Il Dio dell'Amore, recensione: i colori di Roma per una (non) commedia carica di bellezza

Il film di Francesco Lagi non sbaglia tono né sentimento, puntando a un racconto popolare in cui poter trovare un riflesso di grande impatto emotivo. Finalmente.

Francesco Colella ne Il Dio dell'Amore

Finalmente qualcosa di diverso, di nuovo, di sorprendente. Finalmente un cinema (italiano) capace di parlare d'amore senza l'ideologia della retorica, e senza il solito e rigido schema emotivo. Che Il Dio dell'Amore di Francesco Lagi fosse un gran bel film lo si capisce subito, dalle prime scene, dai primi colori. Il rosso e l'arancio colorano l'immortalità di Roma (ottimo lavoro quello di Edoardo Carlo Bolli alla fotografia), mentre uno sgualcito Francesco Colella si aggira tra i ruderi dei Fori Imperiali.

Ragonese Marchioni Scena Film
Marchioni, Ragonese e Corrado Fortuna

"Io abitavo proprio lì", dice direttamente in camera, rompendo la quarta parete. Colella, infatti, interpreta nientemeno che Ovidio: in abiti moderni e con piglio sornione, declina in camera - accompagnando il racconto - il sentimento più alto di tutti, sparendo e comparendo tra la folla accaldata di turisti. In qualche modo, una globalizzazione emotiva che compie un lungo giro, partendo da duemila anni fa. Un incipit notevole - forse tra i migliori visti di recente - che coglie tutto lo splendore, contorto ma irrinunciabile, della poesia umana.

Il Dio dell'Amore: tante storie, una sola bellezza

La trama ufficiale descrive Il Dio dell'Amore come "un viaggio, o un'esplorazione, nelle relazioni amorose" che si concentra "in modo corale" e "dal tono ironico" su alcune persone e sui "loro modi di amarsi". Ineccepibile, come è ineccepibile il cast che riempie la scena, alternando diversi fili narrativi che, come vuole una certa tradizione, si legano all'epilogo migliore. Senza andare troppo nel dettaglio - sarebbe superfluo - il film, sequenza dopo sequenza, racconta un insieme di amanti sconquassati da un Dio capriccioso e imprevedibile - "Ogni amante è un guerriero, e Cupido ha il suo accampamento", scriveva Ovidio - e inconsapevolmente legati da un destino pieno di (bellissime) sorprese.

La forza di un grande cast

Cimati Dio Amore Scena
Benedetta Cimatti in scena

Dicevamo del cast, e di quanto Francesco Lagi riesca a mantenerli presenti anche fuori dalla sequenza. Forza della scrittura - a firmare la sceneggiatura lo stesso Lagi insieme a Enrico Audenino - e forza degli interpreti, in rigoroso ordine alfabetico come vogliono i titoli di coda: oltre Colella, ecco Anna Bellato, Enrico Borello, Benedetta Cimatti, Chiara Ferrara, Corrado Fortuna, Vinicio Marchioni, Isabella Ragonese, Vanessa Scalera, Leonardo Maddalena, Elia Nuzzolo.

Sempre in parte, tutti credibili, vulnerabili, riconoscibili. Già, la riconoscibilità, e l'onestà di raccontare uno spaccato che vada "al di là di ogni sentimentalismo", preferendo lo sguardo popolare a quello imbolsito di una borghesia ben lontana dal pubblico più vero. Era ora: persone, non personaggi.

Di cosa si può scrivere, se non d'amore?

A tratti divertente e divertito, ricorrendo a vezzi estetici senza mai appesantire l'originalità d'umore, Il Dio dell'amore fonde gesti, sguardi, sensazioni e profumi lungo due ore di montaggio - forse troppe - costruendo un film che si immerge totalmente nel "caos sentimentale", per dare un nome alle emozioni, anche quelle più indecifrabili. Con estro e consapevolezza. Pur radicata nell'ecosistema romano - e non c'è nessun'altra città come Roma, con il suo poetico nome palindromo -, l'opera del bravo Lagi si richiama ai toni di una certa commedia newyorkese, dove il paesaggio si fonde con la storia: lontana dalla cartolina, ma vicina al cuore e all'identità dei protagonisti.

Chiara Ferraro Bellato
Chiara Ferraro e Anna Bellato

E poi la musica, altro sintomo: la traccia delicata di Stefano Bollani si mischia all'alternarsi delle stagioni, finendo per fondersi con il canto delle cicale. Non c'è nulla che suggerisca una romanità così forte, quasi trascendentale, in continua sorpresa. E se c'è pure l'ardente ambizione di puntellare Le metamorfosi di Ovidio, rileggendone i confini con eleganza e piglio, è nella scrittura che il film diventa materia vivida e mutevole. Del resto, di cosa si può scrivere, se non d'amore?

Conclusioni

Il Dio dell’Amorer racconta i sentimenti senza retorica né schemi rigidi, valorizzando l'imprevedibiltà di un'atmosfera suggestiva elevata dai colori di Roma. Se il cast corale è uno dei punti di forza, l’opera mescola ironia e profondità, facendo sì che l'impatto emotivo sia riconoscibile e soprattutto credibile.

Movieplayer.it
4.0/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • Il cast funziona.
  • La regia, calda ed elegante.
  • I diversi toni.
  • La riconoscibilità.

Cosa non va

  • Forse dura troppo.