Pulp Fiction, vent'anni dopo: parte 1, il fenomeno

Nel 1994 Quentin Tarantino vinceva la Palma d'Oro a Cannes con il suo secondo film, la sua opera più citata e amata, entrata nell'immaginario collettivo per la spiazzante costruzione narrativa, per gli indimenticabili dialoghi e per un numero spropositato di sequenze di culto.

Pulp Fiction, vent'anni dopo: parte 1, il fenomeno

Un film come Pulp Fiction ha segnato profondamente l'immaginario contemporaneo. A vent'anni di distanza dalla presentazione al Festival Cannes, dove vinse la Palma d'Oro, e dalla sua uscita in sala (in Italia, in Francia e negli USA venne distribuito nell'ottobre del 1994), è inevitabile guardare alla seconda opera da regista di Quentin Tarantino come al suo lavoro più amato, quello con cui è stato più immediatamente identificato nel corso degli anni. I motivi per cui Pulp Fiction rappresenta un caposaldo del cinema degli ultimi decenni sono tanti, dall'eccezionalità del suo successo commerciale alla particolare struttura meta-narrativa, fino all'influenza che ha esercitato da subito non solo in campo cinematografico, ma anche letterario e, più ampiamente, culturale. Di fronte a un'opera per sua natura stratificata che si nutre e si sostanzia di molteplici citazioni e omaggi, la lettura e l'analisi appaiono potenzialmente delle operazioni infinite, a partire dai mille significativi dettagli sparsi qua e là. Abbiamo perciò deciso di provare a concentrarci su alcuni aspetti, dall'accoglienza che ebbe il film a qualche indispensabile riflessione su alcune sue caratteristiche peculiari, fino all'importanza e influenza che ha avuto nei confronti del cinema contemporaneo.

La Palma d'Oro e l'accoglienza

Siamo al Festival di Cannes a maggio del 1994, Clint Eastwood è presidente di giuria e Quentin Tarantino riceve grazie a Pulp Fiction il primo importante premio della sua carriera, la Palma d'Oro. Il cineasta sale sul palco insieme ad alcuni suoi attori ma, al momento di parlare, viene contestato da un'isolata signora francese che urla allo scandalo. Per tutta risposta, Tarantino mostra il dito medio. Se le contestazioni nei festival sono all'ordine del giorno, non crediamo però che mai nessun regista abbia reagito in modo così veemente. Ma si tratta forse della migliore dimostrazione di come Tarantino sia un perfetto personaggio dei suoi film e, in particolare di Pulp Fiction: eccessivo e sopra le righe, mai diplomatico e tendente piuttosto al gusto dello sberleffo. Tanto che, inevitabilmente, esiste una schiera di persone che lo trova insopportabile. E Tarantino ne è cosciente: infatti, al momento di ricevere la Palma d'Oro, il regista americano dice che mai avrebbe pensato di poter ricevere un premio nella sua carriera, ritenendo che fosse impossibile trovare l'unanimità di una giuria intorno a un suo film. In Francia, al di là della contestatrice solitaria, Pulp Fiction riceverà in effetti diverse critiche negative: una stroncatura dai Cahiers du Cinéma e una da Le Monde, mentre Positif lo appoggerà in modo incondizionato. Negli Stati Uniti e in Italia, invece, la critica lo accoglie in maniera molto positiva; in particolare in Italia diverse riviste di cinema dedicano degli speciali al film concentrandosi soprattutto sull'analisi della sua articolata struttura narrativa e della ridefinizione che fa del tempo cinematografico. Ma, ovunque, si scatenano dibattiti sulla violenza della pellicola - in Italia, addirittura, in un primo momento il film viene vietato ai minori di 18 anni. L'accostamento e quasi l'identificazione tra Tarantino e la violenza filmica continuerà a marchiare i suoi lavori come una specie di prigionia in cui rinchiuderne l'opera, secondo l'ipotesi - errata - che il suo cinema sia esclusivamente rivolto a degli aficionados, a degli spettatori in cerca di emozioni forti e di sangue a palate.

