Racconti di poesia al cinema: dal Rimbaud di DiCaprio al Leopardi di Germano

Viaggio alla scoperta del sottogenere del biopic poetico tra artisti maledetti, relazioni tormentate, follia e malessere esistenziale. Dalla vita all'opera.

Racconti di poesia al cinema: dal Rimbaud di...

Fin dal tempi del visionario Napoleone di Abel Gance, capostipite del genere, o del seminale Quarto potere, eletto dalla critica il più bel film della storia del cinema, il biopic vive infinite primavere. Le vite di personaggi illustri, artisti, statisti, scienziati sono materia privilegiata di letteratura e, dunque, di cinema. La possibilità di penetrare a fondo nella psiche dei personaggi che hanno fatto la storia, sbirciando nel loro privato o, più semplicemente, di confrontarsi con esistenze esemplari riveste un fascino che si perpetua epoca dopo epoca. Registi di talento forniscono sguardi d'autore, punti di vista critici, mestieranti più o meno abili confezionano biografie didascaliche che ricostruiscono le vite di persone realmente esistite facendo uso di dosi più o meno massicce di invenzione oppure restando fedeli, per quanto possibile, alla realtà.

Nel mare magnum dei biopic grande importanza hanno quelli riservati a scrittori, mestiere che da sempre rappresenta una fonte di fascinazione, in primis, per la letteratura stessa, che ama autorappresentarsi ossessivamente, e poi per le altre arti. In questo ambito vera e propria nicchia è il sottogenere composto dalle pellicole biografiche che narrano le vite dei poeti. Setacciando la storia del cinema, scopriamo come queste opere non siano poi molte e se da un lato alcune epoche e movimenti, come la Beat Generation e i poète maudit, hanno fornito in più occasioni materia narrativa fertile per la settima arte, nella storia della poesia restano ancora molte aree inesplorate e numerose figure chiave inenarrate.

A colmare una delle lacune più gravi ci ha pensato Mario Martone. Il regista partenopeo si è misurato in un'impresa titanica raccontando la vita di uno dei più celebri poeti italiani: Giacomo Leopardi. Compito ancor più improbo considerando che, a differenza di tanti suoi colleghi che hanno vissuto esistenze avventurose consumate tra viaggi, donne, guerre e alcool, Leopardi ha trascorso gran parte della sua breve vita segregato nella propria stanza per volontà della famiglia, rigidamente conservatrice, e per colpa della malattia, che lo ha tormentato fin dalla gioventù. Con Il giovane favoloso, Martone ha dato libero sfogo alla propria ambizione raccontando con sguardo classico e, al tempo stesso, originale una delle più grandi menti poetiche di tutti i tempi. Per celebrare l'arrivo al cinema della pellicola, presentata in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, vi proponiamo un breve excursus attraverso le vite cinematografiche dei poeti che non si propone di risultare esaustivo, ma prova a fornire una panoramica delle principali opere biografiche che vanno a comporre la nicchia in questione.

