Good American Family, recensione: Ellen Pompeo alla prova con una storia vera destinata a far discutere

L'attrice si è concessa una pausa da Grey's Anatomy per recitare in una serie che riporta sul piccolo schermo la drammatica storia di Natalia Grace. In streaming su Disney+.

I protagonisti di Good American Family

Ellen Pompeo si è concessa una pausa da Grey's Anatomy per dedicarsi ad altri progetti e ha scelto la serie Good American Family per mettersi alla prova con una storia vera che ha già attirato l'attenzione dei media e del pubblico in passato.
Al centro della trama c'è infatti la storia di Natalia Grace, un'orfana ucraina che viene adottata dai coniugi Barnett nel 2010 e a cui era stata diagnosticata la displasia spondiloepifisaria, un disturbo della crescita delle ossa che può portare ad anomalie scheletriche.

Cosa racconta Good American Family

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Ellen e Imogen nel ruolo di Kristine e Natalia

Michael e Kristine Barnett, interpretati da Mark Duplass ed Ellen Pompeo, accolgono nella propria casa Natalia, parte affidata a Imogen Faith Read, ma la situazione prende un'inaspettata svolta quando il comportamento della bambina assume contorni inquietanti e i due coniugi iniziano a pensare che non abbia 6 anni, ma si tratti di una giovane adulta affetta da nanismo che sta ingannando la famiglia, con l'aiuto di una dubbia organizzazione. Dopo aver cercato di fare chiarezza sulla situazione, Michael e Kristine prendono una decisione che ha un importante impatto sulla vita di Natalia e che porterà poi a uno strascico giudiziario che farà emergere nuovi dubbi.

Good American Family, come accaduto in precedenza con The Act, porta sugli schermi di Hulu (in Italia di Disney+), un caso di cronaca dal forte impatto emotivo e alimentando, proprio come nel caso di Gypsy Rose, il dibattito riguardante la possibile colpevolezza o innocenza delle persone coinvolte, provando a capire dove sono stati compiuti gli errori che hanno portato alla sofferenza dei protagonisti.

Una narrazione suddivisa in due parti

Gli episodi della serie creata da Katie Robbins, già in precedenza già autrice di Sunny e nel team di The Affair, sono strutturate in modo fin troppo netto passando dal punto di vista dei Barnett a quello di Natalia. Dopo i primi minuti in cui si gettano le basi per i motivi che conducono a una battaglia legale, il salto nel passato permette di approfondire la storia di Michael e Kristine, mostrandone i lati positivi e i tanti problemi che stanno affrontando nel loro matrimonio e nella vita quotidiana.

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I coniugi Barnett prima dell'adozione

L'arrivo nella loro vita di Natalia Grace viene portato sugli schermi televisivi enfatizzando il diverso approccio che caratterizza marito e moglie, enfatizzando in particolare la durezza della donna e l'apparente incapacità dell'accettare i problemi dell'uomo. Ellen Pompeo fatica più di Mark Duplass nel risultare naturale nella sua interpretazione, scivolando più volte in un'espressività forzata e forse maggiormente adatta ai drammi dell'ospedale Grey Sloan Memorial rispetto a una situazione complessa come quella vissuta tra le mura della famiglia Barnett. Attingendo, in modo comunque giustificato, alla tensione di alcuni famosi horror psicologici, Good American Family tratteggia la figura di un'orfana dai tanti lati oscuri, provando a far capire cosa hanno provato Kristine e Michael e ha alimentato i loro dubbi e una paranoia crescente.

Dal punto di vista della scrittura degli episodi, tuttavia, sarebbe stato forse più interessante compiere un salto nel passato per mostrare come Kristine avesse realmente affrontato i problemi dei suoi figli e dare spessore alle sue ambizioni, elemento narrativo poco approfondito. Le dinamiche esistenti nel rapporto con il marito risultano particolarmente portate all'estremo, tratteggiando Michael come un'anima quasi ingenua e facilmente malleabile e la moglie come determinata al punto da risultare fredda e pronta a sfruttare i figli per raggiungere i suoi obiettivi. Le scene tra marito e moglie durante il periodo del processo, inoltre, non appaiono del tutto giustificate a causa del salto temporale e di cambiamenti introdotti rapidamente nel corso della narrazione.