Tarantino con il cast di Pulp Fiction a Cannes nel 1994

Box office e Oscar: un capolavoro targato Miramax

Pulp Fiction rappresenta il primo grande successo di Tarantino e, insieme, il più inaspettato. Laddove Le iene era arrivato negli USA a nemmeno 3 milioni di dollari d'incasso, il secondo lavoro del regista italo-americano ne incassa 107, divenendo il primo film indie a superare lo scoglio dei 100 milioni. Solo recentemente Tarantino riuscirà a fare di meglio, con Bastardi senza gloria e con Django Unchained, ormai definibili però come dei blockbuster d'autore. Pulp Fiction, invece, è sia stilisticamente sia produttivamente un film che si colloca nell'alveo di quella stagione felice - negli anni Novanta - del cinema indipendente americano. Costata 8 milioni di dollari (più 10 di marketing), la pellicola è quasi un low-budget (Forrest Gump, che nel '95 batterà la concorrenza di Tarantino agli Oscar, ne costò 55). Basta poi guardare ad alcune soluzioni visive - dalla fotografia realistica ad alcuni piani-sequenza, come quello in steadycam in cui si discute a proposito del significato sessuale di un massaggio ai piedi - per capire come ci si muova totalmente in un'atmosfera indie.

Vincent Vega (John Travolta) e Mia Wallace (Uma Thurman) in Pulp Fiction

Artefici del successo mondiale di Pulp Fiction sono i fratelli Weinstein che fanno da distributori e da co-produttori esecutivi e credono nel progetto già leggendo la sceneggiatura e sostenendola fortemente anche di fronte alle perplessità di alcuni altri produttori. E i Weinstein saranno ripagati appieno da questa intuizione visto che, a partire da Pulp Fiction, diventeranno dei veri e propri mogul dell'indie, fin quasi ad annullare le differenze tra major e cinema off-Hollywood (o, almeno, mantenendole solo in superficie). Non è un caso che, proprio poco prima del film di Tarantino, nel 1993, la Miramax - pur mantenendo la piena libertà artistica - fosse stata comprata dalla Disney.
Di conseguenza, l'exploit di Pulp Fiction al botteghino è per forza debitore dell'influenza e del peso di una major come la Disney, senza dimenticare però che vi furono non poche geniali invenzioni di marketing, attribuibili proprio al lavoro fatto dai Weinstein.
Una su tutte la si può verificare rivedendo il trailer del film. L'incipit è su sfondo nero con una scritta a scorrimento e una musica austera di commento; nel contempo una altisonante e seriosa voce legge quanto appare sullo schermo che, più o meno, suona così: la Miramax è orgogliosa di presentare il vincitore della Palma d'Oro, il miglior film del Festival di Cannes. A questo punto, sul disegno della palma stilizzata, si sentono esplodere alcuni colpi di pistola e dei proiettili vanno a conficcarsi sulla scritta. Parte la traccia più celebre del film (Misirlou, eseguita da Dick Dale) e insieme prende il via un montaggio rapido in cui i personaggi sparano, uccidono e si baciano. Il paradosso film d'autore e film per il grande pubblico (con violenza, sesso e rock and roll), art-house e blockbuster, gangster movie e pellicola per palati fini è perfettamente esplicitato in questi due minuti e mezzo che riassumono bene la portata dissacrante del film e anche il cortocircuito che provocò tra cultura alta e cultura bassa. Nonostante ciò, l'Academy gli preferì il più rassicurante Forrest Gump, concedendo a Pulp Fiction - su sette candidature - una sola statuetta, quella alla miglior sceneggiatura, scritta da Tarantino insieme a Roger Avary. E, questa, paradossalmente, sembra, a distanza di tempo, una ulteriore nota di merito: anche Quarto potere, con cui Pulp Fiction condivide una dirompente struttura narrativa, vinse solo l'Oscar per il miglior script originale.

La meta-narrazione

Ma Pulp Fiction è diventata l'opera più celebrata del suo regista anche per un motivo che va a scomodare persino la teoria cinematografica. Tutto parte dal titolo del film, diventato poi una sorta di slogan e/o manifesto del post-moderno. Il genere "pulp" infatti era una forma narrativa che, tra gli anni '20 e i '50 del Novecento, fu molto popolare nel mondo anglosassone, rivolta a un pubblico adulto e fatta di soluzioni a base di violenza, sesso e avventure di grana grossa; una forma di racconto, poi archiviata dai fumetti e dalla televisione e in cui si formarono anche scrittori come Raymond Chandler e Philip K. Dick Ma l'operazione tarantiniana travalica il macrogenere di riferimento e prende delle storie/cliché per poi svuotarle dall'interno, riposizionandone la sequenzialità. Le vicende principali sono tre:
a) Recuperare la valigetta. Vincent Vega (John Travolta) e Jules Winnfield (Samuel L. Jackson) debbono tornare in possesso di una misteriosa valigetta appartenente al loro capo, Marsellus Wallace (Ving Rhames).
b) Uscire con la moglie del capo. Vincent Vega è stato incaricato di passare una serata con Mia Wallace (Uma Thurman), moglie del suo boss, Marsellus.
c) Un pugile si è venduto un incontro di boxe. Sempre Marsellus ha pagato Butch (Bruce Willis) per cadere a terra, sconfitto, al quinto round. Ma Butch ha ideato un modo per fregare tutti, scommettendo sulla sua vittoria.