Verseggiando nella terra d'Albione

Una scena del film Bright Star, presentato in concorso a Cannes 2009

Inghilterra. Terra di poeti, di paesaggi malinconici e di film in costume. La tradizione letteraria e cinematografica britannica si presta eccezionalmente bene al genere del biopic poetico che qui ha proliferato felicemente. Tra le pellicole più rappresentative non possiamo non citare Tom & Viv - Nel bene, nel male, per sempre, biografia a sfondo sentimentale che ricostruisce la burrascosa relazione tra il padre del Modernismo Thomas Stearns Eliot e la prima moglie, l'ex ballerina Vivienne Haigh-Wood. Tra tanti poeti fiaccati dalla miseria, lacerati dal tormento interiore, arsi dal fuoco sacro dell'arte o afflitti da dipendenze, Eliot si distinse per un'esistenza misurata. Americano d'origine, si trasferì in Inghilterra per perfezionare i propri studi e nel 1927 divenne cittadino britannico. A interpretarlo, nel film diretto dal drammaturgo Michael Hastings - che adatta la propria pièce teatrale - è un Willem Dafoe misurato e composto, capelli impomatati e occhialini. Il film suggerisce come a generare il pessimismo che avvolte l'opera di Eliot, da La terra desolata in poi, sia stata la malattia mentale della moglie, nascosta al poeta fin dopo il matrimonio. Miranda Richardson è l'esplosiva Vivienne. Bella, intelligente e squilibrata compagna di vita perennemente in bilico tra saggezza e delirio, Vivienne finirà i suoi giorni in una casa di cura, abbandonata dall'uomo che non ha mai smesso di amare. Altra storia d'amore tormentata è quella narrata in Bright Star, elegante pellicola diretta da Jane Campion che racconta gli ultimi tre anni di vita del poeta romantico John Keats e la sua relazione con la vicina di casa Fanny Brawne. A interpretare Fanny è la florida e volitiva Abbie Cornish, mentre a dar vita allo squattrinato e macilento Keats ci pensa Ben Whishaw. La loro passione si consuma attraverso lunghe passeggiate nei boschi di Hampstead, estenuanti discussioni sul fare poesia, lettere appassionate e progetti di un futuro comune. Progetti tanto romantici quanto irrealizzabili a causa della misera condizione economica e fisica di Keats, che nel 1821 morirà in Italia consumato dalla tisi. Il titolo del biopic, Bright Star, è mutuato da uno dei sonetti dedicati a Fanny che si apre col verso Bright star, would I were steadfast as thou art.

Keira Knightley e Sienna Miller in una scena del film The Edge of Love

Un biopic in absentia è The Edge of Love - Amore oltre ogni limite, che racconta la vita del poeta gallese Dylan Thomas focalizzandosi sulle due donne che lo hanno amato, la moglie Caitlin McNamara e l'amante Vera Phillips. Matthew Rhys, nei panni di Thomas, è una figura appannata, bohémien, come si conviene a ogni artista maledetto che si rispetti, che passa il tempo a bere mentre Keira Knightley e Sienna Miller gli rubano la scena. Le due donne sono protagoniste di vivaci battibecchi che si convertono progressivamente in una relazione saffica. Grande assente, nel film, è purtroppo la poesia di Dylan Thomas penalizzata dall'eccesso di melò. Visto il risultato ottenuto dal regista John Maybury, la critica ha bocciato pesantemente il film. Le speranze che il cinema renda giustizia a Dylan Thomas sono ora riposte in Set Fire to the Stars, attualmente in lavorazione, dove il ruolo del poeta gallese è affidato a Celyn Jones. Immancabile il biopic dedicato a uno degli scrittori e poeti inglesi più rappresentativi. Nel 1997 Brian Gilbert si cimenta nel racconto dell'esistenza controversa di Oscar Wilde confezionando un film intitolato semplicemente Wilde. Eccelsa e mimetica performance di Stephen Fry (somigliante a Wilde per aspetto e modi) nei panni del geniale provocatore, intellettuale di successo, fustigatore del moralismo dell'alta società britannica, marito e padre, ma anche uomo innamorato di un nobile che, forte della propria bellezza e gioventù, lo tiranneggia causandone la rovina. Nell'ultima parte del film Wilde finisce ai lavori forzati con l'accusa di sodomia. Da quell'esperienza lo scrittore uscirà profondamente cambiato e darà alle stampe il De Profundis, suo testamento poetico. Nel 2007 anche il premio Oscar Colin Firth si misura con un ruolo poetico interpretando Blake Morrison in And When Did You Last See Your Father?. La relazione problematica, stavolta, è quella che contrappone Morrison e il padre, medico di campagna, egocentrica e carismatica figura che sembra non aver mai compreso fino in fondo le scelte del figlio e che metterà ripetutamente in imbarazzo la famiglia nel corso degli anni per via della scarsa sensibilità.

