Spider-Man: Homecoming

2017, Azione

Spider-Man: Homecoming: la sostenibile leggerezza di essere Peter Parker

Dimenticate i turbamenti emotivi dell'Uomo Ragno firmato Sam Raimi e i traumi familiari della versione di Marc Webb. Jon Watts vira verso un racconto di formazione più semplice e spensierato, che si sofferma sul dualismo dentro il cuore di un teenager ancora alla ricerca di se stesso.

Spider-Man: Homecoming, Tom Holland in una scena del film

Per una volta nessuna responsabilità per il brillante ragazzo del Queens. Per una volta il fardello impacchettato con paterno amore dallo zio Ben e riposto sulle spalle di quell'amabile sfigato di Peter Parker era svanito, evaporato nel nulla, quasi dimenticato. Le responsabilità c'erano eccome, ma non erano le sue. Si nascondevano tutte dietro l'armatura e lo scudo di Iron Man e Capitan America, nel bel mezzo del loro scontro etico sul senso degli Avengers nel mondo, in una battaglia piena zeppa di rancore, sensi colpa e vecchi traumi. Brutture asfissianti da cui Peter Parker veniva risparmiato, come se il suo nuovo costume hi-tech firmato Stark fosse servito da impermeabile per proteggerne l'entusiasmo e la meraviglia. Sì, perché è così che abbiamo conosciuto lo Spider-Man di Tom Holland: meravigliato, entusiasta, quasi incredulo di giocarsela ad armi pari con i grandi. Captain America: Civil War è stato il battesimo del nuovo Uomo Ragno targato Marvel Cinematic Universe, uno stage impegnativo in cui Holland guardava il mondo attorno a lui con gli stessi occhi dello spettatore. Il suo Spider-Man era un fan degli Avengers, era un adolescente adorante e sovraeccitato dalla possibilità di rubare lo scudo di Steve Rogers, di fronteggiare quel simpaticone di Ant-Man o di fermare un pugno del Soldato d'Inverno. Anche durante un atto violento, Spidey non smetteva di dare voce alla sua logorroica meraviglia. Tutto molto esaltante, certo, ma c'era una criticità di fondo.

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Spider-Man: Homecoming, Tom Holland in azione in una scena del film

Per cosa o per chi combatteva quello Spider-Man? Lottare solo per farsi notare da Tony Stark era abbastanza edificante? Compiacere una sola persona è un comportamento da eroe? La risposta a tutte queste domande si chiama Spider-Man: Homecoming, titolo furbissimo ed efficace, perché concilia un immediato riferimento alla spensieratezza di una festa studentesca con il vero e proprio ritorno a casa dell'Arrampicamuri newyorkese, tornato finalmente nel Marvel Cinematic Universe. Il film di Jon Watts fa tesoro di questo doppio senso e costruisce una storia semplice quanto lineare, dove Peter Parker ha un vissuto che non ci è dato conoscere e un irrefrenabile desiderio di mettersi alla prova. Tra mentori più o meno invadenti, amici di sempre e antagonisti inaspettati, Spider-Man: Homecoming tesse la sua trama attorno a quel grattacapo inevitabile di nome "adolescenza".

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Amichevole bimbo ragno di quartiere

Spider-Man: Homecoming, Michael Keaton in una scena del film

Ritornare a casa, dicevamo. Come un vecchio genitore dall'aria materna, mamma Marvel apre la porta a Peter Parker, lo bacia sulla fronte e gli dà il benvenuto nel suo universo enorme. Questo Parker, però, è il più giovane mai visto sul grande schermo, ha 15 anni, per questo il suo raggio d'azione è ancora limitato nell'area urbana dell'immancabile New York. Una città che, però, porta i segni di quanto visto nel corso di quasi dieci anni, a partire da Iron Man. Ed è da lì che riparte Spider-Man: Homicoming: dai detriti, dai resti, dalle conseguenze dell'esistenza degli Avengers. Mentre Peter Parker conduce la sua ordinaria vita da liceale disadattato e introverso, c'è un male insofferente che scalpita. Il rappresentante di questo malessere latente è Adrian Toomes (un perfetto Michael Keaton), capo di un'azienda di riparazioni incaricata di ripulire la città dai residui bellici, perfetto ambasciatore dell'uomo ordinario che detesta lo straordinario rappresentato dai Vendicatori. Padre di famiglia precario che vive di briciole e per questo ben si riconosce nelle abitudini di un avvoltoio, ladro di carcasse altrui e spietato predatore. Le motivazioni e la natura del villain di turno, per quanto mai approfondite come vorremmo, sono però il perfetto contraltare del dilemma vissuto da Parker.

