Il Sarto, la recensione: un dramma dalle atmosfere eccessivamente melodrammatiche

La nostra recensione de Il sarto, la serie turca disponibile su Netflix, che mescola a tematiche serie e drammatiche un approccio eccessivamente in stile soap opera.

Il Sarto, la recensione: un dramma dalle atmosfere eccessivamente melodrammatiche

Dall'approccio e dallo stile più vicini a una soap opera che a una serie drammatica, Il Sarto richiede ai suoi spettatori una totale sospensione dell'incredulità per riuscire a mantenerne viva l'attenzione fino al settimo episodio e riuscirne ad apprezzare qualche elemento.
Il progetto prodotto in Turchia per Netflix, come spiegheremo nella nostra recensione, porta infatti tutte le situazioni all'estremo e propone personaggi poco realistici all'interno di un intreccio che possiede più di un passaggio a vuoto ed elementi irrazionali.
La recitazione sopra le righe, i personaggi stereotipati, l'assurdità delle situazioni e un finale dopo sette puntate che sembra destinato a suscitare frustrazione più che curiosità, rendono la stagione dello show un fin troppo lungo primo capitolo di una storia che potrebbe proseguire potenzialmente persino a lungo.

La trama della serie Il Sarto

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Il Sarto:

Al centro degli eventi raccontati nella serie Il sarto c'è il trentunenne Peyami Dokumaci (Çagatay Ulusoy), un famoso stilista e sarto che lavora a Instabul. Nella vita del protagonista c'è però un grande segreto che teme possa rovinarlo per sempre. Il suo migliore amico e finanziatore è Dimitri (Salih Bademci), il cui atteggiamento è fin dai primi minuti all'insegna dell'uso di droghe e dalla poca considerazione nei confronti delle donne. Dopo una sfilata di successo, la vita di Peyami prende putroppo una svolta inaspettata quando la sua assistente, Suzi (Ece Sükan) gli annuncia che suo nonno (Engin Senkan), che gli aveva insegnato il mestiere e lo aveva cresciuto, è morto.
Lo stilista è così costretto a tornare a casa e a incontrare nuovamente il padre Mustafa (Olgun Simsek), fisicamente adulto, ma mentalmente ancora un bambino a causa di una disabilità di cui non si conosce la causa. Una serie di flashback svelano inoltre che Peyami è stato bullizzato a causa del padre, considerato lo "scemo del villaggio". La nonna e il padre di Peyami si trasferiscono quindi a Instabul, dove il sarto decide di mantenere segreta la situazione della sua famiglia, incaricando la propria assistente di trovare qualcuno che si occupi del padre e firmi un accordo che prevede la totale segretezza.
Peyami deve poi occuparsi delle modifiche all'abito da sposa di Esvet (Sifanur Gül), la fidanzata di Dimitri. Per rispettare le tradizioni religiose della famiglia dello sposo, lo stilista deve però prendere le misure bendato, non vedendo la sposa prima della cerimonia. La giovane, a insaputa di Peyami, è però vittima degli abusi psicologici e fisici del fidanzato.
A presentarsi per occuparsi di Mustafa, che deve subire i metodi brutali della madre per tenerlo sotto controllo, è poi Firuze che in realtà è Esvet, riuscita a fuggire al controllo di Dimitri.

Un progetto con tanti punti deboli

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Il Sarto:

La serie Il Sarto è stata creata da Onur Güvenatam, mentre la regia è stata firmata da Cem Karci. La storia è stata sviluppata da Gulseren Budayicioglu, con un passato nel campo della psichiatria prima di debuttare nel mondo dello spettacolo come presentatrice e sceneggiatrice. Sulla carta, considerando l'esperienza e il background delle persone coinvolte, ci si poteva quindi aspettare un contenuto contraddistinto da una maggiore attenzione per i dettagli e dall'approccio realistico. Il risultato, invece, è un progetto che paga il peso di uno stile enfatico in cui i momenti drammatici sono portati all'estremo e perdono ogni possibile punto di contatto con la realtà.
Pur provando a ignorare, basandosi sull'idea che purtroppo anche nella vita reale il peso delle tradizioni e la chiusura mentale possono essere così radicate da causare torture di vario genere al prossimo, le tante domande che emergono nell'assistere alle prime fasi della storia non vengono placate da una gestione convincente delle situazioni rappresentate. La fuga di Esvet e il suo tentativo di trovare la libertà diventa progressivamente sempre più irrazionale e incomprensibile, non trovando mai un modo per trasmettere il senso di oppressione provato dalla giovane, considerando la sua capacità di spostarsi per la città indisturbata alternato a tentativi di nascondersi nella proprietà di Peyami, senza dimenticare la quasi totale assenza di un piano razionale o del tentativo di un dialogo con qualcuno in grado di aiutarla. La storia della giovane, di cui non viene nemmeno mostrata in modo accurato l'origine della sua relazione con Dimitri, fatica a reggere la struttura narrativa puntata dopo puntata e nemmeno la nascita del legame con lo stilista/sarto appare costruita in modo coinvolgente o credibile.
La narrazione non riesce a rimanere ancorata alla realtà, nonostante sia apprezzabile la mancanza di un "eroe" in grado di risolvere magicamente i problemi della ragazza in difficoltà, oltre a mettere al centro una persona con traumi irrisolti che sta cercando di trovare il proprio posto nel mondo, provando a trovare un equilibrio tra il legame con la propria famiglia e una visione del mondo più contemporanea e distante da superstizioni e pregiudizi.
Se la figura di Peyami risulta comunque delineata in modo abbastanza convincente, offrendo numerose sfumature e un tentativo di approfondimento psicologico, lo stesso non può dirsi dei personaggi secondari come Dimitri o i membri delle famiglie dei due amici. Ogni tassello dell'intricato intreccio è infatti tratteggiato con l'unico scopo di far avanzare la storia a prescindere dalla sua verosomiglianza, passando da attimi che dovrebbero essere all'insegna della tensione a scene che sembrano ideate per evidenziare le differenze tra le differenze generazionali, e provare a suscitare qualche emozione negli spettatori. Al termine dei sette episodi è però realmente difficile lasciarsi coinvolgere dalla storia oltre il senso di malinconia e rabbia per la situazione delle vittime.

