L'Angelo azzurro

1930, Drammatico

Recensione L'Angelo azzurro (1930)

Gli ultimi echi dell'espressionismo si avvertono nel progressivo decadimento morale del vecchio Professor Rath e nella perfetta incarnazione del male, in un'ottica misogina e decadente, da parte dell'immortale Lola Lola.

Vincenzo Carlini

Piangi pagliaccio, ridi sciantosa

Nella Germania a cavallo fra le due guerre mondiali, L'Angelo azzurro si erge, al pari di tante pellicole di poco anteriori, come il simulacro di una sconfitta già subita e di nuovo annunciata. Ma se, ad esempio, in Nosferatu o ne Il gabinetto del dottor Caligari il malessere sociale è trasfigurato, per la logica dell'espressionismo, in scenari fantasticamente alterati e incarnato in esseri mostruosamente deformi, nel capolavoro assoluto di Josef von Sternberg sono le contraddizioni dell'umanità stessa a definire i contorni di una sconfitta epocale. Le ferite della Grande Guerra non sono ancora rimarginate che, di lì a poco, un altro immenso cataclisma bellico sconvolgerà la nazione teutonica.

L'Angelo azzurro (dal romanzo Professor Unrath di Heinrich Mann, fratello più anziano del più noto Thomas) è il film che sancisce (in anticipo) il crollo delle certezze della borghesia guglielmina. Nel progressivo declino del professor Immanuel Rath (curioso, e certamente non casuale, l'accostamento con il nome del grande filosofo Immanuel Kant) c'è la negazione stessa dell'eguaglianza nelle relazioni tra individui e l'affermazione esplicita dell'inettitudine di una classe sociale convinta di avere certezze che non esistono. La provocante e sensuale Lola Lola (ispirata a Sternberg dalla Lulu di Wedekind) che irretisce gli alunni del vecchio bacchettone, e un po' infantile, Professor Rath, oltre a diventare un'icona dell'olimpo cinematografico di tutti i tempi (Marlene Dietrich è qui al suo primo grande e definitivo ruolo, uno di quelli che segnano per sempre una carriera: impossibile dimenticare le lunghe gambe accavallate e le pose da prostituta raffinata mentre canta maliziosamente, tra le altre canzoni, "Ich bin die fesche Lola"), è il polo d'attrazione delle disillusioni di un intero mondo. La cinica sciantosa che tanto scandalo ha suscitato nell'Herr Professor (una delle stelle assolute del cinema muto, Emil Jannings), finirà per sedurre anche lui (incontro sottolineato da un gioco di cerchi luminosi ripresi anche nella scena finale e dei quali si ricorderà Billy Wilder, come un affettuoso omaggio, quando, in Testimone d'accusa, lavorerà proprio con la Dietrich). Giungerà il matrimonio e, ormai, la trappola è già scattata.

E' l'inizio della fine che la macchina da presa, carrellando sui banchi dell'aula vuota dopo la destituzione del professore, decreta spietatamente (riproponendo la stessa identica situazione nel tragico finale con lo stesso professore aggrappato mortalmente alla sua cattedra). Il beffardo e patetico spettacolo del Professor Rath (show che sarebbe poi la sua stessa vita, pre e post-Lola Lola, bruciata come le date del calendario) è terminato. Non c'è differenza tra gli alunni che siedono sui banchi di scuola e gli equivoci frequentatori del cabaret: il mattatore Immanuel Rath, prima borioso luminare e poi tristissimo clown (terrificante, come una via di mezzo tra il Pennywise di It e Tonio e Canio del melodramma verista I Pagliacci di Leoncavallo), è la spazzatura (l'"Unrath" del titolo del romanzo e delle scritte da Nuova Oggettività sulla lavagna) di una civiltà che sta per implodere. Nel frattempo i preziosismi luminosi e plastici di Sternberg ricreano interni ed esterni (rigorosamente filmati in teatro di posa) dal gusto decadente e impregnati di accenti fortemente simbolici: la figura dell'uccello, prima morto in gabbia nella casa Rath ("era tanto tempo che non cantava più" dice quasi allusivamente la domestica) e poi vivo e vegeto nello squallido alloggio di Lola Lola, ma presente di nuovo nelle piume sulla cartolina di lei e nell'agghiacciante "chicchirichì" terminale del Professor Rath; il suono dell'orologio che, nella scena conclusiva, si trasforma in un rintocco funebre (straordinaria attenzione pone Sternberg agli effetti audio, considerando che qui siamo solo agli albori del cinema sonoro); e in un'atmosfera generale livida ed intrigante, sensuale e perversa, come gli sghembi tetti ripresi in apertura di film avevano ampiamente anticipato. Segni tutti di un declino che per il Professor Rath era iniziato già prima del fatale incontro (e ciò valga anche per il cinema tedesco) con Lola Lola.

Recensione L'Angelo azzurro (1930)
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