Finalmente in Italia dopo il successo ottenuto al Festival di Cannes 2025 dove ha vinto il premio Un Certain Regard, Lo sguardo misterioso del fenicottero, diretto dal regista cileno Diego Céspedes.
L'artista, durante l'intervista che ci ha rilasciato, ci ha raccontato come ha trovato l'equilibrio tra gli aspetti reali e quelli fantastici e come i personaggi sono stati portati in vita grazie alla collaborazione con gli interpreti.
Il regista, inoltre, ha svelato che le caratteristiche uniche del Cile hanno contribuito a creare un'atmosfera in grado di amplificare l'approccio sensibile e poetico al drammatico realismo alla base degli eventi.
Cosa racconta il film
Lo sguardo misterioso del fenicottero è ambientato nel 1982, in Cile. Gli eventi si svolgono in una città mineraria nel deserto Atacama, dove l'undicenne Lidia (Tamara Cortes) viene cresciuta da un gruppo di performer queer che lavorano in un locale della zona. La famiglia che si è formata ha al centro Flamingo (Matías Catalán), una delle star del gruppo, e la matriarca Mama Boa (Paula Dinamarca), che si occupa con affetto, ma determinazione, di quella particolare comunità.
Il diffondersi di una malattia inspiegabile solleva paure e panico, amplificando superstizioni e alimentando le ipotesi che si trasmetta tramite gli sguardi di uomini innamorati, teoria che giustifica la persecuzione di chi vive ai margini. Lidia, quando le paure portano a ostracismo e violenza, si ritrova a intraprendere un percorso alla ricerca di verità e giustizia in una realtà ostile che sembra voler cancellare le persone che ama dalla realtà.
Diego Cespedes, per il suo debutto alla regia di un lungometraggio, si è ispirato alla crisi legata all'AIDS degli anni '80, delineando una storia che usa mitologia e metafore e che mette al centro persone trans e queer che, spesso, sono state escluse dalle pagine della storia.
Una storia sospesa tra realtà e finzione
Il film contiene molti elementi realistici, tra cui anche dei video di archivio, e altri fantastici, creando un interessante equilibrio tra quelle due dimensioni. Come sei riuscito a raggiungerlo?
Questo equilibrio è stato creato nella sceneggiatura, era presente fin dall'inizio. Poi ci sono state le riprese, quando abbiamo dovuto decidere come girarlo, e nel montaggio c'era per me il vero equilibrio. La sceneggiatura era più fantastica rispetto a quanto non sia poi il film. Tutte le interpretazioni e la parte emotiva del film, gli elementi più reali legati all'essere umani erano più energiche delle altre, quindi c'è più spazio nel film per tutto quello.
Ed è stato proprio il montaggio a trovare il vero equilibrio: l'idea del film aveva più elementi fantastici che, in un certo senso, stavano scomparendo e riducendosi un po', mentre al tempo stesso aumentava la componente emotiva degli attori, formando un nuovo equilibrio.
Il feeling creato per rappresentare le dinamiche in 'famiglia' è particolarmente riuscito ed emozionante, come avete lavorato a quell'elemento?
Per me è una delle parti più belle, personalmente, perché penso di conoscere ormai molto bene tutto il cast. Siamo una vera famiglia, entriamo in connessione in questo modo, con tutti i lati positivi e negativi. Quello che abbiamo fatto è stato creare quei legami prima delle riprese, e tra loro. Questa era la parte più importante che ha creato i legami tra Flamingo e Lidia, tra Boa e Lidia, Boa e Flamingo, e ovviamente con me, di tutti loro con me. Quei legami erano già presenti prima delle riprese che sono state molto naturali, perché abbiamo semplicemente usato ciò che era reale.
Come hanno preso vita sul set i protagonisti
I personaggi sono cambiati in qualche modo dopo aver individuato chi li avrebbe interpretati?
Per quanto riguarda i tre personaggi principali - Flamingo, Lidia e Boa - non sono cambiati molti perché li ho scritti in quel modo. Matías Catalán ha fatto un ottimo lavoro adattando Flamingo usando lo script. Tutto il suo talento si è fuso molto bene con il personaggio che era stato scritto. Sono amico di Paula Dinamarca ed è stata la prima a entrare nel cast. Abbiamo fatto un altro cortometraggio insieme in precedenza, siamo da allora ancora ottimi amici. La conosco molto bene e ho scritto il personaggio pensando a lei.
E come avete trovato Tamara?
