Ripper - Lettera dall'inferno

2001, Horror

Recensione Ripper - Lettera dall'inferno (2001)

Un thriller-horror convenzionale, piatto, sostanzialmente senza idee: un inizio tutt'altro che esaltante per la puntuale "invasione" horror estiva nelle sale della penisola.

Uno squartatore piccolo piccolo

L'estate è infine arrivata anche quest'anno, e come sempre il "termometro" cinematografico dell'inizio di questa stagione è dato dalla puntuale invasione nelle sale cinematografiche di pellicole horror: un genere normalmente snobbato dai distributori italiani ma puntualmente "ripescato" nei mesi caldi, parallelamente al fisiologico calo (tutto italiano) di spettatori nei cinema. E' da dire, comunque, che non sempre le uscite orrorifiche estive sono sinonimo di immondizia: l'anno scorso abbiamo visto il dignitoso 28 giorni dopo, ad esempio, mentre quest'anno c'è grossa curiosità per il giapponese The call - Non rispondere diretto dal grande Takashi Miike. Tuttavia bisogna rilevare che questo Ripper - Lettera dall'inferno ("ripescato" tre anni dopo la sua uscita originale: il film è infatti del 2001), che inaugura ufficialmente la "calda" stagione orrorifica del 2004, è un film che non brilla né per originalità né per particolari trovate di regia o sceneggiatura, ribadendo anzi l'assoluta convenzionalità e mancanza di spunti che sembrano attanagliare un po' tutto il genere "slasher" degli ultimi anni.

Qui siamo, di fatto, di fronte all'ennesimo film incentrato su uno psicopatico che fa strage di adolescenti, con la variante (superficiale e mal sviluppata) della trattazione scientifica sulla personalità del killer: una componente presa di peso da thriller di ben altra caratura come Il silenzio degli innocenti, e riproposta qui in una struttura che fa comunque degli omicidi i momenti fondanti e caratterizzanti della pellicola. Oltre a questo, la sceneggiatura cerca di aggiungere interesse alla vicenda facendo aleggiare su di essa il "fantasma" del più noto serial killer della storia, ovvero Jack lo squartatore: operazione pretestuosa, perché i rimandi alla nota vicenda londinese restano solo dichiarati, apparentemente inseriti più per creare una variante in un soggetto già debole in partenza, che per reale necessità narrativa. Lo script presenta una serie di personaggi assolutamente stereotipati, a partire dalla protagonista (il cui traumatico passato viene illustrato nel già poco incoraggiante prologo) per continuare con gli ostili compagni di corso e il professore programmaticamente ambiguo. I dialoghi da teen-horror e la recitazione forzatamente sopra le righe (con l'eccezione di un Jürgen Prochnow che, con la sua esperienza, se non altro prova a caratterizzare il suo personaggio, quello del poliziotto), non aiutano di certo a mantenere viva l'attenzione dello spettatore, addormentata anche da una regia che si segnala per la sua piattezza e anonimità: una regia spesso effettistica e incredibilmente prevedibile, che non mostra la minima fantasia nel mettere in scena gli omicidi e si avventura a volte in territori onirici e poco congeniali al film (i dettagli sugli occhi della protagonista, la sequenza dell'obitorio), che raggiungono l'unico risultato di apparire forzati e gratuiti. La rivelazione finale (che comunque forza non poco alcuni precedenti passaggi della sceneggiatura) vorrebbe forse creare un effetto-sorpresa (tutt'altro che nuovo, nelle produzioni degli ultimi anni) che cancelli le manchevolezze della precedente ora e mezza di film, ma il tentativo è ancora una volta fallito.

Inizia in modo tutt'altro che esaltante, insomma, questa estate orrorifica 2004: ribadisce tristemente la stagnazione di idee e la sostanziale aridità creativa del genere slasher (ma questo, a ben pensarci, un regista come Wes Craven l'aveva già visto molti anni fa nel suo Scream), e raggiunge l'unico scopo di portare nelle sale l'appassionato un po' masochista, avido di proposte in pellicola nonostante la probabilissima delusione in arrivo. Non ci resta che aspettare le prossime proposte, quindi (oltre al già citato film di Miike, chi scrive ha una certa curiosità anche per il chiacchierato La casa dei 1000 corpi di Rob Zombie), sperando che queste possano risultare realmente "rinfrescanti", sia per noi, sia per il comunque immarcescibile genere horror nel suo complesso.

Recensione Ripper - Lettera dall'inferno (2001)
Marco Minniti
Redattore
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