Da Stonewall a oggi, 50 anni di cinema americano tra omosessualità e diritti LGBT

A 50 anni dalla storica rivolta di Stonewall, ripercorriamo le fasi e le evoluzioni della rappresentazione dell'omosessualità e dell'identità LGBT nel cinema americano.

Stonewall
Una commemorazione dei moti di Stonewall del 28 giugno 1969

Nel biennio 1968/1969, un momento fondamentale per l'evoluzione della cultura - e della "controcultura" - e per la coscienza sociale e politica del mondo occidentale, i moti di Stonewall costituiscono uno di quegli eventi che avrebbero impresso un segno indelebile nella storia a venire (e nella storia del cinema americano), almeno quanto il maggio francese, gli omicidi di Robert Kennedy e Martin Luther King e il concerto di Woodstock. Nella notte fra il 27 e il 28 giugno 1969, un raid della polizia newyorkese allo Stonewall Inn, un punto di ritrovo della comunità gay del Greenwich Village, si trasforma infatti nella scintilla in grado di far scoppiare una protesta che non soltanto sarebbe continuata senza sosta nei giorni successivi, ma avrebbe dato una spinta propulsiva ai movimenti in favore dei diritti delle persone omosessuali.

Il 28 giugno 1970, nel primo anniversario degli Stonewall riots, nelle strade di New York, Los Angeles, Chicago, San Francisco e altre città hanno luogo in contemporanea delle manifestazioni che avrebbero sancito la nascita della tradizione del gay pride, nonché il primo passo di un lungo e faticoso percorso nella campagna per i diritti LGBT. Un percorso analogo a quello intrapreso, da lì in poi, in moltissimi altri paesi del mondo; un percorso che, il 26 giugno 2015, porterà al pieno riconoscimento dei matrimoni gay negli Stati Uniti, con una storica sentenza della Corte Suprema, ma che prosegue tutt'oggi - in America e non solo - con nuove frontiere da raggiungere e vecchi ostacoli ancora da abbattere.

Moonlight
Moonlight

Nei cinquant'anni dalla rivolta di Stonewall, celebrata a New York con il World Pride intitolato appunto Stonewall 50, anche il cinema americano ci ha offerto un riflesso di tale percorso, nelle sue trasformazioni e nei suoi punti di svolta. Un percorso che di seguito proviamo a ricostruire per sommi capi secondo una divisione per decenni, analizzando le modalità con cui l'omosessualità, la transessualità e le esperienze della comunità LGBT sono state rappresentate sul grande schermo, e ovviamente i film che più hanno contribuito a tale rappresentazione nell'ultimo mezzo secolo.

Stonewall: le origini della "gay liberation" raccontate da Roland Emmerich

1970-1979: Sweet Transvestites in un pomeriggio di un giorno da cani

Festa Per Il Compleanno Del Caro Amico Harold
Festa per il compleanno del caro amico Harold: una scena del film

Negli anni Sessanta, il tramonto del famigerato codice Hays aveva permesso i primi riferimenti espliciti all'omosessualità nelle produzioni hollywoodiane e la realizzazione di film come Quelle due e L'assassinio di Sister George; l'avvento della New Hollywood, inoltre, avrebbe determinato una ventata di cambiamento in merito a temi e stilemi del cinema americano, inclusi i sottotesti omosessuali di un classico quale Un uomo da marciapiede di John Schlesinger, del 1969. Il decennio degli anni Settanta è inaugurato dal successo a sorpresa di The Boys in the Band di William Friedkin (1970), distribuito in Italia come Festa per il compleanno del caro amico Harold, una pietra miliare del cinema queer (per quanto oggi il film possa apparire datato per alcuni aspetti).

The Rocky Horror Picture Show
The Rocky Horror Picture Show: una scena del film

Si tratta però di un caso isolato, o quasi: nel corso degli anni Settanta l'omosessualità resta ai margini di Hollywood, per quanto una spiccata sensibilità queer sia rintracciabile nei due musical più importanti del decennio, fra quelli che contribuiscono al totale rinnovamento del genere: Cabaret di Bob Fosse, del 1972, che gioca sull'ambiguità sessuale dei personaggi, e The Rocky Horror Picture Show di Jim Sharman, del 1975, destinato a un'enorme popolarità e allo statuto di cult inter-generazionale. Un caso isolato ma importantissimo è invece, nello stesso anno, Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet, acclamato crime drama che delinea con toccante delicatezza il rapporto fra il rapinatore interpretato da Al Pacino e il suo amante transessuale (Chris Sarandon).

