Recensione Sole a catinelle (2013)

A fronte di una struttura sempre uguale, il tocco in più del film arriva da una maggiore (e migliore) concertazione della storia, da un'interazione più efficace tra il protagonista e gli altri personaggi.

Recensione Sole a catinelle (2013)

E' l'incubo di ogni casalinga, lo spettro la cui visita si vuole allontanare il più possibile, il vampiro pronto ad avventarsi su vittime indifese. Il venditore di aspirapolvere porta a porta è probabilmente il rompiscatole per eccellenza. Se a questa fastidiosa figura archetipica si aggiungono le caratteristiche moleste di uno come Checco Zalone, rischiamo di trovarci davanti ad una catastrofe di proporzioni immani. Campione di vendite grazie allo sterminato numero di parenti disseminati in tutta Italia, Checco vede ridimensionarsi i suoi obiettivi quando cugini, zii e nonni si esauriscono.

Piantato dalla moglie, disperata dopo la chiusura della sua fabbrica, senza una lira, ad un passo dal licenziamento, Checco si trova costretto oltretutto a mantenere una promessa fatta al figlio Nicolò; fargli fare una vacanza da sogno e premiarlo così per la sua eccellente pagella. Parigi, Londra, la Costa Azzurra possono aspettare perché Checco è diretto in Molise con la speranza di smerciare qualche aspirapolvere rimasto sul groppone. Nicolò proprio non sopporta la vita del paese e sembra deciso a mollare il genitore al suo destino, quando in uno slancio di vero affetto decide di rimanere con lui. Una deviazione improvvisa dall'itinerario li porta nella tenuta della ricchissima Zoe, esperta d'arte, madre di un bambino che ha smesso di parlare. Lorenzo ritrova la parola e Checco e Nicolò trovano un modo più entusiasmante di passare le ferie estive, nella ricchissima villa di Portofino di Zoe. Giusto in tempo per sconvolgere la vita della donna e dei suoi ricchissimi familiari.

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Sereno variabile

Sole a catinelle: Checco Zalone con in una scena del film

Sventurato il destino di coloro che sono chiamati a ripetere il successo commerciale dei loro ultimi film, perché non è mai facile riuscire nell'impresa. Luca Medici, alias Checco Zalone sembra aver trovato la formula giusta, forse non originale, ma funzionale, e con Sole a catinelle segna un ulteriore passo avanti nella sua produzione. Dal primo film a oggi (Cado dalle nubi e Che bella giornata, entrambi premiati dal box office) il comico e musicista pugliese si è costantemente migliorato, affinando la drammaturgia e tentando di affrancarsi, non sempre riuscendoci, va detto, dai modelli ripetitivi; certo, rimaniamo nell'ambito di una comicità grezza, che si esprime nel massimo della sua forza quando Zalone-Medici è in campo, ma che ha una efficacia e una veracità che non possono lasciare indifferenti. E' la risata a rendere più digeribili le nefandezze del protagonista, emblema del capitalismo più sfrenato e prima vittima (in)consapevole di questo spirito commerciale che si insinua nella vita quotidiana, rovinandone i rapporti.

Sole a catinelle: Checco Zalone in una scena

Checco contro tutti

Zalone, sempre più maschera, ne ha per tutti come sempre, con gli psicologi incapaci di svolgere il proprio lavoro, barricati dietro a pseudoteorie, con i registi d'autore, che deliziano il pubblico con mattoni senza capo né coda (Eutanasia mon amour), con la fulgida classe degli industriali che intrallazzano, mentre gli operai sono in mezzo ad una strada. A mancare è una critica profonda a questi mondi, le zampate feriscono, ma solo in superficie, quel tanto che basta però per scatenare ilarità ("Scusa sto entrando in massoneria, ci sentiamo più tardi", dice Zalone alla moglie, rispondendo ad una telefonata prima di un segretissimo rito di iniziazione). A fronte di una struttura sempre uguale (il diverso che fa fatica a integrarsi, viene 'esiliato' dai potenti di turno, ma che alla fine si impone grazie alla fortuna), il tocco in più del film arriva da una maggiore (e migliore) concertazione della storia, da un'interazione più efficace tra il protagonista e gli altri personaggi, in particolare quello interpretato dal piccolo e bravissimo Robert Dancs. Più decorative le presenze femminili di Miriam Dalmazio (la moglie) e Aurore Erguy (Zoe).

Conclusioni

Checco Zalone fa cose semplici, le fa senza snaturarsi e rinuncia ad una presuntuosa auto direzione per glorificare il sodalizio artistico con il regista di tutti i suoi film, Gennaro Nunziante. Se questi ingredienti non riescono a spiegare completamente i motivi del grande successo comico pugliese, possono permetterci di mettere meglio a fuoco l'esperienza di un autore la cui riuscita non è più figlia del caso.

Francesca Fiorentino
Redattore
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