Django Unchained

2012, Western

Recensione Django Unchained (2012)

Accanto alla scelta di spingere più che mai l'acceleratore sul surreale e sul divertimento, c'è quella di offrire un ritratto del razzismo e dell'America pre-guerra civile spaventoso ma anche realistico, e una feroce critica alla romanticizzazione cinematografica del sistema schiavista.

Hollywood perdona... Django no!

Sud degli Stati Uniti, qualche anno prima della guerra civile. Il Dottor King Schultz (Christoph Waltz) è un cacciatore di taglie tedesco alla ricerca di uno schiavo di nome Django (Jamie Foxx), l'unico che possa aiutarlo nella caccia a tre uomini che potrebbero fruttargli un bel bottino. Anche senza catene, Django ha un nuovo padrone, ma Schultz è un bianco come non ne ha mai visti fino ad ora, un uomo che gli fa due promesse: quella di liberarlo una volta compiuta la loro missione e, cosa ancora più importante, di aiutarlo a rintracciare e salvare sua moglie, la bella Broomhilda (Kerry Washington), prigioniera in una piantagione del Mississipi chiamata Candyland di proprietà del temibile Calvin Candie (Leonardo DiCaprio), uno schiavista senza scrupoli, appassionato di sanguinolente e letali lotte tra "mandingo" e assistito dal vecchio e fidato Stephen (Samuel L. Jackson), schiavo di casa da più generazioni.

Video-recensione Django Unchained


Jamie Foxx e Franco Nero in un scena di Django Unchained
Dopo essere stato protagonista di quasi trenta pellicole (ma di queste solo uno è un sequel ufficiale dell'omonimo film di Sergio Corbucci del 1966) ed interpretato da una decina di attori (tra cui l'indimenticato ed "originale" Franco Nero, ma anche Terence Hill, Lee Van Cleef e George Eastman), il pistolero dal nome mitico trova nuove origini etniche ma torna a cavalcare ancora una volta nel nuovo film di Quentin Tarantino, Django Unchained, letteralmente Django senza catene. Ma ancor più del suo carismatico protagonista, ad essere letteralmente scatenato è proprio il regista di Pulp Fiction, che non si limita ad un semplice omaggio ad un genere particolarmente amato quale è lo spaghetti western, ma realizza quello che, ad oggi, è forse il film più "tarantiniano" che sia mai esistito, il titolo più eccessivo, coraggioso e strafottente di una filmografia che di certo non si è mai contraddistinta per aderenza a nessuna delle (tante) regole stilistiche o commerciali del cinema di oggi.

Leonardo DiCaprio nella prima immagine ufficiale di Django Unchained
Violento, logorroico, derivativo ed ultracitazionista; il cinema di Quentin Tarantino ha sempre mantenuto queste caratteristiche con il passare degli anni e con il crescere di progetti sempre più ambiziosi. Django Unchained è intrattenimento nel senso migliore del termine, uno spettacolo che esalta i sensi degli spettatori attraverso parole, immagini e musica, che li trascina in un turbine di emozioni contrastanti, che li rende protagonisti non solo di una storia (che come sempre in Tarantino è più un pretesto che altro) ma in un vero e proprio viaggio attraverso meandri di una cinematografia nascosta ai più ma pronta a tornare a miglior vita grazie alla cura del suo primo e più grande fan.
Il suo omaggio al genere dello spaghetti western è evidente nella bella fotografia di Robert Richardson o nelle musiche (originali e non) di maestri quali Ennio Morricone e Luis Bacalov, ma come sempre quello che riesce a donare originalità e freschezza, e ad elevare il suo cinema oltre la semplice parodia o scopiazzatura, sono dialoghi, personaggi e il gran numero di sequenze e momenti cult destinati a rimanere per sempre nella storia del cinema contemporaneo.

