Cillian Murphy ha avuto un'ascesa professionale analoga, per certi versi, a quella di un Johnny Depp senza tutto quel bagaglio di eccessi culminati nella quasi totale cancellazione avuta da colui che, per lungo tempo, è stato la star indiscussa del cinema indie americano e delle pellicole di Tim Burton.
Dal giorno in cui si è risvegliato nudo sul letto di un ospedale in una Londra ormai popolata di rabbiosi infetti in 28 giorni dopo e per tutti i primi dieci anni abbondanti del 2000, il suo è stato un nome molto apprezzato dalla critica e conosciuto più che altro da quella fascia di pubblico più attenta a quelle star non necessariamente da riflettori sempre puntati addosso.
Poi, nel 2013, è arrivata Peaky Blinders, la serie prodotta dalla BBC e ideata da Steven Knight, che è diventata, in modo istantaneo, un cult di quel magico periodo noto come peak TV. Con la sua rilettura della storia inglese d'inizio '900, di Birmingham nello specifico, realizzata con uno stile frenetico, sincopato, energico, con il suo postmodernismo stilizzato, si è subito imposta all'attenzione del pubblico di tutto il mondo. Cosa che è stata sicuramente aiutata anche dall'interpretazione di un Cillian Murphy che, a dispetto di una stazza tutt'altro che imponente, è letteralmente gigantesco in ogni scena in cui compare.
Cillian Murphy: un autentico gigante
L'immagine del suo Thomas Shelby che, coppola in testa e sigaretta in bocca, cammina al rallenty verso la macchina da presa mentre alle sue spalle il mondo prende letteralmente fuoco è di quelle che si imprimono a fuoco nella testa delle persone. E difatti, così come Peaky Blinders ha aiutato Murphy a diventare una star di prima grandezza anche prima dell'Oscar vinto con Oppenheimer, lo stesso artista irlandese ha fatto sì che le sei stagioni della serie firmata Steven Knight assumessero un'aura mitica elevandosi dalla massa.
E dopo l'ambiguo finale della sesta stagione, quella finale-per-modo-di-dire, siamo prontissimi a ritrovare Cillian Murphy col suo tormentato Tommy Shelby in Peaky Blinders: The Immortal Man. Un film che mette la parola fine-per-modo-di-dire alla storia della popolare banda criminale di Birmingham.
Gli spettri del passato nel film che chiude il cerco
All'inizio del film ci viene subito fatto presente che, come da prassi con Peaky Blinders, la Storia, quella con la S maiuscola, si andrà inevitabilmente a intrecciare con la storia, o le storie, di chi viveva a Birmingham durante la Seconda Guerra Mondiale. La trama di The Immortal Man è strettamente collegata a quell'operazione, realmente messa in atto dai nazisti durante il conflitto, che, tramite il lavoro dei prigionieri ebrei nei campi di concentramento impiegati per produrre sterline contraffatte in maniera sopraffina, puntava a far crollare l'economia del principale nemico europeo del Terzo Reich immettendo un quantitativo colossale di denaro nel tentativo di destabilizzare l'economia inglese.
Il tutto mentre la Luftwaffe tedesca bombarda l'Inghilterra a destra e manca, concentrandosi in maniera particolare proprio su Birmingham, uno dei principali poli di produzione di munizioni e armamenti necessari allo sforzo bellico degli Alleati. Thomas Shelby intanto vive isolato in una casa di campagna. Johnny Dogs è il solo della vecchia guardia dei Peaky Blinders che lavora ancora per lui, mentre lui trascorre il suo tempo scrivendo un libro autobiografico necessario a fare i conti con i tanti fantasmi che lo tormentano quotidianamente.
Nel mentre, a Small Heath imperversano le nuove leve dei Peaky Blinders, capeggiate da suo figlio Duke Shelby (Barry Keoghan), che ovviamente ha qualche conto in sospeso col padre, tanto che finisce per dare man forte al boss inglese John Beckett (Tim Roth) nella bieca operazione nazista. Dopo aver ricevuto la visita a sorpresa della zingara Kaulo (Rebecca Ferguson), sorella di Zelda, la madre di Duke Shelby, Tommy Shelby decide di tornare in azione.
Una storia che aveva senso raccontare
Diciamo che parlare di film di Peaky Blinders è un po' assurdo perché, considerando la portata della messa in scena della serie e la durata compresa fra i 50 e gli 85 minuti dei vari episodi, già i 36 capitoli delle 6 stagioni erano un po' dei "mini film".
Naturalmente qua la distinzione è più che altro di tipo narrativo: non abbiamo davanti una storia che si articola in sei puntate che si chiudono, magari, con un cliffhanger, ma una trama che inizia, si sviluppa e si conclude in 110 minuti. Una storia che aveva perfettamente senso raccontare perché, se nell'ultima puntata della sesta stagione Thomas Shelby era stato sostanzialmente salvato dal fantasma di sua figlia e aveva evitato di piantarsi una pallottola in testa dopo aver realizzato che non era affetto da nessuna tubercolosi incurabile, c'era comunque tanta curiosità di sapere cosa avrebbe riservato il futuro a questo personaggio così iconico. E da questo punto di vista fa piacere constatare come le dichiarazioni rilasciate alla stampa sia da Murphy sia da Knight dopo l'epilogo della serie - ovvero "torneremo a raccontare la storia di Thomas Shelby solo se avrà senso farlo" - abbiano resistito alla prova su strada di questo The Immortal Man.
Un film che non ha alcun senso di essere visto da chi non ha un minimo di dimestichezza con le travolgenti tragedie narrate in TV nell'arco di nove anni: sarebbe letteralmente incomprensibile. Ma che, al contrario, non potrà non piacere a chi ha visto e rivisto le puntate della serie, cercando magari di sopportare più comodamente l'attesa gustandosi le altre due creazioni targate Steven Knight, A Thousand Blows e House of Guinness, che per impostazione stilistica e ambientazione temporale sono come delle - riuscitissime - costole di Peaky Blinders. Magari meno crude e cattive, ma comunque accomunate dallo stesso DNA.
Conclusioni
Peaky Blinders – The Immortal Man è un film che non è fatto e pensato per i profani. È un regalo di Natale in anticipo che Steven Knight e Cillian Murphy hanno fatto a chi ha seguito con assiduità le sanguinose vicende della gang criminale di Birmingham. Il livello della scrittura e della messa in scena è quello abituale della serie: elevatissimo. Murphy giganteggia come sempre, tornando ad animare un Tommy Shelby che deve ancora chiudere i conti col passato. Un passato che si presenta anche sotto forma di un figlio che è stato lasciato alla deriva, del tutto a sé stesso, senza avere le stesse capacità del padre di tenere le redini di Small Heath. Una pellicola che chiude un importante capitolo e che, inevitabilmente, apre ben più che uno spiraglio sui potenziali sviluppi futuri del franchise.
Perché ci piace
- Potremmo guardare per ore Cillian Murphy che cammina al ralenty vestito da Peaky Blinders
- L'abilità assodata di Steven Knight nel mescolare la Storia e la storia
- Rebecca Ferguson, magnetica e carismatica, Tim Roth, perfido e traditore, Barry Keoghan, erede convincente
Cosa non va
- Letteralmente incomprensibile da parte di chi non conosce la serie