Love and Mercy

2014, Drammatico

Chiedi chi erano i Beach Boys: viaggio nel mito del surf rock con Love & Mercy

Famiglia, passioni, droga, sesso, rock'n'roll, drammi e denunce. Il mito dei cinque ragazzi innamorati del surf rivive al cinema per la prima volta.

Love and Mercy

2014 – Drammatico
3.9 3.9

La California, il sole, il mare, la sabbia dorata, le splendide ragazze in bikini, i surfisti muscolosi che sfidano le onde. I brani dei Beach Boys evocano immediatamente un'atmosfera di gioiosa spensieratezza legata in modo imprescindibile a un'epoca in cui al sogno americano non erano stati ancora inferti i primi colpi, un'epoca in cui le voci angeliche di cinque bravi ragazzi coi capelli a caschetto e le camicie a righe bianche e azzurre - divisa d'ordinanza della band - inneggiavano al fascino del surf, ai primi appuntamenti, all'estate e alle vibrazioni positive.

L'immagine pubblica solare e scanzonata non corrispondeva affatto ai tormenti interni alla band, ma di questo il pubblico se n'è reso conto molto più tardi, quando il gruppo ha cominciato a sfaldarsi a causa del malessere del suo leader Brian Wilson. A far luce sul musicista, autore solo apparentemente disimpegnato che, con un album monumentale come Pet Sounds, ha influenzato la scena pop/rock futura a partire dai Beatles, ci ha pensato Bill Pohlad. Il regista, alla seconda esperienza dietro la macchina da presa, ha all'attivo la produzione degli acclamati Into the Wild, 12 anni schiavo, The Tree of Life e The Runaways, altro biopic musicale incentrato sulla band punk femminile di Joan Jett e Lita Ford. Ossessionato dai Beach Boys, Pohlad ha deciso di approfondirne la figura del leader in Love & Mercy utilizzando la brillante sceneggiatura co-firmata dalla penna illuminata di Oren Moverman e da Michael Alan Lerner.

Love & Mercy: Paul Dano seduto al sole

Vite in musica

Cate Blanchett in Io non sono qui

Il biopic musicale è uno dei sottogeneri più frequentati, negli ultimi anni, dai registi. Il connubio sesso, droga & rock'n'roll continua a rivestire un certo fascino e anche se amalgamare verità nuda e cruda, finzione romanzata ed esibizioni musicali richiede un talento non comune, evitando le trappole delle convenzioni di genere alcuni cineasti ci hanno regalato pellicole indimenticabili. A fianco di opere più tradizionali come Ray, Quando l'amore brucia l'anima - Walk the Line, Tina - What's Love Got to Do with It, The Doors e La vie en rose vi sono autori che hanno preferito uscire dai canoni del genere cercando un linguaggio personale per evocare un'atmosfera, una scena musicale, una mente creativa. Si passa dall'irriverente Amadeus, che balza su e giù tra passato e presente nel tentativo di decifrare il mistero che si nasconde dietro il genio buffonesco di Mozart, al rarefatto Last Days, viaggio onirico nelle ultime ore di vita di Kurt Cobain che hanno preceduto il suicidio del cantante dei Nirvana, da Sid e Nancy, allucinato viaggio verso l'autodistruzione condito da sesso e droga del leader dei Sex Pistols, agli inglesi Control e Nowhere Boy, pellicole intimiste, composte, astratta e distaccata la prima, delicata e malinconica la seconda, che fanno luce sull'esistenza tormentata del leader dei Joy Division Jan Curtis e sull'adolescenza di John Lennon. E se Clint Eastwood fa il bis raccontando col suo stile classico Charlie Parker in Bird e Frankie Valli in Jersey Boys, adattamento di un popolare musical di Broadway, Eminem si barcamera tra finzione e verità interpretando se stesso (o forse no) nell'intenso 8 Mile. La sintesti perfetta, punto di arrivo di questo percorso, è l'antibiopic fictional Frank in cui l'arguto Leonard Abrahamson si fa beffe del genere inventandosi un cantante dal talento discutibile che assurge allo status di guru del post-rock grazie a liriche strampalate e al vezzo di nascondere il volto dentro un testone di cartapesta. Naturalmente Frank non esiste. Esiste, invece, Bob Dylan e Todd Haynes ha scelto di decomporne il mito per analizzare le sue numerose anime e raccontare le varie fasi della sua carriera nel caleidoscopico Io non sono qui.