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Spider-Man: Homecoming, Tom Holland e Jacob Batalon in una scena del film

È una guerra interiore fatta di desideri, frustrazioni e priorità: vivere l'ordinario o sognare lo straordinario? Farsi bastare la vita che abbiamo o volere di più? Spider-Man: Homecoming affronta ogni dubbio con la spensieratezza di una commedia brillante (le battute sull'avvenenza della nuova zia May si sprecano), ritmata e piena zeppa di riferimenti pop e metacinematografici, dominata da rimandi continui agli Avengers (idoli incondizionati di Parker e compagni), citazioni di Star Wars e un divertente ammiccamento allo Spider-Man di Sam Raimi (che ovviamente non vi roviniamo). Lo Spider-Man di Holland, perfetta sintesi e via di mezzo tra il goffo e impacciato Tobey Maguire e il nerd cool di Andrew Garfield, oltre a sparare le sue ragnatele dai polsi è prima di tutto un abitante della Rete, è connesso all'ipertesto pop di cui facciamo parte tutti, è spettatore prima che protagonista. E questo non può che renderlo amichevole, meritevole del nostro affetto.

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È bello avere tutto?

Spider-Man: Homecoming, Robert Downey Jr., Tom Holland e Jon Favreau in una scena del film

Il nuovo Uomo Ragno, quindi, ha Tony Stark come mentore, ma probabilmente ha il poster di Deadpool appeso in camera. In netta antitesi con quanto avvenuto nei fumetti (dove di fatto Deadpool è nato come parodia di Spider-Man), sembra che questa volta sia stato Spidey a imparare la lezione cinematografica dello sboccato Wade Wilson. Ce lo suggeriscono sia l'insistente passione per i riferimenti alla cultura pop contemporanea che lo stile di combattimento decisamente poco aggraziato. Se gli altri Spider-Man cinematografici, superate le incertezze iniziali, danzavano sulle loro ragnatele con l'eleganza dei migliori acrobati, quello di Holland è perennemente impacciato, scoordinato, quasi rozzo. Una caratteristica utile a raccontarci tanto del carattere ancora acerbo del personaggio attraverso scene d'azione che, però, soprattutto nel finale sono l'unico punto debole del film, perché non sempre leggibili e chiare nelle "coreografie". Quello che conta davvero, però, è l'abilità con cui il film volteggia tra la commedia e l'ispirante racconto di formazione da cui emerge una morale (questa sì, un po' disneyana) che assomiglia tanto ad un elogio dell'umiltà. In questo senso è molto significativo il rapporto tra Parker e Stark.

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Spider-Man: Homecoming, una nuova foto del film

La tuta ipertecnologica con tanto di intelligenza artificiale (che ci ha ricordato persino Lei) regalata da Tony a Peter è l'emblema di una generazione abituata a bruciare le tappe avendo tutto e subito (ce lo conferma anche lo slogan dell'operatore telefonico italiano che sponsorizza il film), ad essere frastornata dalle potenzialità del proprio ego e dal miraggio della sovraesposizione. In Spider-Man: Homecoming, Tony Stark è la cartina tornasole della condotta morale di Peter; lui è l'esempio ma anche la tentazione, il miraggio del successo e di una sbornia egocentrica facilmente accecante. Il dilemma mai logorante ma insistente del nuovo Spider-Man è questo: cosa voglio davvero? Se vivere significa scegliere, questo Uomo Ragno è quello che meglio racconta come Spider-Man si trasformi in Peter Parker giorno dopo giorno, scelta dopo scelta. Se l'ultimo Parker di Garflield voleva conoscere le sue origini, questo ha lo stesso spirito vitale di quello Raimi, e pensa solo alla sua prossima destinazione. In questo dolce addio alla spensieratezza, fatto di voli pindarici e piedi per terra, entriamo nella tela di un adolescente. Dentro il cuore di quell'eta in cui, anche se non sai ancora chi sei, forse sai già cosa vuoi diventare.

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Giuseppe Grossi
Redattore
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