Mia madre fa l'attrice: Mario Balsamo ci racconta il suo complesso di Edipo

Mesi di trauma dopo aver realizzato il suo film: in una lunga intervista, Mario Balsamo ci confessa quanto sia dura portare il proprio vissuto al cinema. Ma si sa che la mamma è sempre la mamma!

Mia madre fa l'attrice: Mario Balsamo ci racconta...
Mia madre fa l'attrice

2015 – Documentario
2.5 2.5

Dopo Noi non siamo come James Bond, Mario Balsamo torna a parlare di sé nel tentativo di risolvere un problema irrisolto che lo tormenta praticamente dalla nascita: la relazione conflittuale con la madre. All'anagrafe Silvana Stefanini, arzilla 85enne ex attrice comparsa nel 1954 a fianco di Rossano Brazzi nel misconosciuto La barriera della legge.

Mia madre fa l'attrice: Silvana Stefanini e Mario Balsamo in un'immagine del documentario

Mia madre fa l'attrice, documentario on road che scava a fondo nel rapporto tra madre (ingombrante) e figlio, nasce da un progetto ventennale. "E' un regalo che avevo deciso di fare a mia madre, un regalo un po' ambiguo in realtà" ci racconta Balsamo. "In gioventù mia madre aveva recitato in un film con Rossano Brazzi, La barriera della legge, che non aveva mai visto. La mia idea era trovare il dvd. Regalarle a 70 anni la visione di un film in cui era giovane è un regalo un po' cattivello, ma d'altra parte la sua personalità debordante per me è sempre stata un problema. Questo film, però, era talmente difficile da trovare che mi ha dato l'idea per il mio progetto filmico. Ho cominciato a preparare il film, però, nel 2006 ho deciso di lasciar perdere perché non riuscivo a gestire il carico emotivo del rapporto con mia madre. Dopo Noi non siamo come James Bond, dove mi sono confrontato con la malattia, mi sono reso conto che c'erano delle questioni irrisolte. Tra queste vi è il rapporto scarno e conflittuale con mia madre, perciò ho deciso di riprendere in mano il film".

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Quando la realtà supera la finzione

Mia madre fa l'attrice: Mario Balsamo e Silvana Stefanini in un'immagine del documentario

Questa mamma è proprio ingombrate nella vita di Mario Balsamo che stavolta ha scelto proprio lei come compagno di viaggio del suo road movie familiare. Ancora un'adesione al linguaggio documentaristico, ma con qualche licenza poetica, necessaria visto il tema trattato. E non poteva essere diversamente, come conferma Balsamo stesso. "Ho anche provato a realizzare un film di finzione ispirato alla storia di mia madre, ma ogni volta che rileggevo il copione mi dicevo 'Quella deve essere proprio lei'. Così ho scelto di tornare al genere documentario usando un canovaccio minimo e lasciando ampio spazio all'improvvisazione. D'altra parte, come mia madre ammette nel film, lei può solo improvvisare perché non è in grado di imparare un ruolo. Tutto ciò che vedete nel film è la sua reazione a una serie di situazioni create da me". Il regista ha, però, trovato il modo di sfruttare al meglio l'irruenza della genitrice con qualche piccolo trucco: "Tra i vari espedienti, io davo uno stop, ma la troupe sapeva che quello stop era solo per mia madre. Quando lei credeva che non stessimo girando si sentiva libera e dava il meglio di sé". Un po' sconsolato, Balsamo aggiunge: "Io e mia madre non siamo mai riusciti a distinguere realtà e finzione. Per me esistono diversi piani di realtà, e lo dico da documentarista, il che è anche più grave. Quando mia madre ha interrotto la sua breve carriera da attrice, ha portato nella vita la sua capacità recitativa. Io ho sempre percepito questa cosa e ne ho sofferto. E' da lì che è nata la mia ossessione a girare un certo tipo di film".

Dalla vecchia Hollywood a Carlo Verdone

Mia madre fa l'attrice: Mario Balsamo di spalle in un'immagine del documentario da lui diretto

La materia personale ha convinto Mario Balsamo ad adottare ancora una volta la forma del road movie. D'altra parte, ogni film è un viaggio quindi perché non "mettersi in strada". Come spiega il regista: "Io sono un viaggiatore, ho sempre interpretato il film documentario come un viaggio. E i viaggi migliori sono quelli che ti fanno mettere in discussione te stesso. Sia per le modalità dell'improvvisazione sia perché dagli spostamenti nascono gli stimoli più forti, questo film non poteva che essere 'on the road'." Viaggio reale, ma anche metaforico, visto che il regista ha scelto di inserire nel film un trucco usato da molto cinema degli anni '50, i fondali finti che creano un effetto giocoso e artificioso al tempo stesso. "E' un omaggio al cinema degli anni '50, una citazione della vecchia Hollywood che è stato il cinema di riferimento di mia madre. Dopo l'embargo della guerra, quando sono arrivati in Italia i film americani mia madre ne vedeva tre al giorno al cinema. Ho pensato di riprodurre quella situazione con mezzi attuali e confesso che mia madre si è trovata a suo agio, si comportava come se stessimo viaggiando davvero". Tra tante trovate simpatiche e fantasiose, Mario Balsamo ha chiesto aiuto anche a un volto noto, complice di una delle scene più divertenti del documentario: Carlo Verdone. "Mia madre ancora non sa che il provino per il film di Verdone a cui l'ho accompagnata era finto. Carlo è stato molto generoso e si è prestato alla gag. Anche le altre persone che compaiono in scena pensavano davvero di partecipare a un provino. Alla fine non gli è andata male, sono state pagate e sono comparse in un film senza dover fare una selezione. Solo che il film non era di Carlo, ma era il mio".

Mia madre fa l'attrice: Silvana Stefanini sul set del documentario

On the road tra traumi e frustrazioni

Quanto è difficile mettere in piazza la propria interiorità? Raccontare se stessi e il proprio vissuto a un pubblico che si chiederà per tutto il tempo cosa c'è di vero e cosa è inventato? Come ammette Mario Balsamo, quest'esperienza creativa può diventare un vero e proprio trauma. L'autore ci confessa candidamente: "Io adesso dissimulo molto, ma la pesantezza emotiva e la difficoltà di gestire la scelta che ho fatto è molto forte. Il mio montatore ha toccato con mano la mia difficoltà nel rivedere alcune scene. Ci ho impiegato dei mesi. Mi ritengo una persona socievole, ma dopo aver finito il film sono stato tre mesi chiuso in casa in mutande. Il portato di questi film è difficile da gestire, sono come sedute psicanalitiche ultraconcentrate in cui però non c'è una guida che ti aiuta a metabolizzarle. D'altra parte la mia idea in questi film è creare un avatar. Quello sullo schermo non sono io. Almeno mi illudo che sia così. L'aspetto positivo della mia esperienza è che dopo la visione tante persone mi hanno detto di aver vissuto un'esperienza simile alla mia. Si è creata una comunità di figli maltrattati e adesso non mi sento più solo".

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