"Daje, daje, daje!", così esordisce Fabio Volo, dall'altra parte del telefono. Un quarto d'ora d'intervista, tra uno slot e l'altro, ritagliato nel mezzo del turbinio che contraddistingue le tipiche e convulse giornate di promozione. L'occasione? L'arrivo in sala di Prendiamoci una pausa di Christian Marazziti, commedia su tre coppie alle prese con il più classico dei break sentimentali, in cui lo scrittore nonché speaker - tornato alla recitazione dopo Una gran voglia di vivere del 2023 - fa coppia con Ilenia Pastorelli.
Al centro dell'intervista, Volo, brillante e disponibile, rilegge l'idea dietro l'amore - e di quanto oggi l'amore faccia "paura" - arrivando indietro fino ai suoi due primi libri divenuti generazionali, Esco a fare due passi e È una vita che ti aspetto. Manifesti generazionali di un'epoca più "leggera e selvaggia".
Prendiamoci una pausa: intervista a Fabio Volo
Prendersi una pausa vuol dire anche cambiare, affrontare l'ignoto. Lei come affronta i cambiamenti?
"Odio la staticità, non riesco a stare fermo. Il cambiamento mi affascina, ma alcuni sono accompagnati dal dolore. È chiaro, sono questi i cambiamenti che portano le rivelazioni più importanti. II resto è tutto in divenire. Alcune certezze durano poco, bisogna sempre puntare all'evoluzione".
Fabio, ma oggi l'amore fa davvero paura?
"Secondo me ci sarebbe da fare una distinzione. Chiamiamo amore ciò che amore non è. Le relazioni, oggi, sono relazioni perché unite da altre dinamiche. Le paure nascono perché non c'è educazione sentimentale. Si vive con il freno tirato: non ci si lascia andare, pretendendo una forma di controllo. Questo non ha nulla a che fare con l'amore reale. Piuttosto, oggi l'amore è un anti-dolorifico alla solitudine".
È vero allora che oggi siamo tutti più soli?
"In parte. L'amore nasce tra due solitudini, ma è difficile amare un altro o un'altra senza conoscere te stesso. Ci si sente soli perché non sappiamo più stare soli".
L'iper-costruzione della nostra immagine ha creato dei mostri?
"Penso che molte persone mettono in vetrina ciò che non sono. Filtri e fotografie. C'è un Io idealizzato. È questione di edonismo. Un edonismo della perfezione, che non ha nulla a che fare con il sentimento dell'amore".
La fiducia nelle nuove generazioni
Ripensando anche al suo percorso, in particolare ai suoi primi due libri, oggi abbiamo perso la leggerezza dei sentimenti?
"Sì. C'era più spensieratezza, era tutto più selvatico, reale e vivace, toccavi le persone. Era tutto più imperfetto e biologico. Oggi ogni performance induce al timore, sei segnato da scale di paragone sempre più grandi. Sei costantemente osservato, anche da quelli che non ti vogliono bene. È tutto più performante. Pensa, un mio amico farmacista mi dice che nel weekend vende il Viagra ai ragazzi, e non alle persone anziane. Questo dice tutto".
Allora le chiedo: ha fiducia nelle nuove generazioni? La società è sempre pronta a puntare il dito contro di loro.
"Credo sempre all'essere umano, e ci sarà qualcuno che si salverà. Viviamo in una società distratta, troppo veloce. Ho due figli maschi, se li rendo coscienti c'è più possibilità di poterli salvare. La misura siamo sempre noi, non la tecnologia".
Non ci gustiamo più nulla? È tutto troppo veloce?
"Vado veloce nelle mie cose, ma non seguo la velocità sociale, ecco. Vado a letto alle 10 di sera. Mi sono costruito il mio ritmo, ed è vicino a quello della luce. Mi sveglio con il sole, e mi addormento con il buio. Un ritmo biologico. La velocità non mi rappresenta, per le cose importanti mi prendo il giusto tempo".
Fabio Volo regista?
La radio, i libri, i copioni. Il tempo per una regia? Ci sta pensando?
"In molti me lo dicono, o me lo chiedono. Mi sono allontanato dal cinema e dalla tv quando sono diventato padre, e poi mi sono riavvicinato al set. Quando i miei figli saranno più grandi magari un film potrei pure dirigerlo".
Preferisce un genere?
"No, o almeno non direttamente. Anche quando scrivo non decido mai prima che storia scrivere. Parto da un'intuizione, da qualcosa che mi incuriosisce. E così sarà se dovessi diventare regista".
Ultima cosa: in Prendiamoci una pausa spunta un iPod. Che effetto le ha fatto tornare al 2006?
"(ride ndr.) Mi ricordo che mi fu regalato un iPod, devo averlo ancora da qualche parte. Venivo dalle musicassette e dai lettori CD anti urto, che collegavo allo stereo della macchina. Ripensandoci oggi, devo dire che sembrano passati 50 anni, è stato come maneggiare una lanterna a olio".