L'inferno dei Maudit

Poeti dall'inferno: in scena Leonardo DiCaprio e David Thewlis

Tra i biopic poetici uno dei più celebri è Poeti dall'inferno, ambientazione francese, ma produzione inglese. E' il 1996 e un giovane Leonardo DiCaprio fornisce una delle sue perfomance più coraggiose ed estreme nei panni del poeta maledetto Arthur Rimbaud nel film diretto da Agnieszka Holland. Poeti dall'inferno ricostruisce l'incontro parigino tra il maturo Paul Verlaine, responsabile di aver coniato il termine maudit per indicare la vita dissoluta condotta da lui e dagli artisti frequentati personalmente nella Ville Lumiere, e il sedicenne Arthur Rimbaud, genio ribelle in fuga dalla propria famiglia e dalla vita in campagna. Dopo aver intrecciato una relazione proibita a base di sesso e assenzio, i due artisti abbandonano la Francia peregrinando tra il Belgio e l'Inghilterra, tra scambi intellettuali, travasi di ispirazione poetica e continue liti che culminano nel ferimento di Rimbaud, colpito al polso da una pallottola esplosa da Verlaine, ubriaco e folle di gelosia. Il film indugia su un epilogo che riassume la permanenza di Rimbaud in Africa e la malattia che lo condurrà alla morte, ma è nella rappresentazione della potenza autodistruttiva dei suoi anni giovanili, quelli in cui scriverà il celebre Une saison en enfer, che il film trova il suo senso. E proprio UUna stagione all'inferno è il titolo dela produzione italo-francese del 1970 diretta da Nelo Risi che, bel prima della Holland, ripercorre la vita del poeta dal suo incontro con Verlaine fino al viaggio in Africa. Qui Rimbaud è interpretato da Terence Stamp. Non possiamo parlare di biopic nel senso stretto del termine, ma un personaggio di nome Arthur Rimbaud compare anche in Io non sono qui, raffinato omaggio a Bob Dylan firmato da Todd Haynes. Rimbaud (qui col volto di Ben Whishaw) è una delle sei incarnazioni delle fasi che la carriera e la personalità di Bob Dylan attraversano. Artista sensibile alla poesia, Dylan, tanto da mutuare il proprio nome d'arte (pare) dal succitato Dylan Thomas.

Sull'onda dello Sturm und Drang

Amour fou: una scena tratta da film

Beloved Sisters, uscito in Germania pochi mesi fa, racconta la passione del poeta tedesco Friedrich Schiller per le sorelle von Lengefeld, belle, complici, appassionate e con lo stesso gusto in fatto di uomini. L'incontro bucolico con lo spiantato Schiller viene ricostruito dal tedesco Dominik Graf in una pellicola fiume di tre ore in cui il celebre cantore dello Sturm und Drang ha il volto attraente ed espressivo di Florian Stetter. Charlotte, la minore delle due sorelle, fu la moglie ufficiale del poeta e gli diede quattro figli, ma basandosi su un carteggio parzialmente ricostruito e su alcune poesie il regista lavora di fantasia ipotizzando una relazione tra Schiller e Caroline, sorella maggiore di Lotte, sposa infelice per interesse e aspirante scrittrice. Perfino là dove non è citata direttamente, l'opera di Schiller permea il film nella descrizione del triangolo sentimentale che avvinghia i personaggi e nel temperamento romantico che li conduce a gesti estremi. Tra giuramenti sotto le cascate, tuffi in acque gelide, torbidi abbracci e corteggiamenti galanti portati avanti attraverso codici segreti, la vis romantica permea l'opera dall'inizio alla fine. In essa fa capolino anche il celebre Goethe, amante della madrina di Lotte, protagonista di un celebre incontro con Schiller sulla rive del fiume di ritorno dal suo viaggio in Italia.

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Anche la regista austriaca Jessica Hausner ha ceduto al sentimento presentando a Cannes il suo Amour fou, biopic dedicato al poeta romantico Heinrich von Kleist. Nel film lo scrittore cerca una donna per concretizzare la sua idea di amore romantico: suicidarsi insieme all'amata. Dopo il rifiuto della cugina Marie, troverà una compagna di morte in Henriette Vogel che, dapprima senza troppa convinzione, diverrà complice dell'artista. Il dramma di von Kleist viene filtrato dallo stile lucido e ironico della Hausner in un'opera cerebrale che indaga la natura ambivalente dell'amore.