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Samuel L. Jackson e la valigetta in Pulp Fiction

Intorno alla prima vicenda rientra anche una serie di situazioni impreviste: l'uccisione accidentale in auto di un ragazzo da parte di Vincent, l'operazione messa in atto per occultare il cadavere governata da Mr. Wolf (Harvey Keitel), la rapina al ristorante in cui Vincent e Jules sono andati a fare colazione. La seconda vicenda è "accerchiata" a sua volta da altre sequenze cruciali: l'acquisto di droga da parte di Vincent dallo spacciatore Lance (Eric Stoltz), l'overdose di Mia e il ritorno da Lance, chiamato a salvare la vita della donna. Infine, la terza vicenda comprende il rapporto tra Butch e la sua donna (Fabienne, interpretata da Maria De Medeiros), il flashback di Butch che ricorda il momento in cui gli venne consegnato l'orologio di famiglia dal capitano Koons (Christopher Walken) e il tentativo di recuperare l'oggetto che provoca come conseguenza l'uccisione di Vincent e lo scontro con Marsellus; quest'ultimo scontro causerà un altro incidente, visto che Butch e Marsellus si ritroveranno prigionieri di alcuni sadici sodomizzatori.
Se i tre spunti narrativi appartengono all'immaginario classico del genere gangsteristico - e, di conseguenza, sono tipici esempi di letteratura pulp - è la declinazione data da Tarantino a spiazzare. Il regista toglie il nucleo dell'azione alle vicende narrate, le rimescola e poi le dilata o le concentra a seconda del caso. In questo film del '94, più che la riflessione cinematografica (che sarà affrontata nell'esperimento di Grindhouse - A prova di morte), è quella narrativa ad essere cruciale. Nessuno dei personaggi in scena può ambire al ruolo di protagonista perché è l'incastro stesso della narrazione a dominare la scena. Pulp Fiction ha tanto sbalordito e continua a sbalordire i suoi spettatori grazie a una serie di trucchi e di trovate che gli permettono di muoversi ora su uno ora su un altro aspetto dei personaggi, come per una sorta di gigantesco magma narrativo da cui il regista ha scelto di prelevare alcuni frammenti invece di altri. Una sorta di (finta) casualità del racconto che ancora oggi appare come l'elemento più inimitabile del film.

Samuel L. Jackson addenta un hamburger in Pulp Fiction
Ma, non solo, quel che rende Pulp Fiction un caso quasi unico nella storia del cinema americano - con la notevole eccezione di John Cassavetes - è che il film punta la sua attenzione sulle digressioni più che sulle azioni. Non solo i personaggi parlano spesso di cose inessenziali al racconto (la discussione sui diversi modi di chiamare i panini di McDonald's tra l'America e l'Europa, il dialogo sui piercing e quello sulla macchina rigata di Vincent Vega, l'apprezzamento per il frullato da cinque dollari ordinato da Mia Wallace), ma persino le scene a cui viene data più importanza sono quelle che nascono da degli imprevisti. Della storia di Butch non vediamo il centro, vale a dire l'incontro di boxe, quanto quello che avviene dopo. Persino l'inevitabile confronto con i gangster che lo aspettano al varco viene risolto in un attimo: l'omicidio di Vincent Vega dura infatti pochissimi secondi. Quel che diventa centrale in questo frammento narrativo è piuttosto un elemento digressivo: il fatto per l'appunto che Marsellus e Butch si ritrovino in un covo di sodomizzatori. Ma - e qui Tarantino dimostra la sua straordinaria lucidità di scrittura - è dall'azione secondaria e digressiva che poi si torna alla principale: dopo questo drammatico momento vissuto insieme, infatti, Marsellus decide di perdonare Butch e di lasciarlo andare via. In modo simile, la vicenda del recupero della valigetta finisce per trovare il suo clou narrativo in un'altra digressione: Vincent e Jules, ritrovandosi in macchina il cadavere di un ragazzo, sono costretti a chiedere l'aiuto del solerte e sarcastico Mr. Wolf, l'uomo che risolve i problemi e che, in qualche modo, è un alter ego del regista visto che organizza una vera e propria messinscena. Infine, la serata tra Vincent e Mia si sarebbe risolta, in un classico gangster movie, con l'inevitabile rapporto sessuale tra i due e con la successiva vendetta del boss. Vincent invece non ha modo di cedere alle tentazioni perché Mia va in overdose e l'evento comporta la digressione forse più divertente - e insieme più tesa - del film: quella per cui bisogna salvare la vita della donna.
Se questa natura digressiva è parzialmente dovuta al successo all'epoca del cinema indie, la cui narrazione spesso agiva in maniera laterale rispetto ai canoni della classicità - e dunque Tarantino è pur sempre figlio del suo tempo - resta il fatto che sembra impossibile trovare il caso di un film tanto amato e insieme tanto stordente e teorico nella costruzione del racconto.