Per Lidia abbiamo cercato un'interpretazione del personaggio esattamente come era scritto ed è stato molto difficile trovare l'attrice giusta, quindi non è stato molto modificato. Quello che è cambiato davvero sono state le altre ragazze del locale perché ho scritto solo delle piccole parti e, quando le ho incontrate al casting, tutta la loro energia ha preso il sopravvento e ho lasciato che modificassero un po' di più i personaggi.
Un elemento molto importante della storia è la musica, come avete lavorato alla colonna sonora?
La musica è stata davvero fantastica, non l'avevo mai avuta nei miei cortometraggi. Ho lavorato con Florencia Di Concilio ed è stato fantastico, è molto talentuosa. E ho capito che nella composizione musicale c'era una terza parte del processo di scrittura. Abbiamo lavorato in modo naturale perché sentivamo le emozioni delle scene, non ci pensavamo troppo. Non ci eravamo incontrati prima, il film è stato montato con il suo arrivo e abbiamo creato insieme, aggiungendo o togliendo degli elementi.
La rappresentazione del Cile e degli anni '80
Visivamente le location scelte colpiscono molto e diventano, a loro volta, un personaggio della storia. Come hai scelto dove girare il film?
In Cile abbiamo molto deserto e, per le sue caratteristiche geografiche, tra nord e sud ci sono enormi differenze, ci sono persino ghiacciai. Un terzo della popolazione vive nell'area della capitale e non sa realmente cosa sia il deserto. Questo lo rende un luogo quasi 'mitico', elemento con cui è molto bello lavorare. Si può sfruttare qualcosa di cui si ha solo un'idea, anche se è molto importante per la cultura del proprio paese, che si è visitato solo poche volte o forse mai.
Per me è stato davvero facile scriverlo e usare la finzione. Quando siamo arrivati abbiamo trovato questa città isolata e abbandonata, e lo scenografo ne ha inoltre ricostruito una parte. Si è trattato di un mix del deserto e dell'idea che era presente nella mia testa e in quello dello scenografo.
La storia affronta il tema dell'AIDS ed è ambientata negli anni '80, che tipo di ricerca hai compiuto? A cosa ti sei ispirato?
C'è molto nel film: non parla solo di AIDS, ma anche di resilienza, tenerezza e tante altre cose. L'AIDS è, ovviamente, un contesto molto importante e ci sono personalmente legato. Sono cresciuto nella periferia di Santiago, in una famiglia operaia, e c'erano dei parrucchieri con degli uomini gay, e sono tutti morti di AIDS. Ricordo che, crescendo, ho sentito parlare molto di questa orribile malattia misteriosa, e penso che questo sia un aspetto, seppur indiretto, molto importante del film perché ne ho sentito parlare, ma non conoscevo la verità. Nella storia c'erano molti pregiudizi, molte parti orribili che erano effettivamente vere, ma mancava un elemento, un aspetto fondamentale dei personaggi. Ho quindi fatto le mie ricerche, e ho molti amici che hanno vissuto quel periodo. Si è trattato di un mix tra ricerca e tentativo di rendere il film storicamente accurato.
Una storia in grado di emozionare
Che tipo di messaggio vorresti che lasciasse la storia di Lidia agli spettatori?
Penso che il messaggio sia stato costruito dopo il film. Non posso dire di non aver scritto il lungometraggio per mandare un messaggio al mondo, perché non sarebbe stato vero. Ma l'ho scritto 'con la pancia', dal profondo della mia anima, e, credo, in un mondo più inclusivo. Credo in questi personaggi folli, strani, meravigliosi. Credo in loro e nelle persone che ci sono dietro. Il mio messaggio, quindi, è semplicemente quello di portarli nel mondo e goderseli. C'è inoltre, ovviamente, un messaggio inclusivo, ma non è qualcosa che si scrive su un foglio, ma piuttosto come mostrare dei volti nuovi e anime belle che prima erano nascoste.
Senza rivelare spoiler, ma l'epilogo è particolarmente emozionante e completa in modo suggestivo il percorso compiuto da Lidia. Hai sempre pensato a quel momento come conclusione del film?
Il finale non è in realtà quello che era stato scritto. C'è una scena che era il vero finale, che mi piaceva davvero molto, era perfetta, ma questo finale era migliore. E per me aveva lo stesso significato perché era un incontro tra Flamingo e Lidia, ma l'altro era un dialogo e questo era più 'mitico'. Per come era costruito il film, era più naturale questo tipo di epilogo in cui si trovano ed entrano in connessione senza sapere troppo. L'altro era più specifico, era bellissimo, ma solo come un altro pezzo del film.