Ricordando David Bowie: i suoi migliori album, da Ziggy Stardust a Blackstar

Il 10 gennaio 2016 ci lasciava David Bowie: dai classici Hunky Dory e Ziggy Stardust al commiato di Blackstar, ripercorriamo i migliori album della sua straordinaria carriera.

CLASSIFICA di 10/01/2021

This way or no way you know I'll be free/ Just like that bluebird, now ain't that just like me?

Bowie Masayoshi Sukita
David Bowie in un ritratto di Masayoshi Sukita

Forse in alcun caso, nella storia del rock, si era assistito a una compenetrazione fra il proprio testamento musicale e la fine di un percorso di vita come quella messa in atto da David Bowie alla vigilia della sua dipartita, il 10 gennaio 2016. Da quel giorno i versi e le immagini di Lazarus, e con essi l'intero album Blackstar, hanno assunto un'ulteriore, inesorabile portata emotiva per tutti coloro che hanno amato David Bowie: che si trattasse dei fan di lunga data, quelli cresciuti ammirando le sue metamorfosi glam, o degli adolescenti che avevano appena scoperto la musica di questa rockstar misteriosa ed elusiva, ormai da tempo lontana dai riflettori ma già capace di sprigionare l'aura della leggenda.

David Bowie Mostra Firenze Photo By Sukita
Un ritratto di David Bowie scattato da Masayoshi Sukita

Un'aura che, nel corso degli anni, David Bowie ha occasionalmente 'prestato' anche al cinema: da un fortunato debutto da protagonista come l'alieno de L'uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg al vampiro di Miriam si sveglia a mezzanotte di Tony Scott; da Furyo, il capolavoro di Nagisa Oshima ambientato in un campo di prigionia giapponese, al Re dei Goblin del fiabesco Labyrinth; fino alle sue apparizioni, brevi ma memorabili, in film come L'ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, Twin Peaks - Fuoco cammina con me di David Lynch e The Prestige di Christopher Nolan. Ma è in campo musicale, ovviamente, che Bowie ha espresso al massimo grado il proprio talento poliedrico, il suo proverbiale trasformismo e un incontenibile desiderio di osare, di sperimentare e di stupire; talvolta adottando quelle 'maschere' (Ziggy Stardust, il Duca Bianco) entrate di diritto nell'immaginario culturale del ventesimo secolo.

David Bowie in un'immagine per l'album Nothing Has Changed
David Bowie in un'immagine per l'album Nothing Has Changed

E proprio la sua musica e le sue maschere ci consentono di continuare ad avvertire la presenza di un artista che ha cavalcato le mode e i generi, ma che soprattutto ha saputo influenzarli e innovarli di volta in volta; riuscendo, al contempo, a parlare in maniera diretta alla sensibilità di ciascun ascoltatore, stimolando la nostra fantasia o accompagnando la nostra solitudine. Di seguito vogliamo dunque ripercorrere alcuni fra i più brillanti capitoli di una carriera fuori dal comune con una rassegna, in ordine cronologico, dei migliori album di David Bowie: dieci capolavori che non smettono di ricordarci lo straordinario lascito di una rockstar che cadde sulla Terra...

1. Hunky Dory

Hunky Dory
La copertina dell'album Hunky Dory

"Turn and face the strange", è l'invito che un David Bowie appena ventiquattrenne ci rivolge nell'epocale Changes, brano d'apertura di Hunky Dory: l'album che nel 1971, due anni dopo il successo di Space Oddity, lo farà entrare definitivamente nel mito. Da una parte, Hunky Dory sancisce la consacrazione di Bowie come nuova icona glam, il divo androgino e dal piglio ironico di brani come Oh! You Pretty Things e Queen Bitch; dall'altra c'è lo spazio per l'introspezione e la malinconia di Quicksand e The Bewlay Brothers, le cui suggestioni folk sono rintracciabili pure in Song for Bob Dylan. Senza dimenticare il cuore del disco: la struggente ed evocativa Life on Mars?, fra le punte di diamante dell'intero canzoniere bowiano.

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2. The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars

Ziggy Stardust
La copertina dell'album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars

Ad appena sei mesi di distanza dall'uscita di Hunky Dory, nel 1972 si consuma la metamorfosi nel più famoso alter ego di David Bowie: Ziggy Stardust, il messia extraterrestre approdato sul nostro pianeta per salvarlo dall'apocalisse, preannunciata dal brano Five Years, ma che andrà incontro a una progressiva autodistruzione, sublimata nella chiusura di Rock 'n' Roll Suicide. Indimenticabile rock opera in cui l'essenza del glam è declinata nei codici della fantascienza, The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars ci ha consegnato una delle canzoni-simbolo di Bowie, Starman, la meravigliosa ballata Lady Stardust e formidabili inni glam quali Ziggy Stardust e Suffragette City.

3. Aladdin Sane

Aladdin Sane
La copertina dell'album Aladdin Sane

"Who will love Aladdin Sane?": chi amerà un ragazzo folle ("a lad insane"), è l'interrogativo posto da David Bowie con il gioco di parole che nel 1973 dà il titolo al suo nuovo album. Dopo la 'morte' di Ziggy Stardust, Aladdin Sane ha il compito di raccoglierne la pesantissima eredità, celebrando l'apogeo del glam rock un attimo prima del tramonto, a partire da un'immagine di copertina che ha fatto la storia. Nel disco Bowie comincia ad esplorare pure nuove direzioni, a partire dalle pennellate avanguardistiche di Aladdin Sane (1913-1938-197?), ma l'influsso di Ziggy Stardust continua a riecheggiare in brani quali Watch That Man e The Jean Genie e nella crepuscolare ballata Time.