L'orologio di Butch, possibile nucleo di Pulp Fiction

In un libro di Paul Gormley (The New Brutality Film) si pone l'accento sul ricordo d'infanzia di Butch, la scena in cui il capitano Koons, un reduce della guerra in Vietnam, gli consegna l'orologio di famiglia e gli racconta i terribili travagli che ha dovuto passare per poterglielo consegnare: l'ha tenuto per due anni nascosto nel fondoschiena, quando per cinque anni il padre di Butch - prima di morire di dissenteria - aveva fatto la stessa cosa. Come dice Gormley, questa scena è decisiva perché esemplifica in modo esatto e "corporale" l'operazione di Tarantino: unire le parti basse e le parti alte, dare un valore ad entrambe. È allora questo il nucleo del discorso di Tarantino: mostrarsi debitore in ugual misura del cosiddetto cinema spazzatura e di quello di serie A, un'operazione che diventerà universalmente accettata e accettabile (basta vedere in Italia il lavoro di recupero dei B-movie fatto dal critico Marco Giusti) proprio grazie all'apparizione destabilizzante di Pulp Fiction. Ma il monologo dell'orologio, che si trova quasi alla metà esatta del film e in cui Christopher Walken si esibisce in uno straordinario saggio di recitazione, sembra centrale anche per altri motivi. Uno è il feticismo che, del resto, trasuda in tutta la pellicola. Vi sono diversi esempi in tal senso: i piedi di Mia, la spada scelta da Butch per la sua vendetta, il portafoglio di Jules che è un autentico oggetto pop, il libro di Modesty Blaise che Vincent porta con sé ogni volta che va in bagno, l'auto rigata di Vincent, i piercing del personaggio di Rosanna Arquette, ecc. Nessuno però può competere con il valore simbolico dell'orologio e con i sacrifici fatti per conservarlo: appartenuto alla sua famiglia dai tempi della Prima Guerra Mondiale, l'oggetto deve essere recuperato da Butch che, per realizzare questo obiettivo, mette a rischio tutto il suo piano di fuga.

Christopher Walken in Pulp Fiction

Ma il monologo in questione ha una sua importanza, anche perché sembra persino ricordare il cinema di John Ford. Forse si tratta di un'esagerazione, visto anche l'odio inveterato nei confronti del regista di Ombre rosse manifestato più volte da Tarantino, eppure i concetti espressi dal reduce del Vietnam appaiono decisamente fordiani: il servire d'esempio alle giovani generazioni attraverso il sacrificio, l'insegnamento da dare ai ragazzi e l'idea di non spezzare il filo dell'appartenenza alla famiglia, alla tradizione familiare. Certo, non va dimenticato il modo particolare in cui l'oggetto è stato salvato, però l'impressione è che qui Tarantino giochi sul fragilissimo - e riuscitissimo - equilibrio tra il serio e il faceto, tra la parodia e la tragedia classica. Se fosse semplicemente una parodia, del resto, Butch non andrebbe a riprendersi l'orologio. Per lui quell'oggetto rappresenta la casa, anzi per meglio dire: un qualunque appartamento può diventare una casa se c'è il suo orologio. E allora viene in mente Sentieri selvaggi e la missione di riportare a casa la ragazza rapita dagli indiani, ma viene in mente anche il ritorno a casa di Un uomo tranquillo (in cui, tra l'altro, il personaggio di John Wayne è un boxeur che ha ucciso un suo avversario). C'è, nonostante tutto, l'idea tipicamente fordiana del ritrovare l'equilibrio di una famiglia e di un individuo solo facendosi riaccogliere dalle mura domestiche. Ma nella vicenda di Butch torna addirittura alla memoria il John Wayne di Ombre rosse: entrambi i personaggi hanno sbagliato (l'uno con la legge, l'altro con la mala) e, alla fine, viene data a tutti e due l'occasione di rifarsi una vita altrove, al fianco di una donna. Tarantino ovviamente non condividerebbe questa lettura, anche perché ha sempre detto di preferire Howard Hawks a John Ford, ma è possibile leggere in Pulp Fiction la presenza in nuce di alcuni canoni del western e l'anticipazione di un tema che diventerà centrale in Django Unchained: riportare a casa la donna di Django.

Continua con Pulp Fiction, vent'anni dopo: parte 2, l'eredità

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