ancora

Magic in the Moonlight: Colin Firth ed Emma Stone danzano romanticamente

Tornare al cinema dopo un film di caduta e rinascita come Blue Jasmine non è un'impresa facile nemmeno per un autore come Woody Allen. Sarà per questo motivo che, per mettere in scena il suo ultimo racconto, il regista sceglie di cambiare completamente ambientazione, riportando nuovamente in dietro l'orologio agli anni venti. Questa volta, però, a differenza di quanto accaduto con Midnight in Paris dove tutto era ammantato di sogno e costruito come l'ideale in cui rifugiarsi, Allen descrive il tempo e l'ambientazione nella loro espressione reale, privandoli volontariamente di qualsiasi connotazione immaginaria. Anzi, entrambi vengono utilizzati quasi come un terreno neutro dove trovare lo spazio per presentare e sviluppare i suoi pensieri sugli imprevedibili capricci della vita ed i dubbi di natura esistenziale e spirituale che, almeno una volta, hanno attraversato la mente di tutti.

Degli anni venti spiccano gli abiti dalle linee morbide ed i colori chiari oltre che una luminosità disposta, solo durante la notte, a lasciare spazio allo scintillio di stoffe o alle cenere delle sigarette di gentiluomini in giacche bianche. Non si rinuncia nemmeno alla formalità galante dei rapporti sociali tra uomini e donne come alla presenza della musica "hot". Tutti questi elementi, uniti all'eleganza della classe alta europea, garantiscono ad Allen una sorta di estraneità grazie alla quale poter applicare una riflessione forse più malinconica e crepuscolare del solito, mascherata però dalle forme leggere di una commedia a metà tra cinismo e romanticismo.

Illusione o realtà? Questo è il problema

Magic in the Moonlight: Colin Firth travestito da orientale

Chiunque abbia frequentato il cinema di Allen con una certa assiduità sa perfettamente come, sotto una determinata forma o la scelta di un genere, il regista nasconda, in realtà un altro film, quasi un secondo dialogo in cui allo stesso tempo ragiona con se stesso e con il pubblico. In questo senso, si pone come il primo illusionista, pronto a mettere in atto il trucco del verosimile per poi cambiare direzione e condurre la discussione su terreni imprevisti. Non è un caso, dunque che, appassionato da sempre di magia tanto da inserirla più volte nei suoi racconti, affidi il compito di voce narrante o, se volgiamo, di alter ego maschile, al personaggio di Colin Firth, creatore di sogni per professione e scettico per necessità. I parallelismi tra autore e personaggio sono inevitabili, come sempre accade nei suoi film, ma, passati gli anni giovanili in cui al centro del racconto c'erano i rapporti di coppia e le idiosincrasie dei due generi, maschile e femminile, questa volta Allen ragiona sull'essenza della vita, il suo significato e la necessita di cedere ad un' illusione pur di vivere la realtà.

Ed in questo racconto la sua voce si fra più malinconica e stanca, puntando ad una essenzialità della forma e ad una immediatezza che non si nasconde dietro nulla, fatta eccezione per una ironia usata allo stesso tempo come arma di difesa e chiave di lettura. Quale significato hanno le nostre esistenze? Abbracciare il sogno è un segno di debolezza o un'opzione utilizzata con appassionata lungimiranza dall'uomo per alleggerire il suo cammino? Questi sono gli interrogativi che Allen affida ad una coppia insolita formata da Firth e Emma Stone. I due vestono attitudini e opinioni opposte che, attraverso l'escamotage narrativo della classica battaglia dei sessi, mette in atto una discussione accesa sui movimenti sconvolgenti del cuore e i percorsi rassicuranti della mente. Naturalmente il film non propone alcuna risposta definitiva. Di una cosa, però, possiamo essere sicuri; la vita potrebbe anche non avere uno scopo, ma non sarà mai priva di magia. Sta a noi scoprire dove si nasconde e accettare di rimanerne vittima.

Conclusioni

Dopo la contemporaneità di Blue Jasmine, Woody Allen torna ad immergersi negli anni venti. Questa volta, però, il sogno lascia spazio ad una riflessione più malinconica sulla possibilità di cedere alla forza trascinante delle illusioni o aggrapparsi alla sicurezza della ragione. In palio c'è la felicita e il senso stesso della vita. Il tutto, naturalmente, raccontato attraverso quell'ironia sofisticata e graffiante che lo contraddistingue da sempre.

Recensione Magic in the Moonlight (2014)
Tiziana Morganti
Redattore
3.0 3.0
Torino 2014
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