Zeder

1983, Horror

Recensione Zeder (1983)

Dopo 'La casa dalle finestre che ridono', Avati torna ad aggiungere un altro tassello alla storia dell'horror all'italiana e prendendo le distanze dagli zombi-movies clonati dalle apocalittiche invasioni romeriane, racconta una vicenda meno eccessiva e sanguinosa, ma incredibilmente spaventosa ed inquietante.

Sangue romagnolo

Stefano, un giovane universitario con aspirazioni da scrittore, riceve in regalo da sua moglie Alessandra, una vecchia macchina da scrivere, all'interno della quale si cela un terribile segreto: il nastro d'inchiostro che era stato utilizzato dal proprietario precedente, rivela infatti uno scritto che riguarda gli studi esoterici compiuti agli inizi del '900 da un certo Paolo Zeder sui terreni K, la cui struttura alchemica sarebbe in grado di riportare in vita i cadaveri che vi fossero sepolti. La macchina da scrivere era appartenuta ad un certo Luigi Costa, un prete apostata che si era interessato agli studi di Zeder. Nonostante le perplessità di Alessandra, Stefano inizia ad indagare, spinto soprattutto dalla curiosità e dalla necessità di trovare nuovi spunti creativi per un nuovo romanzo, ma finirà inevitabilmente avviluppato in un groviglio di misteri.

Dopo La casa dalle finestre che ridono, Pupi Avati torna ad aggiungere un altro tassello alla storia dell'horror all'italiana e prendendo le distanze dagli zombi-movies clonati dalle apocalittiche invasioni romeriane, racconta una vicenda meno eccessiva e sanguinosa, ma incredibilmente spaventosa ed inquietante, ambientata in una solare riviera romagnola incupita dalle dicerie popolari, dalle mezze voci dei contadini e della gente semplice, che sovrapponendosi creano un fitto bosco di misteri e di inquietudini. Lontano dalle visioni oniriche di Dario Argento, ambientate in città non convenzionali, Avati sfrutta quindi la riconoscibilità dei luoghi in cui è ambientata la storia per rendere l'angoscia e l'orrore più concreti e tangibili, ma quasi mai espliciti. In Zeder il chiassoso colore delle spiagge ed il verde delle campagne si impregna di ombre e di sangue, e diventano la base di un fitto mosaico di luci misteriose che pulsano improvvisamente, cadaveri scomparsi, personaggi ambigui e segreti mortali che si dispongono a formare un inquietante thriller di ambientazione "ruspante" nel contesto del quale il regista però si concede anche una raffinata citazione da Il bacio della pantera di Torneur. Inconsistenti invece le similitudini con Pet Sematary, il romanzo di Stephen King, dal quale è stato tratto Cimitero vivente di Mary Lambert, e che spesso è stato frettolosamente paragonato al film di Avati: se Zeder si propone come un thriller d'effetto il cui unico scopo è quello di trascinare lo spettatore in un incubo senza ritorno, il romanzo di King invece va oltre e spinge il lettore a più di una riflessione, in particolare sull'amore visto come ossessione e non come sentimento.

A voler trovare dei difetti in Zeder, che per tutte le ragioni elencate è un horror di buona fattura, si potrebbe dire che non si rivela riuscito come il precedente La casa dalle finestre che ridono, del quale non ha la stessa compattezza narrativa e la stessa grezza spontaneità. Un film poco sentito ed amato dallo stesso regista, e la cui naturalezza risente forse dell'interpretazione d'impostazione teatrale di Gabriele Lavia, meglio inserita in un contesto surreale come quello di Profondo rosso.

Recensione Zeder (1983)
Fabio Fusco
Redattore
4.0 4.0
Privacy Policy