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Un livello artistico non impeccabile

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Il Sarto:

Gli interpreti della serie, penalizzati in parte dal doppiaggio in italiano non particolarmente efficace, non hanno a disposizione del materiale che ne possa valorizzare il talento e la versatilità. Cagatay Ulusoy prova a dare profondità ai sensi di colpa e alle ferite interiori di Peyami, rimanendo tuttavia bloccato in una recitazione monocorde e priva di chiaroscuri. Salih Bademci è convincente nella parte del villain, ma non va oltre la creazione di uno sociopatico senza possibilità di redenzione, dai comportamenti irrazionali e violenti legati a una possessività e a un senso del diritto che anima tutte le sue azioni.
Olgun Şimşek fa quello che può, ma è bloccato in un personaggio stereotipato e, stranamente considerando il background dell'ideatrice della storia, poco rispettoso nei confronti di chi soffre di qualche tipo di disabilità mentale. Dispiace, inoltre, assistere al poco spazio dato a Ece Sükan nel ruolo dell'assistente Suzi, la cui presenza nella storia sembra sempre sul punto di diventare rilevante e viene invece ripetutamente messa in secondo piano
Ad alzare lievemente il livello delle performance è però Şifanur Gül che riesce a rendere la sua Esvet una presenza empatica e sensibile, passando dalla disperazione alla capacità di provare comprensione per chi è in difficoltà, pur sapendo trasmettere il senso di angoscia e di oppressione che contraddistingue la quotidianità della giovane.
Lo stile scelto dal punto di vista visivo, in particolare per quanto riguarda i flashback, ricorda inoltre fin troppo le soap opera e nemmeno le musiche che accompagnano le puntate aiutano ad allontanarsi da quella sensazione, in parte probabilmente voluta.

Conclusioni

Il sarto, come abbiamo provato a spiegare nella nostra recensione, possedeva il potenziale per propore un racconto a metà tra Revenge e Dynasty, ma scivola poi inesorabilmente nel melodramma e in esagerazioni che non aggiungono nulla alla narrazione e, al contrario, la ostacolano e ne limitano l'impatto emotivo.
La visione delle sette puntate, anche a causa del più che prevedibile cliffhangeer finale, non offre molto a uno spettatore esigente e che non ama i racconti sopra le righe e poco sorprendenti. Chi apprezza invece delle atmosfere prive di sfumature e un susseguirsi di eventi, a tratti persino involontariamente comici, potrebbe comunque appassionarsi alla nascita dell'amore che lega Peyami ed Esvet e al loro tentativo di avere un futuro sereno.
Al termine della prima stagione c'è da chiedersi se l'investimento compiuto da Netflix possa avere dei frutti a lungo termine o si limiti a diventare uno di quei titoli che vengono visualizzati da un target specifico, per errore o solo per mancanza di proposte alternative.

Movieplayer.it
2.0/5
Voto medio
3.8/5

Perché ci piace

  • La mancanza di un eroe rappresentava una buona pase di partenza per lo sviluppo psicologico del protagonista.
  • L'interpretazione di Şifanur Gül è ben equilibrata tra emozioni ed espressività fisica.
  • Il Sarto, per chi ama le soap opera, è una proposta in linea con le proprie preferenze.

Cosa non va

  • Il tono melodrammatico e gli eccessi rendono la già fragile storia poco credibile.
  • I personaggi sono troppo stereotipati e privi di sfumature.
  • Il cliffhanger al termine del settimo episodio lascia inesorabilmente insoddisfatti.