Recensione My Old Lady (2014)

Il grande drammaturgo Israel Horovitz esordisce alla regia alla veneranda età di settantacinque anni, portando sullo schermo una sua pièce di grande successo ambientata a Parigi, tentando di allargare alla capitale francese il setting della storia che a teatro vede recitare tre attori in una stanza.

Recensione My Old Lady (2014)
My Old Lady

2014 – Drammatico
2.0 2.0

Mathias (Kevin Kline), ha ereditato un appartamento a Parigi da suo padre. L'uomo non se la passa bene e conta di rivendere l'immobile per risollevare le sue finanze, per cui usa gli ultimi soldi che ha in tasca per lasciare New York e andare nella capitale francese, dove però trova una sorpresa: insieme all'elegante appartamento nel Marais, trova in dote anche un'inquilina, la sofisticata novantenne inglese trapiantata in Francia Mathilde Girard (Maggie Smith). L'appartamento era stato acquistato dal padre con la formula del viager, un vitalizio ipotecario che concede finanziamenti al proprietario fino alla sua morte, per cui Mathias per il momento eredita solo un affitto mensile da pagare all'anziana signora e non potrà entrare in possesso dell'appartamento fino alla sua morte.

Spiantato e senza una lira, è costretto a rimanere a Parigi e ad una forzata convivenza con Mathilde e sua figlia Chloé (Kristin Scott Thomas): intenzionato a rivendere a sua volta l'appartamento, Mathias dichiara inizialmente guerra alle due donne, salvo scoprire pian piano durante la convivenza delle verità sul suo passato e su quello di suo padre che cambieranno completamente la sua vita.

Paris, je t'aime

My Old Lady: Kevin Kline in una scena del film

Evidentemente la passione per la città di Parigi del grande drammaturgo ebreo-americano Israel Horovitz deve essere davvero viscerale se alla veneranda età di 75 anni ha deciso di esordire alla regia portando sullo schermo proprio questo My Old Lady. Tra i suoi numerosi lavori di grande successo tradotti e portati in scena in tutto il mondo, questa pièce rappresentata per la prima volta nel 2002 al Promenade Theatre di New York, è per stessa ammissione dell'autore una vera e propria dichiarazione d'amore per la ville lumière, il culmine di cinquant'anni d'amore per la capitale francese. Non completamente estraneo all'industria cinematografica, autore già di vari adattamenti e sceneggiature per il grande e piccolo schermo, tra cui Fragole e sangue premiato a Cannes nel 1970, Horovitz aveva sempre evitato la regia limitandosi alla parte drammaturgica. Qui si cimenta per la prima volta dietro la macchina da presa spinto dai numerosi anni vissuti a Parigi e a quanto pare dall'entusiasmo di Kevin Kline che ha promosso numerose letture della sceneggiatura fuori dall'ambito strettamente teatrale. Evidentemente anche lui rimasto legato alle suggestioni parigine dai tempi di French Kiss.

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Cartoline dal Lungosenna

My Old Lady: Kevin Kline a passeggio con Kristin Scott Thomas in una scena del film drammatico

Il setting del film è stato necessariamente ampliato nel tentativo di dare una dimensione più ampia alla storia, rispetto a quella rappresentata sul palco teatrale, dove ci sono tre attori in una stanza. Si percepisce la volontà di Horovitz di dare un respiro più cinematografico alla narrazione, cercando di farla uscire dalla dimensione teatrale anche attraverso l'ambientazione in una Parigi riconoscibile dalle sue strade e i suoi monumenti, ma si tratta di semplici velleità: perché My Old Lady anche sul grande schermo rimane soprattutto un film da interni dall'impianto inevitabilmente teatrale. Scene di esterni piuttosto superflue, cartoline dal Lungosenna nel tentativo di porre enfasi sull'ambientazione parigina per portare la storia oltre gli angusti confini di un appartamento: così come i personaggi secondari, tra cui il Dominique Pinon feticcio di Jean-Pierre Jeunet, piuttosto inutili e di nessuno apporto allo sviluppo della narrazione. Velleità neanche troppo inconsapevoli di un eccellente drammaturgo che, nonostante la veneranda età, è evidentemente e serenamente immaturo come regista. Anche l'evoluzione del personaggio della figlia Chloé, che costituisce la differenza principale tra la rappresentazione cinematografica e quella teatrale, rappresenta un tentativo poco riuscito di innescare un risvolto romantico troppo tardivo e repentino per risultare credibile.

Il peso dell'eredità

My Old Lady: Kevin Kline in una scena del film insieme a Kristin Scott Thomas

Insomma tutte le trovate per amplificare la storia, compreso l'elemento della tradizione del viager sul quale si ricama e si indugia nella prima parte, servono solo a confondere la carte e a camuffare con toni da commedia il dramma piscologico che ne costituiscono il cuore e l'essenza: ovvero il peso e le conseguenze delle azioni dei genitori sui figli, di quanto la distanza e l'anaffettività dei primi gravi sulla psiche e sull'equilibrio di questi ultimi. E di quanto però da questa eredità sia possibile affrancarsi, trovando se stessi e magari il sostegno di chi ti comprende avendo avuto in sorte lo stesso destino. E' negli ottimi dialoghi e nell'indagine delle psicologie dei personaggi e dei loro drammi, quella che costituiva già il core drammaturgico della storia a teatro, che il Horovitz e il film danno evidentemente il loro meglio. Ma nonostante la confezione rimane un film che non si riesce ad amare come si vorrebbe, pensando a cosa ne avrebbero fatto registi come Roman Polanski o Volker Schlöndorff. Nonostante come detto la scrittura indecisa tra commedia, dramma e sentimento, non aiuti molto i loro personaggi, il film ci regala comunque le ottime interpretazioni di Kevin Kline sgualcito e disperato come non mai, con una Kristin Scott Thomas sempre affascinante e soprattutto l'eterna Maggie Smith vera anima del film.

My Old Lady: Kevin Kline con Maggie Smith in un'immagine tratta dal film

Conclusione

I tentativi di amplificare alcuni aspetti della storia e di dargli una dimensione più cinematografica sono piuttosto velleitari, per cui l'impianto del film resta inevitabilmente quello della pièce teatrale. La presenza di Parigi è relegata a qualche cartolina da luongosènna e della sua magia non c'è traccia in un film che rimane legato soprattutto alle scene da interno e dà il suo meglio nei dialoghi e nelle performance degli attori.

Alessandro Antinori
Redattore
2.5 2.5
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