Happy End: l'indifferenza suicida della borghesia europea

Sardonico e tagliente, Happy End potrebbe essere considerato un Haneke "minore" perché meno devastante dell'opera immediatamente precedente, ma è l'ennesima prova della singolarità dello sguardo del maestro austriaco e una summa dei temi del suo cinema.

Michael Haneke torna a scrivere e a dirigere un lungometraggio a cinque anni dal capolavoro Amour, ed è più in forma che mai, spietato indagatore degli umani paradossi e lucido osservatore di una realtà che muta, esasperandoli. A settantacinque anni, Haneke firma con Happy End un film in cui ritrova il gusto della narrazione stratificata di Code Unknown e l'ossessione per il voyeurismo e la tecnologia della videosorveglianza di Niente da nascondere, ma riferimenti scoperti sono anche rivolti ad Amour attraverso il personaggio di Jean-Louis Trintignant, che non è esattamente lo stesso Georges, ma siamo in quei paraggi.

Happy End: un'immagine dei protagonisti

Lo scenario, stavolta, è Calais nel pieno della crisi dei rifugiati, che invadono le strade della città portuale in attesa di una possibilità di attraversare l'Eurotunnel; dramma autentico e urgente che resta cospicuamente sullo sfondo mentre in una sontuosa magione borghese la ricca famiglia dei Laurent insegue vuote ambizioni, racconta squallide menzogne, cova rabbia e frustrazione e corteggia fantasie morbose.

Attraverso lo schermo (dello smartphone)

Happy End: una foto dal set del film

C'è una bambina al cuore di Happy End, Eve, ma non la chiameremmo innocente più di quanto non avremmo fatto con i giovanissimi protagonisti de Il nastro bianco. L'incipit geniale del film introduce il suo punto di vista senza presentare il personaggio: ciò che vediamo è solo lo schermo dello smartphone mentre qualcuno filma sua madre, impegnata nei preparativi per la notte, e informa noi, i suoi ignari "follower", di quanto essa sia odiosa, al punto che il padre le ha piantate in asso anni prima lasciando la figlia sola a subire le angherie dell'instabile genitrice. Poi la misteriosa videocaster procede con un agghiacciante esperimento che non guadagnerà a Michael Haneke la stima delle associazioni animaliste.

Solo più tardi scopriamo chi c'è dall'altra parte dello smartphone, quando Eve viene accolta dal padre, uno degli influenti Laurent di Calais, i quali, oltre a dare un gelido benvenuto alla ragazzina rimasta sola dopo l'ospedalizzazione della madre, devono affrontare una crisi potenzialmente catastrofica a causa di un incidente avvenuto in uno dei loro cantieri che ha lasciato un operaio (immigrato) in fin di vita.

Il genio riluttante

Jean Louis Trintignant in Happy End

Una struttura stratificata e complessa, dunque, quella di Happy End, per un autore che non si è mai sognato di prendere per mano lo spettatore per rendergli il compito più facile. Per essere un cinico e un misantropo conclamato, Haneke dimostra una grande fiducia nell'attenzione e nell'intelligenza dei fruitori della sua opera, chiamati a mettere insieme i pezzi del puzzle, a ricostruire gli eventi (per lo più terribili) intercorsi fuori campo in occasione dei salti temporali che caratterizzano la sceneggiatura. Il risultato è elettrizzante e stimolante per chi si lasci affascinare da questo narratore tagliente e riservato, che ci lascia al buio negli snodi fondamentali per fermarsi a lungo sullo schermo di un computer, a immaginare l'identità di duepatetici amanti virtuali. Schermi e smartphone inclusi, la composizione visiva di precisione chirurgica continua ad essere uno dei punti di forza del cineasta austriaco, che qui torna a lavorare in tandem con il direttore della fotografia Christian Berger con esiti portentosi: ritroviamo così le riprese a camera fissa de Il nastro bianco, attraverso le quali si muovono i personaggi, spesso osservati a distanza, fisica ed emotiva, come da cifra stilistica hanekiana.

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Happy End: Michael Haneke e Mathieu Kassovitz sul set

Gli interpreti sono all'altezza dell'eccellenza complessiva, anche se Isabelle Huppert e Mathieu Kassovitz non hanno per le mani il ruolo più sostanzioso e pregnante della carriera (ma Isabelle viene fuori alla distanza). A colpire al cuore sono, manco a dirlo, il solito gigantesco Trintignant e la promettente Fantine Harduin che, nei panni di nonno Georges e della piccola e inquietante Eve, nella generale incapacità di registrare la sofferenza altrui stringono un'improbabile intesa, che spiana la strada per un finale in cui il dramma sfiora la farsa e Michael Haneke ci lascia, ancora una volta, sbalorditi.

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Alessia Starace
Redattore
4.0 4.0
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