Recensione Haider (2014)

L'indiano Vishal Bhardwaj offre una libera e potente rilettura dell'Amleto, in un contesto problematico (e attuale nei suoi sviluppi) come quello del Kashmir di metà anni '90.

Recensione Haider (2014)
Haider

2014 – Poliziesco
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Kashmir, 1995: nel paese, controllato dall'India ma dilaniato dallo scontro tra indù e musulmani, vive con sua moglie il dottor Hilal Meer, medico musulmano, vicino ai gruppi guerriglieri pur senza aver mai preso parte alle loro azioni. Quando il capo della guerriglia, che vive in clandestinità, dev'essere operato d'urgenza, viene portato a casa del medico: ma una soffiata, ad opera di ignoti, allerta l'esercito, che arresta Hilal e distrugge completamente la sua casa.

Dopo i drammatici eventi, viene richiamato a casa il figlio del medico, Haider, che era stato mandato a studiare in India: ma il giovane non riesce a trovare suo padre, che sembra essere andato a ingrossare le fila dei prigionieri politici fatti "scomparire" dall'esercito. Nel frattempo, il fratello del medico, politico in ascesa, ha iniziato a convivere con la madre di Haider, e sembra aver preso il posto di Hilal nel cuore della donna. Haider, già colmo di risentimento verso la madre e lo zio, riceve una notizia terribile da un vecchio compagno di detenzione di suo padre: l'uomo è stato tradito e ucciso proprio da suo fratello. Da quel momento, il giovane vive per un solo scopo: vendicare la morte di suo padre, esaudendo così quelle che scopre essere state le sue ultime volontà.

Dal Globe a Bollywood

Haider: Shahid Kapur insieme a Shraddha Kapoor in una scena

Se è vero che, nel suo complesso, l'opera di William Shakespeare non ha mai smesso di "parlare", e di chiamare a nuove letture e interpretazioni, lungo tutti i cinque secoli che ci separano dalla sua produzione, può spiazzare la sua periodica ricomparsa in contesti, sociali e culturali, apparentemente lontanissimi da quello in cui maturò. Una distanza che, nella maggior parte dei casi, è per l'appunto solo apparente: la stessa storia del cinema, e i tanti adattamenti nobili (da Orson Welles ad Akira Kurosawa) che le opere del Bardo hanno ricevuto, stanno a testimoniare una sua capacità di attraversare, oltre che i secoli, le barriere culturali e storiche; definendo una trasversalità e una "universalità" probabilmente uniche nell'intera storia della cultura. Anche Bollywood, patria dell'intrattenimento e di una concezione del cinema tutta all'insegna della meraviglia audiovisiva, si è cimentata più volte in adattamenti shakespeariani: un'apparente forzatura, per vicende che venivano rappresentate nella loro forma più essenziale, racconti scarnificati finanche dei più basilari elementi scenografici. Ma basta un esame più attento per cogliere i punti di contatto, innegabili, tra i due contesti: riassumibili in un impianto melodrammatico, e in una concezione quantomai popolare dell'opera d'arte, che innervavano tanto le opere del Bardo, quanto la moderna (e tutt'altro che statica) industria cinematografica indiana. È in questo contesto che nascono le opere di Vishal Bhardwaj, e in particolare questo Haider, rilettura dell'Amleto ambientata nel Kashmir degli anni '90.

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Il filo rosso del potere

Se la politica, e la fascinazione per il potere, è uno degli elementi principali del dramma shakespeariano, il regista non si fa problemi nel farne il centro di questo suo adattamento. L'idea di ambientare la storia in un contesto problematico come quello del Kashmir di un ventennio orsono si rivela vincente, toccando un nervo ancora scoperto della politica indiana: non a caso, il film ha ricevuto feroci critiche in patria, e l'omaggio ai poliziotti indiani posto sui titoli di coda ha il sapore (un po' paradossale) di un elemento di cautela da parte della produzione. Pur curando con attenzione l'elemento storico, ed evitando l'approccio declamatorio, Haider non si fa infatti problemi a prendere posizione: il coprifuoco, la militarizzazione sistematica della regione, gli arbitrii e la tortura, il razzismo verso la popolazione musulmana, tutto testimonia di una scelta di campo precisa. La frase pronunciata dal protagonista, che declama che "tutto il Kashmir è una prigione a cielo aperto", vale più di mille comizi; così come come vale l'evidenza delle macchinazioni governative, la realtà drammatica della condizione della madre del protagonista ("mezza vedova", in attesa di un cadavere su cui piangere), l'opportunismo cinico di una carriera politica, incarnato dal diabolico zio, che non teme di sporcarsi le mani con mercenari e omicidi. La felice intuizione della sceneggiatura è l'aver portato il testo di Shakespeare in un contesto che resta, oltre che perfetto per la sua reinterpretazione, attuale e tutt'altro che pacificato.

Oltre la tradizione

Haider: una scena

Al di là del suo cuore shakespeariano, Haider resta principalmente un notevole (melo)dramma politico, in cui la perfetta componente stilistico-spettacolare viene messa al servizio dell'urgenza divulgativa dello script. Il regista gestisce il suo materiale con un innato senso dell'epica, affidandosi a un protagonista perfetto e camaleontico (le scene della sua finta follia sono rese in modo egregio) calcando la mano il giusto sull'elemento romantico, muovendosi con disinvoltura fuori e dentro il testo originale, con un approccio libero quanto attento ai suoi elementi portanti. Tra parentesi grottesche e rimandi al dramma che hanno più il sapore della citazione ironica che della fedeltà filologica (il dialogo col teschio di Yorick), Bhardwaj trova anche modo di inserire una gustosa riflessione critica sull'industria bollywoodiana: difficilmente può essere letta in altro modo la sequenza in cui i soldati fanno irruzione in un cinema, in cui viene proiettato il più classico (e disimpegnato) dei prodotti di genere, e si preparano a dar luogo a un brutale interrogatorio. Tutto il film è percorso, nei confronti della tradizione cinematografica di cui fa parte, da un approccio teso alla decostruzione: le parentesi musical (essenzialmente due, di cui una mutuata - genialmente - dal testo originale) sono funzionali alla narrazione, mentre la forte componente melò è mediata da un realismo e da un nichilismo che, specie nel finale, colpiscono duro. Un cinema che, intrattenendo e raccontando la società in cui nasce, è quindi capace anche, con lucidità e spirito dissacrante, di riflettere su se stesso.

Haider: Tabu in una scena del film

Conclusioni

Haider sarebbe probabilmente un prodotto impensabile in un contesto che non viva di quel peculiare mix tra tradizione e innovazione che è la Bollywood contemporanea. Per chi vi possa avere accesso, il film di Vishal Bhardwaj resta una visione da non perdere: capace di intrattenere, raccontare la storia e far rivivere, per l'ennesima volta, un classico; il tutto in 164, densissimi, minuti. Difficile, nel 2014, chiedere di più ad un film.

Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
Roma 2014
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