The Great Wall

2016, Avventura

The Great Wall: Matt Damon e le leggende della Grande Muraglia

Il regista di Hero ci porta nei miti cinesi legati alla Grande Muraglia per un pasticcio action che non rende giustizia al suo passato.

The Great Wall: Matt Damon e Tian Jing in una scena del film

Leggende e miti, cose che contribuiscono a creare quel substrato culturale che tutti noi abbiamo, sui quali si adagia il mondo, a volte drammatico, in cui viviamo. Ogni cultura ha le sue storie, ogni ambito i suoi miti che devono fare i conti con la dura realtà. Nel cinema, per esempio, i miti sono tanti: autori che hanno contribuito a tracciarne la storia da un secolo a questa parte, tra i quali va annoverato anche il regista cinese Zhang Yimou, che ci ha regalato pellicole di spirito diverso ma valore assoluto come Lanterne rosse, Hero o La foresta dei pugnali volanti.

Un mito che appare leggendario e lontano a guardare la sua ultima opera, The Great Wall, che potremmo considerare un divertissement se solo avesse quell'approccio leggero e comunicasse quella gioia di fare cinema che invece, purtroppo, manca. Un film che grazie alla coproduzione USA/Cina riesce ad avvalersi di un budget molto elevato e della presenza di una star internazionale del calibro di Matt Damon, ma che non riesce a trovare una forma e soprattutto un'anima, diviso tra due mondi lontani e non andando oltre il mero film di genere da destinare alla programmazione dei canali tematici specializzati.

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The Great Wall: una scena del film

Si dice che la Muraglia Cinese sia una delle poche opere dell'uomo ad essere visibile dalle spazio. E forse è proprio guardandone l'imponenza mentre vagava perso tra le dune marziane in Sopravvissuto - The Martian che a Matt Damon può essere sembrata una buona idea accettare il ruolo del mercenario William Garin di The Great Wall. Garin è uno dei due sopravvissuti di un gruppo di una ventina di mercenari alla ricerca di una fantomatica polvere nera, cioè polvere da sparo, da rivendere a buon prezzo. In fuga da dei banditi, il gruppo viene infatti sorpreso, e sterminato, da un mostro sconosciuto al quale William riesce a tagliare un arto. Proprio questa macabra reliquia diventa importante quando i due sopravvissuti vengono fatti prigionieri da soldati cinesi appartenenti al gruppo scelto de L'ordine senza nome, che capiscono subito di trovarsi al cospetto dei pericolosi Taotie, famelici mostri che si risvegliano ogni sessant'anni per razziare il territorio. Le oscure presenze che la immensa muraglia dovrebbe tener fuori dal territorio cinese e dalle popolose città.

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The Great Wall: Matt Damon in una scena del film

Da queste poche indicazioni, si capisce che The Great Wall va ad incasellarsi nel mondo dei film di genere. Il suo problema, però, non è nell'essere tale, perché dalle parti di chi scrive sappiamo essere estimatori di questo filone cinematografico, ma nell'essere un mediocre film di genere. Siamo lontani dalle opere più ispirate di Zhang Yimou, non solo in termini di potenza visiva, epica e significato, ma proprio in una messa in scena che si trascina svogliata e anonima, cercando di avvicinarsi ad un'estetica più occidentale: non c'è né eleganza né potenza nelle battaglie, pur molto elaborate e spettacolari, non c'é molto che possa stimolare curiosità o sorpresa in una costruzione mitologica solo abbozzata. Non c'é, soprattutto, abbastanza tensione in quello che in definitiva ha molti elementi da Monster Movie.

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The Great Wall: Matt Damon e Tian Jing in una scena del film

In questo contesto fa fatica anche il cast, non solo nel già citato Matt Damon, ma anche nel compagno di disavventure Pedro Pascal ed in un Willem Dafoe fin troppo marginale. Non va meglio ai colleghi orientali, come Andy Lau e Zhang Hanyu, o la protagonista femminile Jing Tian, che vedremo presto anche in Kong: Skull Island e nel sequel di Pacific Rim. Anche in questi nomi, lo sforzo produttivo si dimostra evidente, ma non tutto purtroppo è riuscito: pensiamo all'orda di Taotie che ricorda lo sciame di zombie di World War Z (e, guarda caso, tra le firme del soggetto figura Max Brooks, che di quella storia era l'autore), o all'uso della terza dimensione per gettare oggetti verso lo spettatore, piuttosto che per dare profondità alla scena, un po' come si faceva agli albori del 3D, quando gli occhialini con lenti bicolori dominavano la scena.

The Great Wall può avere comunque un suo pubblico e lo dimostrano gli incassi cinesi più che positivi, ma pensiamo che, paradossalmente, avrebbe conservato un maggior appeal presso gli appassionati occidentali se si fosse ancorato con maggior forza alla tradizione cinese, cara al regista, piuttosto che cercare un ibrido più difficile da realizzare.

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Antonio Cuomo
Redattore
2.0 2.0
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