The Messengers

2007, Horror

Recensione The Messengers (2007)

L'esordio in terra statunitense dei fratelli Pang si traduce in un film di sconcertante pochezza: una sceneggiatura incredibilmente esile si somma a una messa in scena scolastica e incapace di suscitare vera paura.

Quando a far paura è la mancanza di idee

Sembrano proprio voler raschiare il fondo del barile, i registi della cosiddetta "ringumania". Come dar loro torto? In fondo, uno strascico di interesse per il genere sopravvive ancora, e lavorare a Hollywood è da sempre allettante. E remunerativo. Così, dopo Hideo Nakata, dopo Takashi Shimizu e la sua infinita e letale serie dei The Grudge, ora è la volta dei fratelli Pang di cedere alla tentazione delle sirene hollywoodiane, portando la propria visione della ghost story (normalizzata e resa inoffensiva) agli spettatori d'oltreoceano. Chi scrive non è affatto sicuro, a dire il vero, che una permanenza a Hong Kong avrebbe frenato l'involuzione stilistica dei due registi, già evidente dalle loro ultime pellicole girate in patria; ma l'involuzione in questo The Messengers si manifesta in tutto il suo splendore, complice una sceneggiatura di sconcertante pochezza (scritta da tale Mark Wheaton, ex giornalista di Fangoria) e la produzione dei soliti, altrettanto deleteri Sam Raimi e Robert G. Tapert (ormai specializzatisi, come produttori, in pop-corn horror, meglio se diretti da registi orientali).

Il soggetto, qui, è già di suo ben poco attraente. Una famiglia americana si trasferisce in una fattoria in aperta campagna, di modo che il padre possa trasformare la sua passione (la coltivazione dei girasoli) in un lavoro, e i due figli possano riacquistare un po' di tranquillità dopo eventi che intuiamo traumatici. Puntualmente, appena la famiglia mette piede nella nuova abitazione iniziano gli eventi inquietanti: rumori, scricchiolii, lamenti e strane apparizioni, oltre a una sovrabbondanza di corvi (con intenzioni apparentemente ben poco pacifiche) che girano intorno alla casa. In particolare, sono la figlia sedicenne e il fratellino di tre anni che sembrano avere un rapporto privilegiato con le presenze: ma lei non viene creduta perché forse è un po' fuori di testa, mentre lui non parla perché traumatizzato da qualcosa che scopriremo più avanti. Mentre i "coinquilini" si fanno sempre più ostili e minacciosi, la ragazza cerca di scoprire l'origine di tali manifestazioni: naturalmente, il tutto è stato originato da un fatto di sangue avvenuto nella casa anni prima, ma noi lo sapevamo già perché ce lo aveva detto il solito flashback che apre il film, rigorosamente in bianco e nero.

Si rischierebbe di far arrabbiare qualcuno con degli "spoiler" se si volessero elencare le innumerevoli sciocchezze di cui è costellato lo script, di un'esilità e una pretestuosità tali da indisporre anche lo spettatore più di bocca buona. Ci basterà sottolineare, allora, che i "messaggeri" del titolo sono un elemento accessorio, del tutto superfluo per il dipanarsi della storia, che gli snodi narrativi mancano del più basilare senso di coerenza (non è che chi scrive una ghost story sia esentato dal tener conto di questo parametro), che le basi su cui poggia il tutto sono di una vacuità e di un'inconsistenza che raramente si sono viste nell'horror degli ultimi anni.
La messa in scena è del tutto scolastica, ridondante, tristemente priva di verve o fantasia: siamo dalle parti della più bieca maniera horror, con i soliti spaventi offerti allo spettatore un tanto al chilo, le solite prevedibilissime apparizioni (alcune delle quali anche un po' ridicole a vedersi) col sonoro sparato "a palla", la solita, desolante mancanza di vera paura.

I registi hanno poi infarcito il film della prevedibile serie di citazioni, senza soluzione di continuità o logica: un po' di Amityville Horror di qua, un bel po' di The Grudge di là, l'immancabile Shining, un pizzico (ma proprio piccolo) di Kairo e persino l'"omaggio" (dubitiamo che Hitchcock ne sarebbe felice) a Gli uccelli. Citano anche se stessi, i Pang, in una scena che ricorda un po' quella dell'ascensore di The Eye (altri tempi...) e che, insieme alla prima, vera manifestazione degli spiriti, è l'unica a salvarsi nel grigiore generale, tanto da far innalzare di un punto il voto dato da chi scrive a questo film. Dov'è il substrato melodrammatico che aveva caratterizzato il citato The Eye, dov'è l'alto artigianato horror di cui i due registi, per discutibili che già fossero, avevano dato prova nei primi film? Erano altri tempi, appunto, e anche coloro che allora erano i più accaniti detrattori del duo, non potranno oggi fare a meno di notare la differenza. O forse sì. Questo The Messengers, comunque, resta da evitare per tutti.

Recensione The Messengers (2007)
Marco Minniti
Redattore
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