Paura e disgusto nelle menti migliori della nostra generazione

James Franco ed Aaron Tveit in una scena del film Howl

La Beat Generation e i suoi rappresentanti, il loro stile selvaggio, gli alter ego letterari, le fughe on the road e la voglia di scardinare il sistema rappresentano uno dei momenti di svolta nell'evoluzione culturale americana e mondiale. La follia e le sperimentazioni di un manipolo di visionari hanno alimentato le rivolte del '68, il pacifismo, la ribellione stimolando il risveglio di un'intera generazione. Inevitabile per il cinema attingere a piene mani in questo fervido melting pot. Negli ultimi quattro anni James Franco prima e Daniel Radcliffe poi hanno incarnato sul grande schermo la figura di Allen Ginsberg, poeta allucinato, mistico della Beat, fautore della 'nuova visione' (definizione presa da Arthur Rimbaud). In Urlo, i registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman, ricostruiscono nel dettaglio il processo per oscenità subito da Ginsberg nel 1957 in seguito alla pubblicazione di Urlo. Un ispirato James Franco regala la sua miglior perfomance nei panni di Ginsberg in una pellicola sperimentale che alterna l'uso del bianco e nero al colore per dar sfogo all'esistenza del poeta, mostrare le fasi del processo e l'analisi animata della sua opera. Più leggero e giocoso, Giovani ribelli - Kill Your Darlings, diretto da John Krokidas, si focalizza sull'adolescenza di Ginsberg, sul suo ingresso, lui timida matricola, alla Columbia University, sull'incontro con l'ambiguo Lucien Carr, che lo introdurrà nella cerchia dei futuri poeti e scrittori beat, e sulla presa di coscienza della sua omosessualità.

Matt  Dillon in una scena del film Factotum

Anche se Charles Bukowski non si è mai identificato con il movimento, il suo nome è stato spesso accostato alla Beat Generation. Poeta, scrittore e romanziere bulimico, il cinico Bukowski, o meglio il suo alter ego letterario Henry Chinaski, ha fatto capolino al cinema in varie opere. Ricordiamo soprattutto Barfly, diretto nel 1987 da Barbet Schroeder, se non altro perché è scritto dallo stesso Bukowski, che compare in un fugace cameo come cliente del bar. Al centro della storia troviamo uno scrittore alcolista, interpretato da Mickey Rourke, che ogni sera si azzuffa con il barista del locale sotto casa sua dove frequenta altri ubriaconi disperati come lui. Una in particolare, Wanda, incarnata dalla bellissima Faye Dunaway, sarà la sua croce e la sua delizia. Nel 2004 è Matt Dillon a calarsi nei panni etilici di Chinaski in Factotum, adattamento del romanzo omonimo di Bukowski dove, in un turbine di sesso e alcool, il protagonista passa da un bar all'altro, si cimenta in colloqui di lavoro e in impieghi da cui puntualmente verrà licenziato, invia racconti su racconti alle case editrici e lascia dietro di sé le donne che si accostano al suo caotico universo (nello specifico Marisa Tomei e Lily Taylor).

La campana di vetro

Sylvia: Gwyneth Paltrow in una scena del film

In questa gallery di biopic poetici la figura femminile è poco presente. Purtroppo il numero di poetesse che hanno inciso nella storia della letteratura è di gran lunga inferiore a quello dei colleghi maschi per via della mentalità e del pregiudizio vigenti in passato. Tra le pellicole dedicate alle coraggiose artiste che hanno sfidato le convenzioni sociali non possiamo, però, non citare un'altra opera firmata da Jane Campion. Nel 1990 la regista neozelandese dirige lo struggente Un angelo alla mia tavola, ritratto della traumatica esistenza della scrittrice e poetessa Janet Frame. Nel film, tratto dalla sua autobiografia, si racconta la vita della Frame partendo dall'infanzia trascora in solitudine in una povera famiglia contadina. A interpretare la scrittrice, rossa, riccia e perennemente pallida, sono tre diverse attrici diverse che incarnano le tre stagioni della sua esistenza. Dolorosa è la giovinezza, trascorsa in gran parte in manicomio dopo il tentativo di suicidio seguito alla morte della sorella e alle difficoltà economiche, i numerosi elettroshock a cui viene sottoposta per curare la sua schizofrenia e la lobotomia da cui si salverà solo grazie al successo del suo libro.

