Nicola Campiotti su Sarà un paese: “Una mappa attraverso i temi dell'Italia”

Il nuovo docu-fiction, che uscirà in sala col marchio Distribuzione Indipendente, è stato presentato alla stampa dal regista e dalla produttrice Stella Scapagnini, accompagnati dal giovanissimo protagonista.

Nicola Campiotti su Sarà un paese: “Una mappa...

L'ultima uscita annuale del catalogo Distribuzione Indipendente è nel segno della docu-fiction: un esordio, più precisamente, ad opera del regista (fattosi le ossa sui set di Wim Wenders e Marc Forster) Nicola Campiotti. Un esordio particolare, per il giovane regista romano, che ha ricevuto, oltre al sostegno economico del MiBAC, il patrocinio dell'Unicef in occasione del venticinquesimo anniversario della Convenzione ONU sui Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza: Sarà un Paese, infatti, è un film tipicamente "ad altezza di bambino", anche se non necessariamente rivolto (solo) al pubblico più giovane.

Il film di Campiotti racconta il metaforico viaggio del piccolo Elia e di suo fratello Nicola, sulle orme dell'eroe fenicio Cadmo: i due attraversano un'Italia afflitta dalla corruzione, dallo sfruttamento selvaggio del territorio, dal depauperamento delle risorse e dal malaffare eretto a regola di vita; incontrando storie, racconti, volti di persone che rifiutano di arrendersi. Italiani e stranieri, giovani e adulti, uniti da un linguaggio universale, figlio di quel dono iniziale (quello dell'alfabeto, e quindi della comunicazione) che la tradizione greca vuole appannaggio del leggendario eroe. Il regista ha presentato alla stampa romana il suo bel film, in uscita il 20 novembre, insieme al giovanissimo protagonista Elia Saman, al produttore esecutivo Stella Scarpagnini, al musicista Stefano Lentini e alla vicepresidente dell'Unicef Italia, Silvana Calaprice, in un incontro breve ma ricco di spunti di riflessione, cinematografici e non.

L'importanza del sostegno

Sarà un Paese: una scena

A prendere la parola per prima è stata proprio la rappresentante dell'Unicef, che ha parlato del valore sociale del film e dell'importanza della ricorrenza con cui coincide. "Quest'anno ricorre il venticinquesimo anniversario della Convenzione sui diritti dell'infanzia", ha detto Silvana Calaprice, "ed era impossibile trovare una modalità migliore, per celebrarlo, di quella del linguaggio cinematografico. Con questo film viene detto tutto: la realtà e i problemi sono visti dagli occhi di un bambino. È quello che noi facciamo da sempre: ridiamo loro la parola, ma il problema è che spesso sono gli adulti che non capiscono. Infatti, secondo me, questo è soprattutto un film per adulti: sono loro, infatti, che hanno difficoltà a comprendere i veri problemi che affliggono questa società. Non abbiamo cercato noi l'autore, è stato lui a scriverci per chiederci se il film poteva essere di nostro interesse. È stato il film giusto, perché ha rappresentato un pensiero e un'identità forte: è un film che rappresenta tutti i temi che noi da sempre affrontiamo."
"Come per ogni cosa importante è bella, non è stato un percorso facile", ha detto il regista. "Voglio ringraziare chi per 5 anni ha sostenuto questo lavoro: il cinema non si fa da soli, si fa insieme, e io ho avuto la fortuna di essere accompagnato da persone che hanno saputo ascoltare, tra cui l'Unicef. Occorreva essere disciplinati e attenti, mentre io non avevo un piano preciso, cosa che per un produttore è la peggiore; volevo solo partire. Resterò ottimista, rispetto al mio paese, finché ci saranno persone che sanno bene ciò che fanno: finché ci sarà una maestra che offre una chiave d'accesso alla realtà, un contadino che coltiva un certo tipo di grano per rispettare l'ambiente, un comitato cittadino che si batte per una causa giusta. Mi è stato detto che il film ha un'attitudine buonista: forse è vero, ma allora anche la Costituzione Italiana è buonista. La Costituzione dice cose di una semplicità disarmante: poi, sta agli uomini attuarle."

