Fammi il piacere, recensione: un film 'vibrante' ma troppo conservatore

La buona intesa tra Alexandra Lamy e François Cluzet potrebbe non bastare a salvare la commedia da una dimensione eccessivamente patinata.

Alexandra Lamy e François Cluzet

Tecnica, sostanza, narrativa, spunti e riflessioni, senza allentare mai una certa emozione che si miscela con il divertimento. Dietro Fammi il piacere c'è la visione di un cinema femminile che parte da una variazione sul tema sessuale-amoroso. La regista Reem Kherici - su una sceneggiatura firmata insieme a Gari Kikoine e David Solal - muove da uno spunto che, a sentirlo, equivale a una condanna. Una donna confessa: "Non ho mai provato un orgasmo". Com'è possibile? Come rimediare? Magari con un sex toy.

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Alexandra Lamy e François Cluzet

Già, perché nella sua patinata confezione da commedia Fammi il piacere sfrutta, a portata di fiction, la vera storia (seppur romanzata) dietro l'invenzione del Womanizer, lo strumento che ha rivoluzionato il piacere femminile basato sulla stimolazione clitoridea tramite onde d'aria. Un'innovazione concepita, pensate un po', solo nel 2014 da un ingegnere tedesco.

Fammi il piacere: come accendere l'orgasmo

La vicenda ruota attorno a Fanny e Thomas (Alexandra Lamy e François Cluzet), felicemente sposati da vent'anni. Si amano, sono complici ma, all'improvviso, una verità taciuta esplode: Fanny confessa di non aver mai provato un orgasmo. Thomas, che fa l'ingegnere, è sotto shock. Si aprirebbe una sequela di parentesi sul fingere o non fingere, sulla fiducia nell'altro/a e sulle aspettative sessuali, se non fosse che l'uomo decide di ovviare mettendosi al lavoro su un dispositivo che rivoluzionerebbe il piacere femminile. Quella che sembrava una specie di crisi familiare, alla fine, si rivela la migliore delle occasioni.

L'alchimia tra Alexandra Lamy e François Cluzet potrebbe non bastare

Insomma, il materiale umano e di partenza ci sarebbe, sostenuto anche dall'alchimia tra Alexandra Lamy e François Cluzet, evidenziata a più riprese dalla stampa d'oltralpe. Tuttavia, se non fosse per questa nobile e didattica intenzione di parlare apertamente di anorgasmia, Fammi il piacere rischierebbe di perdersi nel vasto mare delle commedie francesi che si incastrano dietro schemi già visti e ripetuti.

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Un momento di Fammi il piacere

Nonostante il successo al botteghino in patria - dove l'opera della Kherici ha superato le 300mila presenze - sarebbe sbagliato usare i numeri come unico biglietto da visita. In poco meno di novanta minuti finisce dentro al film un po' di tutto, e forse persino troppo: una certa goffaggine maschile mischiata a una tenera impreparazione alla vita, il bisogno di re-inventarsi, la scoperta (e la cognizione) del proprio corpo, oltre l'età e oltre le rughe.

Una commedia "al servizio"

C'è però da dire che il film si muove senza muoversi davvero: da un lato sfoggia l'audacia di portare sul grande schermo un tema poco esplorato senza mai cadere nella volgarità o nel grossolano, dall'altro si trascina una messa in scena fin troppo patinata, con una fotografia luminosa che toglie verità e sostanza. Una commedia d'amore che non si fa rivoluzione (anche sessuale), sfuggendo a ogni minimo intercalare che potrebbe anche solo suggerire un minimo di volgarità.

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Una scena con Alexandra Lamy e François Cluzet

C'è poi da considerare - cose non banale, soprattutto quando lo script va in sofferenza - uno standard visivo ed estetico pressoché nullo, senza identità e senza spirito, riflettendo - lo ripetiamo - una sceneggiatura che punta alla circostanza, privando al film una tridimensionalità che vada al di là dell'intesa tra Alexandra Lamy e François Cluzet. Per questo, alla lunga, il divertimento si assottiglia, come tende a evaporare il lato emotivo, lasciando sul fondo una visione "al servizio" di un cinema davvero troppo conservatore.

Conclusioni

Fammi il piacere parte o almeno si ispira alla creazione del Womanizer, rivoluzionario sex toy ma, al netto della buona intesa tra Alexandra Lamy e François Cluzet, il film soffre di una patina eccessivamente monodimensionale, che punta a una struttura da cinema fin troppo conservatore.

Movieplayer.it
2.5/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • La buona intesa tra Alexandra Lamy e François Cluzet.
  • La storia.
  • Gli intenti.

Cosa non va

  • Tutto troppo patinato.
  • Una regia incolore.
  • A tratti, un linguaggio conservatore.
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