Due Procuratori, intervista a Sergei Loznitsa: "Lo stalinismo potrebbe tornare"

Dopo Cannes e l'anteprima italiana al Trieste Film Festival, ecco il film ispirato ad un racconto di Georgy Demidov sul regime del terrore staliniano nell'Unione Sovietica del 1937.

Aleksander Kunetskov in una scena di Due Procuratori

L'anteprima nazionale del suo ritorno al cinema di finzione, Due Procuratori, al Trieste Film Festival è l'occasione, per il regista ucraino Sergei Loznitsa di affermare ancora una volta che la sua arte, la sua creatività sono al servizio di una missione, quella di scuotere le coscienze, politiche e sociali dei suoi connazionali e del mondo, affinché la storia non si ripeta.

Tratto da un racconto di Georgy Demidov, prigioniero politico durante il regime del terrore staliniano, il film è ambientato nell'Unione Sovietica del 1937 e dentro la burocrazia della repressione dove ogni minima opposizione viene sistematicamente annientata. I due procuratori del titolo sono il protagonista (Alexander Kuznetsov), un giovane agli inizi della carriera e portatore di quegli ideali di rivoluzione puri e senza compromessi e un procuratore di regime (Andrey Kazakov), ormai da tempo nel sistema e che quegli stessi compromessi li ha ormai abbracciati senza pietà fino a farli diventare la regola. Con altri pochi giornalisti, abbiamo dialogato via Zoom con Sergei Loznitsa per farci guidare lungo questo suo racconto di un passato nefasto, forse il primo di una serie.

Il ritorno alla finzione di Sergei Loznitsa

Due Procuratori Alexander Kuznetsov Foto
Aleksander Kunetskov in una scena di Due Procuratori

Era da quasi dieci anni che Loznitsa non si dedicava alla regia di un lungometraggio di finzione, dopo la commedia nera Donbass, presentato a Cannes in Un Certain Regard. La domanda al regista è dunque d'obbligo: perché tornare ora e perché la novella di Demidov? "In realtà non sono "tornato" alla fiction: non l'ho mai lasciata", precisa per poi spiegare il motivo dell'assenza: "è successo perché, come ricorderete, nel 2020 c'è stato il Covid e nel 2022 la guerra in Ucraina: la Russia ha attaccato l'Ucraina. In quelle condizioni era impossibile girare il film che stavamo preparando".

E ancora, "Due anni dopo Donbass, stavamo lavorando a un grande film epico sull'Olocausto in Ucraina, intitolato Babi Yar, ma ho dovuto fermare il progetto. Dopo questo ho deciso di tornare al tema del sistema repressivo sovietico, all'epoca di Stalin. Dopo due documentari d'archivio, State Funeral del 2019, sul funerale di Stalin e The Trial (Process) sul processo staliniano, volevo continuare su questo argomento, perché ci sono pochi film in merito, e invece è un tema importantissimo. E soprattutto perché quel sistema, in certe forme, esiste ancora: in alcuni paesi è presente, e in altri potrebbe tornare, o essere "imitato", riorganizzato, ripreso".

La burocrazia, il sistema

Due Procuratori Alexander Kuznetsov Immagine
Aleksander Kunetskov in una scena di Due Procuratori

In Due Procuratori, una richiesta d'aiuto arriva sulla scrivania di un giovane procuratore, Aleksandr Kornev, appena nominato. Quest'ultimo si immerge nel fitto mondo di abusi e illegalità commesse dagli agenti corrotto dalla polizia segreta, l'NKVD, di cui è vittima il prigioniero che gli ha chiesto giustizia. È una discesa agli inferi, documentata sulla base degli scritti del fisico Demidov, che quelle viscere le ha abitate, poiché sopravvissuto alla "vita" nel Gulag per ben 14 anni.

Loznitsa racconta una sola persona in balia degli ingranaggi di un sistema burocratico corrotto e silenzioso: "Questo film è il primo di tre che vorrei realizzare basandomi sui romanzi di Demidov - dichiara il regista. "Da fisico lui non descrive solo il destino dei singoli, ma descrive il sistema: costruisce un modello, a diverse scale, di come funziona. È per questo che ho scelto il suo romanzo. Per me qui è importante anche un altro punto: il romanzo parla di errori. Errori di chi entra in contatto con la repressione e non capisce come funzioni il sistema, quindi prende sempre decisioni sbagliate. Il giovane procuratore non è ingenuo perché stupido: semplicemente crede nella giustizia e desiderarla è normale. Ma non capisce in quale società vive."

Due Procuratori Alexander Kuznetsov Scena
Aleksander Kunetskov in una scena di Due Procuratori

Un idealista può cambiare qualcosa in quella società? vi rispondo che è impossibile. Nel film mostro lo scenario peggiore. Lo scenario migliore non lo conosco. È impossibile perché il sistema è costruito su una base sbagliata: l'idea di costruire la società con le persone "giuste" e reprimere le "sbagliate". E si decide chi è giusto o sbagliato secondo un'ideologia. I nazionalsocialisti decidevano nel sangue; i sovietici secondo un concetto ideologico".

