Galantuomini

2008, Drammatico

I Galantuomini salentini di Edoardo Winspeare al Festival di Roma

Il cinema italiano presente in concorso al Festival di Roma strappa ai giornalisti l'applauso più convinto con Galantuomini di Edoardo Winspeare. Per presentarlo alla stampa sono giunti nella capitale regista e cast.

Massimo Borriello

Al Festival di Roma, la Puglia violenta aveva già fatto capolino in concorso nei giorni scorsi con il dramma di Daniele Vicari, Il passato è una terra straniera. Dai pugni dei due amici-bari, si passa stavolta alle pistole della Sacra Corona Unita, nel melò-noir Galantuomini che segna il ritorno alla regia di Edoardo Winspeare, cinque anni dopo Il miracolo. Ambientato tra gli anni '60 e '90, il film, come da definizione del regista, è una storia d'amore impossibile tra due vecchi amici d'infanzia, una boss (interpretata magistralmente da Donatella Finocchiaro e un magistrato (Fabrizio Gifuni, che si consuma in un contesto di criminalità spietata che per un periodo relativamente breve ha strapazzato la splendida terra pugliese. E per la prima volta in quest'edizione del festival, un film italiano strappa un applauso convinto al pubblico di giornalisti accorsi di buon ora nella Sala Santa Cecilia per assistere all'intensa opera di Wispeare. In conferenza stampa, per rispondere alle domande della stampa, erano presenti regista e cast.

Edoardo Winspeare, com'è nata l'idea per la storia di Galantuomini?

Edoardo Winspeare: Ho fatto seminari di cinema in carcere e sono entrato in contatto, nel braccio femminile, con delle detenute che mi hanno raccontato le loro esperienze. Erano mogli e fidanzate dei 'vangeli', i picciotti della Sacra Corona Unita, e ho cominciato a girare un documentario su una di loro, una donna che faceva volontariato e poi è stata arrestata per associazione mafiosa. Io pensavo fosse una vittima e invece anche lei faceva cose brutte, come la Lucia del film interpretata da Donatella Finocchiaro.

Come si è avvicinato a quella terra, il Salento, che ha scelto di raccontare nel suo film?

Edoardo Winspeare: Ho utilizzato la bellezza del Salento per raccontare un'isola felice, anche dell'infanzia. Dal punto di vista visivo la Puglia era un terra bellissima negli anni '60, oggi in parte rovinata. Nel film prevale l'amore per questa terra, della quale è difficile non cogliere la bellezza. Volevo realizzare un affresco su una terra che ha perso la sua innocenza, perché oggi anche lì è solo il denaro ciò che conta e la Sacra Corona Unita è espressione di tutto questo, e anche i personaggi minori contribuiscono a raccontare questo cambiamento.

Lei racconta il periodo tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 come perdita dell'innocenza di questa terra.

Edoardo Winspeare: Si tratta di un momento storico interessante. La puglia è apparsa in quel momento sullo scenario italiano, prima non esisteva nell'immaginario collettivo che identificava col Sud solo Napoli e la Sicilia. Poi sono arrivati gli albanesi, è caduto il muro di Berlino e i criminali pugliesi hanno colonizzato il Montenegro, e le cose sono cominciate a cambiare.

Nel film è presente una certa fascinazione verso il male. Da dove deriva?

Edoardo Winspeare: Sono molto interessato alla differenza tra bene e male. Nel nostro paese il confine tra le due cose è molto labile. La Sacra Corona unita è utilizzata come metafora di un cancro, perché il vero cancro italiano è la mafia. Quando si fa un film la cosa più importante è farlo bene, poi sta allo spettatore giudicare ciò che vede. In Galantuomini è evidente che stiamo dalla parte del bene, ma vogliamo anche capire come si arriva al male. C'è c'è una fascinazione verso il male, rappresentata dal personaggio di Fabrizio Gifuni, mentre Lucia è invece un 'Giano bifronte', una donna criminale, spietata, che fa ammazzare il padre di suo figlio, e che cerca di galleggiare come può nella mediocrità maschile.