Christoph Waltz uccide a sangue freddo in Django Unchained
Da sempre dialoghista sublime, Quentin Tarantino con il tempo è riuscito a circondarsi di attori altrettanto eccelsi che possano rendere al meglio queste sue caratteristiche. A Jamie Foxx tocca forse il lavoro più difficile, ovvero quello di dare corpo ad una nuova icona western nonostante il pesantissimo fardello, e c'è da dire che il premio Oscar fa un ottimo lavoro e non è certo colpa sua se gli viene costantemente rubata la scena da tre formidabili comprimari che hanno non solo le battute migliori del film, ma anche personaggi ben più interessanti e complessi: se Django è infatti un eroe a tutto tondo e la sua evoluzione da schiavo a vera e propria leggenda del west, nonché pistolero più veloce e praticamente immortale, è quella archetipica del genere (sebbene con la variante razziale), i personaggi interpretati da Waltz, DiCaprio e Jackson non sono guidati dalla stessa "furia divina", dallo stesso straripante senso di vendetta, ma vedono pian piano sgretolarsi il mondo in cui vivono e credono, sono costretti ad affrontare la propria mor(t)alità, i propri errori, la loro stessa imperfezione.

Un gruppo di membri del Ku Klux Klan cavalcano in Django Unchained
Tarantino ha sempre amato mischiare i generi, lavorare di contrasto tra le immagini che corrono sullo schermo e la colonna sonora che le accompagna; non è quindi questo affascinante e spesso straniante mix tra spaghetti western - genere a cui il regista, ad essere sinceri, ha sempre attinto a piene mani - ed il blaxploitation a sorprendere, ma piuttosto la scelta di spingere più che mai l'acceleratore sul surreale e sul divertimento riuscendo comunque ad offrire un ritratto del razzismo e dell'America pre-guerra civile che è al tempo stesso spaventoso, feroce ma anche realistico.
La scelta di due generi così sopra le righe e apparentemente inconciliabili serve a Tarantino per portare avanti la vera "rivolta" che è il cuore del film, non quella di Django che si ribella contro i padroni bianchi, ma quella del regista stesso di realizzare un film che metta in evidenza e ridicolizzi il modo romanticizzato e ingenuo, ma non per questo meno irrispettoso, con cui Hollywood per oltre cento anni (da La nascita di una nazione ai giorni d'oggi, passando anche per classici come Via col vento) ha rappresentato l'argomento dello schiavismo e soprattutto come ha rappresentato gli schiavi stessi.

Un primo piano di Samuel L. Jackson in Django Unchained
E' per questo che il vero colpo di genio della sceneggiatura è il personaggio interpretato da Samuel L. Jackson, simbolo dello stesso male che i protagonisti combattono e di quella visione antiquata della Hollywood che fu. Quando nella seconda metà della pellicola l'azione si sposta a Candyland e entra in scena questo nuovo personaggio, Tarantino sembra voler dire ai suoi spettatori: dimenticate la Mami di Hattie McDaniel, dimenticate quelle piantagioni assolate in cui schiavi apparentemente felici e servizievoli vivevano in tranquillità e pace, dimenticate gli innumerevoli period drama della Golden Age hollywoodiana e i vari "schiavi di casa"; l'argomento schiavi al cinema non può che essere rappresentato dallo splatter, da quella violenza grafica e solo apparentemente gratuita in cui finalmente emerge l'orrore reale di quelle situazioni mostruose e inumane.
Django Unchained vuole essere sì un omaggio ad un cinema passato, ma non vuole affatto essere un film old style, piuttosto un primo coraggioso e sfacciato approccio ad una realtà lontana che ancora oggi non si vuole affrontare. Lo dimostrano le polemiche di questi giorni in America con Spike Lee, i dibattiti scatenati in TV, su giornali e sul web; lo schiavismo sarà pure stato abbattutto ma la paura di affrontare l'argomento, di rappresentarlo così come è stato, è presente tanto oggi quanto lo era decenni or sono. Oggi se c'è un eroe che può davvero mettere fine a questa ingiustizia quello è certamente il nuovo Django by Quentin Tarantino. Per sempre senza catene.

Recensione Django Unchained (2012)
Luca Liguori
Redattore
4.0 4.0
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