Per rendere questo pensiero, Sergei Loznitsa realizza un film dal tempo sospeso, dall'atmosfera paranoica, oltre il realismo: "con il direttore della fotografia, abbiamo deciso che la camera non si muove, resta statica, perché la prigione è statica - rivela Loznitsa e prosegue: "abbiamo escluso tutti i colori che per noi richiamano la vita. Restano grigio, nero, marrone, un rosso scuro. Il mio attore poi comunica tutto con il volto e con gli occhi. C'è anche del grottesco poiché la situazione lo richiedeva. E uso una citazione: la prima scena sul treno richiama a Anime Morte di Nikolaj Gogol, con quella figura pedante e straniante. È una storia sulla possibilità della giustizia, e su cosa accade a una società quando la giustizia non è possibile".

Il rapporto del film con l'oggi

Due Procuratori Alexander Kuznetsov Foto Del Film
Aleksander Kunetskov in una scena di Due Procuratori

Sergei Loznitsa realizza Due Procuratori come monito al presente ed al momento storico critico che stiamo vivendo. Lo ha sempre dichiarato con chiarezza sin dalla premiere di Cannes dove a Variety aveva detto: "Guardando questa storia del passato, riconosciamo anche il presente. Sembra che stiamo tornando al periodo precedente alla Seconda Guerra Mondiale e che non si sia imparata nessuna lezione dagli eventi accaduti 80, 90 anni fa. È per questo che mostro solo una piccola parte di quel regime totalitario che sembra stia tornando, la cui ombra incombe all'orizzonte".

Alla luce di queste riflessioni sul presente, interroghiamo dunque Loznitsa: è da una burocrazia estrema e fitta e dalle regole ferree e insuperabili che si riconosce una dittatura? "La burocrazia è una condizione - risponde - e può produrre perversioni ovunque. E chi arriva al potere in modo democratico, se è un "animale politico" , spesso vuole conservarlo e trova il modo di tenerlo il più a lungo possibile. Dipende dalle persone: se gli permettono o no di farlo. La burocrazia diventa uno strumento: "niente di personale". È un segno del nostro tempo".

Prosegue, "In queste condizioni dobbiamo restare vigili: non possiamo dormire. Guardi cosa succede nel mondo: è un vaudeville burocratico. Se qualcuno scrivesse una sceneggiatura così e la portasse a Hollywood direbbero: "No, è troppo". Perfino per Jim Carrey sarebbe troppo. È tutto imprevedibile ed al tempo stesso prevedibile, perché dai tempi di Nerone e Caligola il "clown al potere" è già accaduto. Il fatto che riaccada oggi dice qualcosa su come è organizzata la società e su come stiamo perdendo il controllo".

Siamo dunque spacciati, un po' come il giovane procuratore del film, il cui fato, in questa dinamica, è appunto, per seguire il discorso del regista, più che prevedibile? Che spazio c'è per gli ideali oggi? "Senza idealismo la Terra non girerebbe. Dobbiamo credere in qualcosa che stia oltre la linea dell'orizzonte. Platone la chiamava "idea". Impossibile realizzarla pienamente, ma dobbiamo averla. È un paradosso: è necessaria, e in ogni situazione concreta ti muovi verso di essa, ma non la raggiungi mai"

La missione di un regista

Due Procuratori Alexander Kuznetsov Foto
Aleksander Kunetskov in una scena di Due Procuratori

"Ha raccontato gli impulsi peggiori dell'umanità" con queste parole la rivista Variety lo descrive. Si ritrova in questa descrizione il regista nato in quello che un tempo era l'URSS? "Non so. Quando faccio un film non è il mio criterio dire "voglio raccontare il peggio". È vero, molti film che ho fatto parlano del male, delle sue diverse forme ma li faccio perché dobbiamo discuterne, studiarlo, osservarlo: esistono cose pericolose nella nostra vita e voglio indicarle. E poi li faccio anche per un dovere: se non ne parliamo, le persone colpite e punite scompaiono dalla memoria, come se la storia non fosse mai esistita. Però sogno di fare una commedia: magari sorprenderò tutti. Per ora però, ho in programma di continuare con film su quell'epoca. E in questo momento sto lavorando anche a un film d'archivio sull'Unione Sovietica: abbiamo trovato in Italia un materiale straordinario girato da cineasti italiani in URSS negli anni '70, l'età d'oro dell'era di Leoníd Brežnev."

La guerra in Ucraina secondo il regista

The Invasion 2
Una scena dal documentario The Invasion di Sergei Loznitsa

Tra le ultime domande a Sergei Loznitsa, c'è quella, inevitabile, relativa al suo paese ed alla guerra in atto. Il regista, già a Cannes 2024 aveva documentato la lotta del suo paese contro l'invasione russa con il documentario The Invasion. C'è speranza che il conflitto finisca? risponde lucidamente: "La speranza esiste sempre, ma adesso non vedo forze capaci nemmeno di "congelare" la situazione. E non è un "conflitto", è una guerra. E non è in Ucraina, è in Europa. Una parte enorme dell'Europa partecipa con soldi e armi. E non sappiamo davvero "da che parte" stiano gli USA oggi: questo rende la guerra ancora più complicata. Siamo su una traiettoria verso il basso, verso l'inferno, e non siamo ancora al fondo. I giovani forse possono spostarsi, ma gli anziani? Senza acqua, con 5 gradi in casa, al buio... è insostenibile. Per me la situazione è disperata. Sì, la guerra finirà prima o poi, ma non so quando, non so come, e non so chi verrà coinvolto in futuro".