The Rocky Horror Picture Show: un cult libidinoso che non passa mai di moda

1980-1989: romanticismo e trasgressione nell'America di Reagan

Julie Andrews in una scena del film Victor Victoria
Julie Andrews in una scena del film Victor Victoria

Negli anni Ottanta, l'epoca di Ronald Reagan, data la nuova ondata di conservatorismo e l'epidemia dell'AIDS, lo spazio per la componente LGBT nel cinema americano registra un incremento ancora piuttosto lieve. Alle infuocate polemiche sul thriller Cruising di William Friedkin (1982), con la sua cruda descrizione della vita notturna nei locali di New York, fanno seguito film romantici che assumono invece il punto di vista di personaggi omosessuali: da Making Love di Arthur Hiller (1982) a Cuori nel deserto di Donna Deitch (1986). Se nel capolavoro Victor/Victoria, del 1982, il maestro della commedia Blake Edwards gioca con gli elementi dell'ambiguità e del travestitismo per costruire un meraviglioso meccanismo comico, pure grazie a un'androgina Julie Andrews, è anche il cinema indipendente ad offrire alcuni risultati particolarmente significativi.

Il bacio della donna ragno: William Hurt e Raul Julia in una scena del film
Il bacio della donna ragno: William Hurt e Raul Julia in una scena del film

Nel 1985 ottiene un inaspettato successo il drammatico Il bacio della donna ragno di Héctor Babenco, co-produzione fra America e Brasile che permette a William Hurt di diventare il primo interprete a vincere un Oscar per un ruolo esplicitamente gay. Al 1986 risale invece il piccolo cult Parting Glances, unico lungometraggio di Bill Sherwood (e con un giovanissimo Steve Buscemi), che mette in scena una giornata nella comunità gay di New York, affrontando anche il tema (ancora tabù) dell'AIDS, ripreso nel 1989 da Norman René nel commovente Che mi dici di Willy?.

AIDS, 1981-2011: nastro rosso sul grande schermo

1990-1999: fra piume di struzzo e New Queer Cinema

Robin Williams in Piume di struzzo
Robin Williams in Piume di struzzo

Agli anni Novanta risalgono i maggiori successi commerciali di sempre riconducibili all'area LGBT, con due commedie che sbancano il box office mettendo al centro dell'azione stereotipi legati all'omosessualità e relativi pregiudizi: Piume di struzzo di Mike Nichols (1996), remake hollywoodiano de Il vizietto, con Robin Williams e Nathan Lane a fare da mattatori, e In & Out di Franz Oz (1997), con un trascinante Kevin Kline. Sul versante drammatico, invece, a conquistare il pubblico nel 1993 è Philadelphia di Jonathan Demme (con una prova da Oscar di Tom Hanks), film giudiziario in cui l'avvocato Denzel Washington incarna lo spirito progressista contro la paura dell'AIDS e le discriminazioni verso i gay.

Philadelphia
Philadelphia: Tom Hanks e Denzel Washington in una scena
Belli e dannati: Keanu Reeves e River Phoenix in una scena del film
Belli e dannati: Keanu Reeves e River Phoenix in una scena del film

Se in Philadelphia l'esperienza omosessuale è raccontata prevalentemente dalla prospettiva di un personaggio etero, un punto di vista più spiccatamente queer è quello proposto in ambito indipendente, e quindi con minore visibilità ma con un approccio più originale e innovativo, dal cosiddetto New Queer Cinema. Dopo che Belli e dannati, cult del 1991 firmato da Gus Van Sant, si impone come un'autentica pietra miliare del suddetto filone, si faranno notare registi quali Tom Kalin (Swoon, 1992), Lisa Cholodenko (High Art, 1998) e Kimberly Peirce (Boys Don't Cry, 1999); oltre ovviamente a un maestro quale Todd Haynes, che nel 1998 dipinge un graffiante affresco del mondo del glam rock nel musical Velvet Goldmine, ispirato alla figura di David Bowie.

Belli e dannati, 25 anni dopo: il ricordo del film con River Phoenix e Keanu Reeves

2000-2009: all'ombra di Brokeback Mountain

Jake Gyllenhaal ed Heath Ledger ne I segreti di Brokeback Mountain
Jake Gyllenhaal ed Heath Ledger ne I segreti di Brokeback Mountain

Nel primo decennio del ventunesimo secolo, il cinema americano a tematica LGBT è segnato da un'opera che costituisce un vero e proprio spartiacque, se non altro sul piano della visibilità di storie ed esperienze omosessuali nell'immaginario collettivo: Brokeback Mountain, struggente melodramma diretto da Ang Lee sull'amore travagliato fra i personaggi interpretati da Heath Ledger e Jake Gyllenhaal. Vincitore nel 2005 del Leone d'Oro e di tre premi Oscar, Brokeback Mountain segna un momento pivotale nell'ampliare l'attenzione e l'interesse del grande pubblico per storie a sfondo gay e queer. Al genere del melodramma, seppure con un taglio diverso, afferiscono pure altri due film acclamatissimi, entrambi del 2002: The Hours di Stephen Daldry, interamente costruito su un nugolo di personaggi gay o bisessuali, e Lontano dal paradiso di Todd Haynes.

