Operation Varsity Blues, recensione: scandali universitari su Netflix

Recensione di Operation Varsity Blues: Scandalo al college, documentario di Netflix sul noto caso giudiziario del 2019.

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Operation Varsity Blues: Scandalo al college, Matthew Modine in una scena

Scrivendo la recensione di Operation Varsity Blues: Scandalo al college, nuovo documentario di Netflix, torniamo con la mente al 12 marzo 2019, quasi esattamente due anni fa, quando il caso che ha ispirato il progetto fu pubblicamente annunciato in occasione dell'arresto delle persone coinvolte. Una vicenda giudiziaria inaudita, con ben 53 imputati, tra cui due dive di Hollywood come Felicity Huffman e Lori Loughlin, che avevano sfruttato un sistema di imbrogli e corruzione per far ammettere i propri figli in università prestigiose, spesso con tattiche palesemente ridicole (nel primo caso il marito dell'attrice, William H. Macy, non fu formalmente accusato e ancora oggi non è sulla lista degli imputati). Uno scandalo che mise in evidenza lo scontro tra due diversi tipi di elitismo, quello delle istituzioni che vantano un certo prestigio e quello degli americani facoltosi che pur di accedere a quel prestigio sono disposti a fare carte false e possono permetterselo. Un caso che, a prescindere dai partecipanti, aveva tutti gli ingredienti per arrivare sullo schermo, e così, dopo un adattamento di finzione per il canale Lifetime dove i nomi delle persone coinvolte sono stati cambiati, ecco il ritratto completo della controversia accademica, almeno per ora (alcuni degli imputati sono ancora in attesa della sentenza definitiva).

Telefonate costose

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Operation Varsity Blues: Scandalo al college, una scena

Operation Varsity Blues: Scandalo al college gioca su due livelli per quanto riguarda la componente formale, pur formando un tutt'uno perfettamente coerente: da un lato, le interviste a coloro che indagarono sul caso; dall'altro, la ricostruzione delle conversazioni telefoniche tra l'organizzatore della truffa, Rick Singer, e i suoi clienti, basata sulle vere registrazioni e solo in minima parte ritoccata per esigenze drammaturgiche (come precisano i cartelli esplicativi, alcune conversazioni sono state unite o leggermente modificate per questioni di cronologia o chiarezza). Conversazioni di un'onestà allarmante, sintomatiche della certezza che, a detta delle persone invischiate, non fosse in alcun modo rischioso parlare di queste cose al telefono (e anche indice di una certa stupidità una volta che Singer divenne collaboratore della giustizia; come sottolinea uno degli intervistati, se la stessa telefonata avesse avuto luogo con un gangster, quest'ultimo avrebbe capito subito di essere sotto sorveglianza). Materiale succoso per un re-enactment invece del solo audio, ed è proprio lì l'elemento più affascinante del progetto, che per la parte di Singer si è rivolto a Matthew Modine.

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Un sistema da condannare

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Operation Varsity Blues: Scandalo al college, Matthew Modine in un'immagine

Modine è senz'altro la parte più forte del film, l'elemento più memorabile e carismatico di un progetto che riesce a rendere accattivante un argomento che al contempo non può che provocare rabbia nello spettatore. Soprattutto perché, come evidenziato dalla ricostruzione delle conversazioni tra Singer e i suoi clienti, non c'è nulla di propriamente "cinematografico" al centro del complotto: niente risate malefiche, niente accompagnamenti musicali a tema, nemmeno chissà quale location di lusso. Il fascino di Singer, veicolato dalla performance di Modine, sta tutto nella sua aria perfettamente banale, con il tono neutro adottato con gli interlocutori e il look decisamente casual (come svelato dai suoi ex-collaboratori, Singer passava talmente tanto tempo a viaggiare per lavoro che sceglieva di dormire in aereo anziché in albergo per non sprecare attimi preziosi). È un villain che sbalordisce per il suo non atteggiarsi da villain, pur stando al centro di un crimine che ha tutta la stoffa di una trovata squisitamente cinematografica.

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Operation Varsity Blues: Scandalo al college, una scena con Matthew Modine

Al di là della semplice questione tecnica, che restituisce un documento lineare ma approfondito, con una pregevole impronta thriller/mystery per rendere le complessità del caso appetibili a livello mainstream, il film è notevole per come mette a nudo l'avidità senza limiti di una certa classe sociale: come sottolineato più volte nel documentario, il fatto che persone già arrivate ai massimi livelli per quanto riguarda fama e/o ricchezza debbano ricorrere a inganni spregevoli è il sintomo più evidente di quello che gli americani chiamano white privilege, nonché indicativo di una certa insaziabilità (come dice uno degli intervistati, una volta raggiunto un certo tenore di vita è difficile rinunciare alla macchina nuova di zecca anche se non è strettamente necessaria). E tutto ciò in nome del prestigio, un concetto fondamentalmente ingannevole: come fanno notare nel film, il termine è infatti di derivazione francese, e l'originale prestige - come sanno anche i fan di Christopher Nolan - indica qualcosa di falso, di illusorio. Illusorio come l'idea di meritocrazia promulgata dalle istituzioni coinvolte nella truffa, che negano l'esistenza di quella che Singer chiama "ingresso di servizio", ossia la possibilità di essere ammessi tramite generose donazioni (mentre il suo sistema era una "porta laterale", con ingresso garantito e spesa ridotta). E per quanto uno possa sentirsi in collera dopo la visione (anche se forse di meno fuori dagli Stati Uniti, poiché in Europa non vige un'atmosfera talmente competitiva a livello accademico), è anche utile avere tra le mani un oggetto capace di mettere a nudo l'illusione.

Conclusioni

Chiudiamo qui la recensione di Operation Varsity College: Scandalo al college, appassionante documentario di Netflix che approfondisce uno dei casi giudiziari più curiosi degli ultimi anni. Strepitoso Matthew Modine, protagonista della sezione che ricrea le vere telefonate al centro dello scandalo.

Movieplayer.it
4.0/5
Voto medio
N/D

Perché ci piace

  • L'incrocio tra interviste e scene recitate è efficace.
  • Matthew Modine è sottilmente irresistibile nei panni di Rick Singer.
  • La struttura del film rende accessibile un caso giudiziario non semplicissimo.

Cosa non va

  • Si ha un po' l'impressione che questo non sia il resoconto definitivo del caso, ancora in corso.