4. Diamond Dogs

Diamond Dogs
La copertina dell'album Diamond Dogs

È un agghiacciante scenario post-apocalittico quello descritto da David Bowie fin dalle prime note di Diamond Dogs, concept album del 1974 che si nutre dell'immaginario distopico e visionario di scrittori quali George Orwell, citato esplicitamente nei brani 1984 e Big Brother, e William S. Burroughs: un panorama di morte popolato dai feroci Diamond Dogs, le creature umanoidi che corredano la copertina del disco. Canto del cigno dell'epoca glam di Bowie, Diamond Dogs include pure uno dei suoi maggiori successi: quella Rebel Rebel che, con la sua apologia dell'ambiguità (in primis sessuale) e della trasgressione, suona quasi come un manifesto programmatico della più anticonformista delle rockstar.

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5. Station to Station

Station To Station
La copertina dell'album Station to Station

"The return of the Thin White Duke throwing darts in lovers' eyes": i versi d'apertura di Station to Station, primo brano dell'omonimo album del 1976, ci introducono la nuova incarnazione di David Bowie, il Thin White Duke, avvolto in un'eleganza languida e decadente. Disco di transizione tra il soul e il funk del precedente Young Americans, generi che qui confluiscono nel singolo Golden Years, e le sperimentazioni elettroniche e art rock della trilogia berlinese, Station to Station resta uno dei prodotti più eclettici e originali della discografia bowiana; perfino quando si tratta di cimentarsi nella cover di una ballata quale Wild Is the Wind, reinterpretata con intensità commovente.

6. Low

Low
La copertina dell'album Low

Il profilo di David Bowie su sfondo arancione, in uno scatto dal film L'uomo che cadde sulla Terra, è l'immagine adottata nel 1977 per la copertina di Low, che inaugura la collaborazione del Duca Bianco con Brian Eno e Tony Visconti per il primo capitolo di quella che sarà definita la trilogia berlinese. L'immersione nel krautrock, fra sonorità elettroniche e musica ambient, dà vita infatti a uno dei progetti più coraggiosi ed affascinanti nella carriera di Bowie; e all'incedere robotico di brani quali Breaking Glass, Sound and Vision e Always Crashing in the Same Car fa seguito, nella seconda metà del disco, una sezione strumentale contrassegnata da atmosfere gelide e inquietanti.

7. Heroes

Heroes
La copertina dell'album Heroes

"We can be heroes, just for one day": l'espressività straziante della voce di David Bowie in questa ballata ambientata ai piedi del muro di Berlino costituisce il cuore pulsante di Heroes, un'esplosione di romanticismo disperato all'interno di un altro album glaciale. Il senso di angoscia che permea tutto il disco viene declinato nella frenesia allucinata di canzoni come Beauty and the Beast, Joe the Lion e Blackout e poi, per contrasto, nella calma spettrale di Sense of Doubt e Neuköln, per sciogliersi infine in The Secret Life of Arabia, sorprendente "colpo di coda" di un'altra pietra miliare nel catalogo di Bowie.

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8. Scary Monsters (and Super Creeps)

Scary Monsters
La copertina dell'album Scary Monsters (and Super Creeps)

L'immagine di un Pierrot dallo sguardo cupo, che ritroveremo anche nel video di Ashes to Ashes, accompagna l'ennesima trasformazione di David Bowie per Scary Monsters (and Super Creeps), l'album che nel 1980 lo trasporta verso sonorità new wave con alcuni fra i pezzi più trascinanti del suo repertorio: It's No Game, Fashion, Teenage Wildlife, la title track e la cover di Kingdom Come di Tom Verlaine. Ma a consacrare Scary Monsters (and Super Creeps) fra i migliori album di Bowie è soprattutto Ashes to Ashes, nuovo, tenebroso capitolo della parabola di Major Tom, elevato a inno di un'incurabile malinconia esistenziale ("Strung out in heaven's high, hitting an all-time low").

9. Let's Dance

Lets Dance
La copertina dell'album Let's Dance

L'album del massimo successo commerciale di David Bowie, trainato nel 1983 in cima alle classifiche dalla gigantesca hit Let's Dance, è anche uno dei titoli più divisivi della sua discografia, quello che avrebbe scontentato numerosi fan della prima ora. Eppure, Let's Dance esprime alla perfezione lo spirito della dance-rock e della post-disco degli anni Ottanta, grazie a un pugno di brani irresistibili: dalla scatenata apertura al ritmo di Modern Love alla China Girl presa in prestito da Iggy Pop, per arrivare all'incendiaria Cat People (Putting Out Fire), firmata da Bowie in coppia con Giorgio Moroder (e rilanciata da una magnifica scena di Bastardi senza gloria).

10. Blackstar

Blackstar
La copertina dell'album Blackstar

L'8 gennaio 2016, giorno del suo sessantanovesimo compleanno, la pubblicazione di Blackstar precedeva di soli due giorni la scomparsa di David Bowie, rendendo di fatto uno dei dischi più innovativi che la rockstar inglese avesse mai realizzato anche un atto di dolente ma lucidissimo congedo dal mondo. Opera decisamente ambiziosa nella sua commistione di influenze e di generi, incluse le venature jazz che attraversano i dieci minuti del brano iniziale, Blackstar, l'album passa dal sinistro cupio dissolvi di Lazarus alla soave nostalgia di Dollar Days e, in chiusura, di I Can't Give Everything Away, nei cui versi sembra essere racchiusa tutta la dolcezza di questo emozionante lungo addio.

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