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Sean Penn in una scena del film Milk
Sean Penn in una scena del film Milk

Ci sono altri titoli che, sull'onda di un grande consenso critico, ottengono anche un buon riscontro commerciale e numerosi riconoscimenti: nel 2005, l'anno di Brokeback Mountain, Philip Seymour Hoffman traccia un magnifico ritratto di Truman Capote nel film di Bennett Miller, che gli vale il premio Oscar, mentre Felicity Huffman interpreta una donna transessuale nel dramedy Transamerica; e nel 2008 Sean Penn presta il volto a un'icona dei dritti LGBT, l'attivista Harvey Milk, nel biopic Milk di Gus Van Sant, vincendo l'Oscar come miglior attore. Un pubblico più ristretto è quello riservato a film che, al contrario dei titoli appena citati, conservano gli stilemi del New Queer Cinema: dal musical Hedwig - La diva con qualcosa in più di John Cameron Mitchell (2001) al crudo coming of age Mysterious Skin di Gregg Araki (2004).

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2010-2019: i ragazzi stanno bene (e guardano al futuro)

The Kids Are All Right
Annette Bening e Julianne Moore ne I ragazzi stanno bene

I progressi nel campo della lotta per l'uguaglianza, l'attenzione ai diritti civili durante la Presidenza di Barack Obama e una più profonda presa di coscienza dell'identità LGBT sono alcuni dei fattori che, negli ultimi dieci anni, hanno determinato non solo un notevole aumento della quantità di film dedicati a personaggi gay e trans, ma anche una maggiore ricchezza di sfumature e una più matura consapevolezza di dinamiche e problematiche legate all'esperienza omosessuale e transessuale. Non a caso il decennio si apre con la vivida rappresentazione di una famiglia omogenitoriale firmata da Lisa Cholodenko ne I ragazzi stanno bene (2010), con Annette Bening e Julianne Moore. Si tratta di uno dei principali successi del cinema indipendente, a fronte di titoli dalla diffusione ben più limitata come Pariah di Dee Rees (2011), Tangerine di Sean Baker (2015) e i lavori di Ira Sachs, Keep the Lights On (2012) e I toni dell'amore (2014).

Carol: Cate Blanchett e Rooney Mara in un momento intimo
Carol: Cate Blanchett e Rooney Mara in un momento intimo

Un approccio più 'classico' e mainstream, in grado di intercettare i gusti del pubblico e delle giurie dei premi, è quello di film come Dallas Buyers Club (2013), The Imitation Game (2014) e The Danish Girl (2015), senz'altro però assai poco influenti per l'evoluzione del cinema queer. Un'evoluzione sulla quale al contrario incidono parecchio, fra il 2015 e il 2017, tre intimi racconti di formazione - e di educazione sentimentale - annoverati da subito fra i capolavori del cinema contemporaneo: Carol di Todd Haynes (2015), raffinatissimo melò saffico con Cate Blanchett e Rooney Mara, sullo sfondo dell'America degli anni Cinquanta; Moonlight di Barry Jenkins (2016), premiato con l'Oscar come miglior film, in cui la scoperta dell'omosessualità è inserita nella cornice dei sobborghi afroamericani di Miami; e Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino (2017), sulla love story di ambientazione italiana fra i personaggi di Timothée Chalamet ed Armie Hammer.

Chiamami Col Tuo Nome
Chiamami col tuo nome: una scena del film
Rocketman 1
Rocketman: Taron Egerton in una foto del film

L'anno scorso, a dispetto dei suoi incassi stratosferici, ha suscitato invece una netta disapprovazione lo sguardo moralistico con cui il regista Bryan Singer ha rievocato la trasgressiva vita privata di Freddie Mercury nel biopic Bohemian Rhapsody. In compenso, per quanto non brilli certo per spessore artistico, sancisce a suo modo una novità assoluta un film quale Tuo, Simon, primo teen movie prodotto e distribuito su larga scala da una major ad avere un protagonista apertamente gay. Mentre proprio in queste settimane a riempire le sale di tutto il mondo è Rocketman di Dexter Fletcher, altro ritratto di una popstar assurta a simbolo di una sensibilità e di un'estetica gioiosamente queer, l'Elton John di Taron Egerton: un personaggio in grado di ricordarci, una volta di più, come certe rivoluzioni passino anche attraverso l'arte, la musica e il cinema.

Chiamami col tuo nome: il mistero dell'amore e la scoperta del desiderio