Meno convincente è Sylvia, biopic di produzione inglese che racconta l'infelice esistenza di Sylvia Platt, morta suicida nel 1963 all'età di trentun anni. La precoce poetessa, interpretata da Gwyneth Paltrow, viene mostrata in preda ai tormenti sentimentali causati dal suo matrimonio con il poeta inglese Ted Hughes (Daniel Craig) e alla depressione, malattia con cui conviveva dalla giovinezza e che si aggraverà dopo che il marito, da cui la donna ebbe due figli, la abbandonerà per un'altra donna. Nel 1994, durante il suo discorso di investitura davanti al primo Parlamento democraticamente eletto in Sud Africa, Nelson Mandela lesse una poesia intitolata Il bimbo morto di Nyanga di Ingrid Jonker. La vita della scrittrice afrikaneer, la sua ribellione nei confronti del padre, funzionario del governo e ministro della censura, la sua lotta all'apartheid e le relazioni sentimentali vengono narrate in Black Butterflies, biopic olandese in cui la Jonker è interpretata dall'appassionata interprete di Black Book Carice van Houten e il severo padre ha lo sguardo di ghiaccio di Rutger Hauer.

Alle fronde dei salici

Willem Dafoe in un primo piano tratto dal film Pasolini

In una terra fertile e letteraria come l'Italia le pellicole dedicate ai poeti si contano sulle dita di una mano. Prima di Mario Martone, possiamo citare un illustre precedente che risale al 2002. Si tratta di Un viaggio chiamato amore, di Michele Placido, che racconta la vita di Dino Campana. A interpretare l'autore dei Canti Orfici è Stefano Accorsi, affiancato da Laura Morante nei panni di Sibilla Aleramo, protagonista, con Campana, di una breve, ma intensa storia d'amore. Un tema coraggioso per Placido che si accosta alle vite della Aleramo, reduce da un tormentato rapporto con un uomo violento e costretta ad abbandonare il proprio figlio per riguadagnare la libertà, e Campana, definito da Emilio Cecchi "il miglior poeta che abbiamo", ma afflitto da disturbi nervosi che lo condurranno in manicomio. Una passione selvaggia e violenta che si consuma tra pianti, sesso, urla, fughe e ricongiungimenti in un turbine di follia.

Il giovane favoloso: Michele Riondino con Elio Germano in una scena del film

Assai meno passionale è l'approccio di Abel Ferrara a Pasolini. Nell'anno di Giacomo Leopardi è un autore americano, seppur con un pizzico d'Italia nel cuore, come Ferrara a tentare un approccio cinematografico di una figura come Pasolini raccontandone le ultime ore di vita. Prima di lui Marco Tullio Giordana si era accostato alla stessa materia con Pasolini - un delitto italiano concentrandosi sul processo al presunto assassino Pino Pelosi. Quello di Abel Ferrara, però, è uno sguardo allucinato, distaccato e partecipe al tempo stesso, che dà forma alle fantasie e ai progetti mai realizzati dallo scrittore e regista friulano in una scena orgiastica con venature trash, ne esplora il legame con i familiari, in particolare con la madre interpretata dalla pasoliniana Adriana Asti, il vissuto comune, ne lascia trapelare lo spessore intellettuale, il tutto con lo stile livido e frammentario che lo contraddistingue. Se Elio Germano è un Giacomo Leopardi perfetto, fragile, umanissimo, capace di lasciar sgorgare dalle labbra con spontaneità i versi iconici de L'infinito, Willem Dafoe è un Pasolini misurato, distante, quasi astratto. Due approcci opposti per due figure chiave della letteratura italiana. Chi sarà il prossimo?

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