Avete presente il finale di Bastardi senza gloria? Quando il tenente Aldo Raine interpretato da Brad Pitt guarda dritto in camera e dice: "Questo potrebbe essere il mio capolavoro?". Ecco, ci siamo sentiti come lui alla fine della proiezione di Frankenstein in sala Grande, a Venezia 82, dove il film è in concorso. Solo che il capolavoro in questione è firmato da Guillermo Del Toro. Chiunque conosca la filmografia e la storia personale del regista sa che questo adattamento del romanzo di Mary Shelley è più di un semplice film. Si tratta del sogno di una vita, immaginato per la prima volta a 7 anni, quando il premio Oscar, oggi 60enne, di anni ne aveva soltanto 7.

Dopo tanta attesa, finalmente c'è riuscito. Grazie a Netflix, che, dopo Pinocchio, gli ha dato carta bianca per realizzare il suo progetto più personale. Il film, dopo una distribuzione nelle sale, arriverà infatti anche in piattaforma, il prossimo 7 novembre. Del Toro l'ha detto più volte: questi non sono soltanto personaggi. È come se il dottor Victor Frankenstein, qui interpretato da Oscar Isaac, il mostro, Jacob Elordi (davvero sorprendente) ed Elizabeth (Mia Goth) fossero membri della sua famiglia. Di più: fossero diverse parti della sua persona.
Come si fa quindi a dare un senso a un racconto, un mito fondante, che si fonde così indissolubilmente con la propria vita, sia artistica che personale? Del Toro è partito dal romanzo. Come ha detto più volte, quando l'ha letto la prima volta ha capito di essere una ragazza inglese di 19 anni dell'Ottocento, perché l'autrice, colei che ha inventato la fantascienza, si faceva le sue stesso domanda sul dolore, sulla morte, sul senso di essere umani. E quindi anche il film racconta una storia, ma da due punti di vista diversi: quello di Victor, lo scienziato, il "moderno Prometeo", e quella del mostro. Chi dei due è il vero essere orripilante? La risposta non è così semplice.
Una summa del cinema di Del Toro (e del mito di Frankenstein)
L'inizio di Frankenstein è di grande impatto: una nave incagliata nel ghiaccio, una minaccia che si avvicina. Una rabbia cieca e folle. I sentimenti forti sono una delle caratteristiche di Del Toro. E qui sono rappresentati nella loro forma più pura e viscerale. Prima di poter perdonare, di andare avanti, i personaggi hanno bisogno di essere i narratori della propria storia. L'autore però, come ha già fatto con la favola di Collodi, proprio perché conosce così bene il libro e la mitologia del mostro, ha deciso di cambiarlo. Questa lettura fonde infatti le parole di Shelley con i film della Universal e anche della Hammer (in cui Victor è cattivo, quasi un villain). C'è un accenno anche alla Sposa di Frankenstein (l'abito nuziale indossato da Goth è formato da un tessuto bianco composto da un nastro, che dà l'idea di bende).
In più ha aggiunto anche il personaggio di Harlander (Christoph Waltz), trafficante d'armi che vuole finanziare la ricerca di Victor. Chiunque conosca il cinema dell'autore sa che al centro di tutto, insieme all'amore, ci sono sempre anche la morte e la guerra, che non ha cura dei sentimenti dei singoli. Al regista di Guadalajara invece è proprio l'intimità di queste anime disperate a interessare di più. A questa coppia tragica, a questo padre e questo figlio ha donato una scintilla ribelle, una rabbia incontenibile, che nasce dal non essere capiti, accettati. Victor perché è considerato un folle, che gioca a fare Dio, la creatura perché invece non somiglia a niente che vive sulla Terra. E soprattutto non può morire, ponendo così fine alla propria solitudine. A entrambi è stato sottratto l'amore e, in qualche modo, devono colmare quel vuoto.
Vuoto che a Del Toro stesso fa evidentemente paura. Pensiamo alla sua Bleak House, che ha riempito di oggetti di scena, statue a grandezza naturale di mostri e creature (di Frankenstein ne ha più di una), libri, provette, costumi. Anche questo film è colmo di cose: la costruzione del laboratorio di Victor è una gioia per tutti gli amanti delle prop. Impossibile non pensare a tutti i suoi lavori precedenti, in cui organi umani sotto formalina diventano veri e propri personaggi. In questo accumularsi di cose e sentimenti, l'unica cosa pura e da proteggere è la gentilezza e la reciproca comprensione umana. Avviene tra Victor e sua madre, tra la creatura ed Elizabeth. E viene calda e commovente anche da un uomo cieco che ha imparato a non avere paura di ciò che non conosce.
Jacob Elordi è magnifico

La regia di Del Toro è inconfondibile, lo stile di scenografie e costumi perfetti, così come la colonna sonora di Alexandre Desplat. Ma un grande elogio se lo merita soprattutto il cast. Oscar Isaac sappiamo sia un grande attore, così come Waltz. Mia Goth è ormai la nuova regina dell'horror americano. La vera sorpresa è però Jacob Elordi. Fisicamente perfetto (il suo viso spigoloso ricorda quello di Boris Karloff, storico interprete della creatura nel film anni '30 e l'altezza notevole ne fa una figura imponente), è in realtà nell'interpretazione che dà il suo meglio. La voce, che si fa sottilissima o terrificante in pochi istanti. E poi gli occhi pieni di dolore, motivo principale per cui il regista l'ha scelto. Fino a oggi qualcuno poteva dire che fosse solo un attore buono per ruoli "da bello", adesso invece anche i più severi dovranno ammettere di trovarsi di fronte a un interprete raffinato.

L'attesa di Frankenstein di Del Toro è stata dunque lunghissima, ma ampiamente ripagata. Vogliamo essere scaramantici quindi e tirare fuori il detto "non c'è due senza tre". Dopo Pinocchio e Frankenstein a Del Toro manca soltanto una altro sogno da realizzare: portare su grande schermo Alle montagne della follia di Lovecraft. Vogliamo crederci: un amante del cinema così appassionato e generoso merita di raccontare anche questa storia.
Conclusioni
Se amate il cinema di Guillermo del Toro e il libro di Mary Shelley non potrete non voler bene a questo adattamento di Frankenstein. Il regista lo sogna da tutta la vita e si sente: c'è un calore, un'umanità e una tenerezza anche nei momenti più duri a cui è difficile rimanere indifferenti. Laddove non c'è amore non può che esserci rabbia infinita. E quindi non resta che raccontare la propria storia consapevolmente. Del Toro dà questa possibilità sia a Victor che al mostro. Il risultato è un racconto commovente.
Perché ci piace
- L'idea di Del Toro di mettere insieme e rielaborare tutta la mitologia legata a Frankenstein, dal libro ai film anni '30.
- Scenografie, costumi e props.
- L'interpretazione sorprendente di Jacob Elordi.
Cosa non va
- Abbiamo amato questo film: l'unico difetto che vogliamo sottolineare è la CGI non sempre perfetta.