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Sarà un Paese: Elia Saman in una scena del film

Un attore niente affatto "piccolo"

Il regista ha poi parlato della scelta del giovane protagonista: "Non c'è stato nessun provino, nessun altro bambino, a parte Elia, era stato candidato. A un bambino, non puoi chiedere altro che essere bambino. Fabrizio De Andrè, nella sua canzone Amico Fragile, diceva 'ero molto più curioso e meno stanco di voi': ecco, io ho chiesto a lui solo questo, di essere curioso (e per lui non è stato per niente difficile) e di resistere un po' alla stanchezza."
A prendere la parola è stato, poi, proprio il giovanissimo Saman: "Lui non è venuto da me direttamente, ha proposto la cosa prima a mia mamma. A me ha detto solo di 'fare un'esperienza'. Il film è cresciuto piano piano. Il risultato è stato bello e gratificante. Mi sono divertito molto, anche se un po' ho sofferto la stanchezza." Qualcuno gli chiede un giudizio sui temi del film. "Quello che ho imparato, in questo film, è che l'Italia è un paese che può sia migliorare che peggiorare: è a metà." Una battuta, poi, sul carattere autentico o ricostruito di una significativa scena, che vede pregare un gruppo di ragazzi di diverse religioni: "In quella scena è stato tutto spontaneo, solo i ragazzi più grandi sapevano precisamente cosa dire." Un'altra domanda riguarda eventuali cose che lui, del film, avrebbe cambiato. "C'è stata una scena che è stata tolta e che mi sarebbe piaciuto fosse rimasta,", ha detto il piccolo attore, "quella in cui un uomo anziano, che aveva fatto la Seconda Guerra Mondiale, racconta la sua storia davanti al fuoco. All'inizio, comunque, mi immaginavo il cinema in modo diverso: credevo fosse una cosa più grande, col regista in alto, gli attori che si andavano a riposare nelle roulotte, ecc."

L'ottica produttiva

Un'immagine del documentario 'Sarà un Paese'

"Io Nicola lo conosco da moltissimi anni", ha spiegato la produttrice Stella Scarpagnini. "Eravamo addirittura insieme all'asilo. In questo progetto ci sono stati tre anni intensi, di condivisione quotidiana, che hanno segnato una grande crescita professionale e umana. La società che io rappresento nasce nel 1983 da un'idea di mio padre, Sergio Scapagnini. Siamo una piccola società, scegliamo i progetti in modo selettivo e non necessariamente seguendo una logica mainstream. Il film l'ho scelto perché già anni fa, con Nicola, si parlava dell'idea di sviluppare un suo progetto, visto che siamo amici. È stato, per noi, un grande motivo di gratificazione e fiducia ricevere il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali: è significato sfatare il mito che due giovani, con una sceneggiatura che era un semplice canovaccio, non potessero avere un riconoscimento del genere. Si parla dell'importanza della cultura: non vorrei fare della retorica, ma la cultura in questo film è presente, e in modo sincero. Il film è frutto di una grande onestà intellettuale e spirituale."
"Sembra un po' una frase fatta", è intervenuto ancora il regista, "ma la strada si fa andando. Io ho iniziato mandando mail, chiedendo sostegno per il film, e così sono nati anche rapporti umani, di amicizia. Io vado sempre nei posti, prima di tutto, senza telecamera: la fiducia va prima conquistata, la telecamere è sempre l'ultima cosa che viene fuori. È stato un lavoro lungo, on the road: alla fine avevamo 95 ore, che poi sono diventate poco più di una."

Le composizioni e il pubblico

Sarà un Paese: una scena tratta dal documentario di Nicola Campiotti

È stato poi il compositore Stefano Lentini a raccontare il suo lavoro per il film. "E' stata una bella esperienza", ha detto il musicista, "assolutamente non decisa a tavolino. È stata la storia a portarmi verso una certa direzione, con le composizioni. Per me è stata un'esperienza vera dal punto di vista creativo: ed è stato anche faticoso trovare un linguaggio che rispettasse le storie personali che venivano raccontate. Noi abbiamo una responsabilità verso le storie reali che si vedono nel film, storie che raccontano anche dolore".
Viene infine chiesto al regista se avesse in mente un pubblico preciso, quando ha iniziato la realizzazione del film. "Io sono un ragazzo ingenuo", ha risposto Campiotti, "e mentre facevo il film non pensavo al pubblico: semmai, pensavo a non far arrabbiare Stella, e poi pensavo a mia madre che era preoccupata, perché quando vedi un figlio che per tre anni fa solo una cosa, è normale essere preoccupati. Credo che questo lavoro possa essere un cammino per chi lo vuole utilizzare, non certo un obbligo. Chi vuole servirsene, può farlo, con le proprie gambe, la propria urgenza e le proprie critiche. Di perfetto, ci sono solo Dio e la natura, nient'altro. Il film è una mappa, un'esplorazione attraverso i temi del paese. Magari questi temi non ci saranno tutti, ma da qualche parte bisogna pur cominciare".

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