Fabrizio Gifuni, come si è preparato al suo ruolo?

Fabrizio Gifuni: Nei mesi prima di girare, sia io che Gioia Spaziani abbiamo parlato molto con i magistrati Cataldo Motta e Leonardo Leone De Castris, entrambi salentini e che mi hanno aiutato quindi a ricostruire antropologicamente il contesto di lavoro del mio personaggio. Volevamo che la storia fosse credibile e quindi ci interessava sapere cosa avrebbero fatto loro in una situazione del genere e se un rapporto come quello tra il magistrato e la boss fosse stato anche solo plausibile e ci hanno detto che storie del genere possono accadere.

Cosa ne pensa del suo personaggio?

Fabrizio Gifuni: Interpreto il ruolo di un uomo che ha costruito molto razionalmente la propria vita, nel solco di una tradizione di famiglia che l'ha portato a fare quel mestiere, che improvvisamente si sbriciola. La sua però non è una discesa negli inferi, ma un risveglio. Mi sono innamorato di questi personaggi perché non ci sono teoremi, c'è una messa in discussione di tante cose, una lotta tra la parte razionale, la ragione, e i sentimenti.

Qual è stato invece il lavoro di Donatella Finocchiaro per interpretare il suo personaggio?

Donatella Finocchiaro: Mi sono preparata principalmente osservano le donne salentine che, a prescindere dalla loro estrazione sociale, hanno tutte uno sguardo fiero, esattamente com'è quello della mia Lucia che è una donna dura, violenta, a tratti spietata. Il contesto dove ambientare questo sguardo era un'organizzazione criminale che ha contribuito ad accentuare gli spigoli di questa donna.

Non è facile vedere nel cinema italiano ruoli così forti e importanti declinati al femminile. Qual è il motivo secondo voi?

Edoardo Winspeare: Il motivo sta nel fatto che siamo un paese di maschi e maschilisti. Io racconto una donna criminale e intelligente, in mezzo a tanti cialtroni che ci siamo divertiti a prendere in giro, ma che volevamo anche rendere umani.

Donatella Finocchiaro: Il nostro è un mondo dove le leggi sono dettate dagli uomini. Anche Lucia è un personaggio che si impone in un mondo maschilista, riuscendo a conquistarsi un posto di potere. Mi ha intrigato molto il mio personaggio, anche per il suo comandare gli uomini.

Giuseppe Fiorello, lei nel film interpreta un bullo da bar. E' la sua prima volta da cattivo?

Giuseppe Fiorello: In realtà, è la prima volta che interpreto me stesso! Con questo film volevo infatti esorcizzare la mia parte nera. A parte gli scherzi, il mio personaggio è un perdente. Siamo negli anni '90 e a quei tempi esistevano davvero quei personaggi e quei gruppetti di delinquenti. Oggi non ci sono più quei bar, i criminali si vestono in altro modo e la tecnologia ha colpito anche loro. Per interpretare il ruolo ho preso ispirazione dalla mia vita, vissuta in un piccolo paese di provincia in Sicilia e di personaggi come Infantino ne ho conosciuti tanti.

Gioia Spaziani, lei è l'unico personaggio davvero retto del film, che non si trova ad affrontare alcun dilemma.

Giorgia Spaziani: Il mio è un personaggio che ha viaggiato sull'equilibrio, si è appassionato al suo lavoro e ha lottato per salvare la sua terra. E' un magistrato serio, ma non rigido o severo, un sostituto procuratore che ha una vita normale. Mi piace il suo istinto molto sviluppato, è testimone di quello che accade al suo collega, capisce che l'equilibrio di questi sta crollando e prende in mano la situazione, guidando anche il capo dei carabinieri nell'indagine. La mia è una donna forte, ma tutta femminile, dato che ha un intuito e un amore che solo le donne possono provare. Il mio personaggio si trova nel centro, dalla parte del cuore, da cui può fare incursioni sia nella testa che nell'istinto, che conosce la vita e la interpreta al meglio.

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