La svolta drammatica nel racconto

La seconda parte della miniserie sposta quindi l'attenzione su Natalia sgretolando l'immagine costruita negli episodi precedenti e facendone emergere tutta la vulnerabilità e i traumi. Imogen è particolarmente brava nella sua interpretazione, soprattutto nelle scene in cui la ragazzina si ritrova a sopravvivere da sola e va alla ricerca di un modo per continuare a vivere, combattuta tra il bisogno di stabilire legami e l'istinto a isolarsi.

La drammaticità della situazione in cui Natalia trascorre le sue giornate viene resa ancora più chiara dopo l'entrata in scena di Cynthia Mans, la moglie di un religioso interpretata da Christina Hendricks, che con la sua profonda empatia, sentimento che non cela comunque un certo interesse pratico, rende il contrasto tra le due figure materne ancora più evidente. L'interazione di Natalia Grace con la famiglia Mans permette di addentrarsi negli aspetti più tragici della storia, provando a mostrarne l'impatto psicologico sulle varie persone coinvolte.

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Imogen nella parte di Natalia

Lo svolgimento del processo e le indagini compiute, nonostante lo spazio dato agli 'interrogatori' delle persone coinvolte, viene mostrato in modo piuttosto affrettato e approssimativo, con rivelazioni importanti condivise rapidamente e senza soffermarsi su come e perché quelle informazioni possano essere state ignorate pur di essere giustificati nelle proprie azioni.

Il ribaltarsi delle figure di vittima e carnefice all'interno della narrazione risulta efficace a livello emotivo, seppur fin troppo privo di sfumature per quanto riguarda quello narrativo. La verità su quanto accaduto risulta così maggiormente basata sulla scelta di ottenere un impatto emotivo rispetto al tentativo di rappresentare in modo equilibrato l'esperienza di tutte le persone coinvolte in un caso ancora avvolto da molte ombre e che continua a far parlare di sé sui media con nuovi, inaspettati, capitoli della storia di Natalia Grace.

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Una foto della serie Good American Family

La visione delle puntate, tuttavia, risulta scorrevole e adatta al binge watching, non subendo cali di ritmo o passaggi a vuoto che potrebbero far diminuire l'attenzione degli spettatori.
La bravura di tutti i membri del cast coinvolti, pur con qualche sbavatura nelle performance, sostiene bene il racconto introdotto con bravura dalla regia dell'esperta Liz Garbus.
Come accaduto con The Act, tuttavia, rimane in sospeso un dubbio: è giusto ed etico drammatizzare, portando in più momenti all'estremo, eventi così drammatici senza un reale coinvolgimento delle persone coinvolte che stanno ancora affrontando quanto accaduto nella loro vita quotidiana?

Conclusioni

Good American Family si inserisce senza troppa difficoltà tra le proposte seriali ispirate a storie vere ideate e prodotte per sfruttare l'interesse e la curiosità degli spettatori.
Nonostante una costruzione basata sui contrasti e sugli elementi più sensazionali e di maggior impatto emotivo, gli episodi riescono a mantenere un certo equilibrio tra le due esperienze vissute, provando a portare sul piccolo schermo una narrazione in cui, come nella vita reale, i confini tra bene e male non sono netti e chiari.
Il cast risulta quasi sempre convincente e, in particolare, Christina Hendricks si conferma come un talento versatile capace di portare in scena personaggi complessi per cui è facile provare empatia. Imogen Faith Read sa inoltre interpretare Natalia risultando sempre credibile, anche nei momenti più estremi, dimostrandosi naturale e sostenendo il racconto con una maturità davvero notevole. Good American Family è una serie destinata a far parlare e riflettere, invogliando gli spettatori a ottenere più informazioni su quanto accaduto a Natalia Grace prima del suo arrivo negli Stati Uniti alla sua attuale situazione.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • I due punti di vista sulla storia risultano efficaci a livello narrativo e offrono un buon equilibrio.
  • L'interpretazione di Imogen Faith Read è convincente e molto emozionante.
  • Il racconto obbliga a compiere delle riflessioni sul modo in cui è stato gestito il caso e sui pregiudizi che lo hanno alimentato.

Cosa non va

  • I coniugi interpretati da Ellen Pompeo e Mark Duplass sono ritratti in modo approssimativo.
  • Molti punti importanti vengono solo accennati senza un reale approfondimento.
  • Il passato dei protagonisti è solo tratteggiato a grandi linee, nonostante sia essenziale per avere una chiave di lettura appropriata.