Affari di famiglia

I Beach Boys: Brian, Dennis, Carl Wilson e il cugino Mike Love

Proprio Io non sono qui è il modello dichiarato a cui Bill Pohlad si ispira per la sua esplorazione del controverso mito di Brian Wilson, autore geniale, uomo fragile e affetto da nevrosi che, a più riprese, gli hanno impedito di condurre un'esistenza normale. Pohlad ha scelto di scelto di esplorare due diverse fasi della vita del musicista, gli anni '60, epoca in cui la band è esplosa, affidando il ruolo di Wilson a Paul Dano, e gli anni '80, quando Wilson è un uomo di mezza età confuso e farmacodipendente col volto di John Cusack. Ironia della sorte, la band che più di ogni altra celebrò il mito del surf poco aveva a che fare con le abitudini che celebrava nelle sue solari canzoni. Dei membri dei Beach Boys, 'family band' per eccellenza composta dai fratelli Brian, Dennis e Carl Wilson, dal cugino Mike Love e dal compagno di scuola Al Jardine, solo Dennis sapeva nuotare e praticava surf. Fu proprio lui a incitare Brian a comporre un brano sullo sport più amato dai giovani californiani (per ironia della sorte nel 1983 Dennis morirà annegato nelle acque di Marina Del Rey dopo essersi tuffato ubriaco per tentare di recuperare un oggetto scagliato in acqua in un impeto di rabbia).

Dal suo imput nascerà Surfin', primo hit della band, seguito a ruota dalla popolarissima Surfin' Safari. La casa della famiglia Wilson a Hawthorne, nella California del Sud, è la fucina in cui la band si forma. Narra un simpatico aneddoto che, all'epoca della composizione di Surfin', i tre fratelli Wilson restano soli a casa per qualche giorno mentre i genitori si recano in gita a Mexico City. Al ritorno, il padre Murry, pianista che ha attaccato la passione per la musica ai figli Brian e Carl, scopre che la prole ha usato i soldi lasciati per le emergenze per acquistare strumenti musicali. E' il 1960 e i Beach Boys stanno per muovere i primi passi. In realtà il nome scelto dalla band è Pendletones (dai maglioni Pendleton, indossati dai surfisti), ma il primo discografico cambia il nome a loro insaputa puntando su qualcosa di più commerciale e accattivante.

Creatività, nevrosi e cattive compagnie

I Beach Boys in concerto: Brian, Dennis, Carl Wilson e il cugino Mike Love

Scomodare il padre padrone dei Jackson 5 che, per anni, ha malmenato moglie e figli costringendoli a esibirsi contro la loro volontà è eccessivo, ma anche la vita dei Beach Boys sotto il severo manager Murry non doveva essere facile, visto che nel 1964, dopo l'ennesima lite, Brian decise di 'licenziare' il genitore. Nello stesso anno la band diede alle stampe All Summer Long, ultimo album di surf rock che seguiva l'incredibile successo di Surfin' Safari, Surfin' USA e Surfer Girl. Riscuotendo il plauso di Frank Zappa, la band aveva già allora avuto il merito di fondere le melodie vocali tipiche degli anni '50 con un modo di fare musica completamente nuovo, ma i tempi cambiano e l'ondata di isteria collettiva proveniente dall'Inghilterra che accompagnava il fenomeno Beatles iniziava a preoccupare Brian Wilson. A fine anno, dopo un attacco di panico mentre era in volo, il musicista decise di abbandonare il tour e si ritirò in studio. Da questo momento in poi il genio musicale compose le opere più mature della band, guardando allo stile di Phil Spector e sfornando brani come California Girls e Barbara Ann, in attesa del capolavoro Pet Sounds, ma al tempo stesso scivolò nella paranoia consumando dosi massicce di droghe e conducendo un'esistenza da recluso (si racconta di gusti alimentari inconsueti, di stanze piene di sabbia per affondarvi i piedi mentre suonava il piano e di pianti improvvisi alla tv di fronte alla serie per ragazzi Flipper).

Una foto di Brian Wilson

Pet Sounds è stato eletto all'unanimità dalla critica uno degli album più significativi nella storia del rock, ma al tempo stesso ha alimentato il malumore tra i Beach Boys visto che è praticamente un'opera solista di Brian. I Beach Boys fecero il primo passo falso nel 1967 decidendo di cancellare la partecipazione al Monterey Pop Festival perché privi di nuovo materiale da presentare. L'anno successico, mentre Brian Wilson viene ricoverato per un breve periodo in ospedale psichiatrico, il festaiolo Dennis, batterista della band attratto più dalle donne che dalla musica, carica due giovani autostoppiste e le porta a casa sua, attirando così involontariamente nella sua dimora Charles Manson in persona. I due stringono amicizia, ma la personalità inquetante dello pseudoguru spaventa Dennis al punto da convincerlo ad andarsene da casa lasciandola in mano alla Manson Family. E' grazie a Wilson che Charles fa conoscenza del proprietario della casa affittata a Roman Polanski e Sharon Tate, dove l'anno successivo Manson e i suoi seguaci massacreranno l'attrice incinta e i suoi amici. La strage scuoterà in profondità Dennis Wilson, talmente terrorizzato da rifiutarsi di testimoniare al processo nonostante affermasse di essere a conoscenza della vera ragione di quel brutale delitto. Nonostante la morte di Dennis, avvenuta nell'83, seguita da quella di Carl, nel 1998, per un cancro ai polmoni, l'attività dei Beach Boys ha ripreso nel 2011 con una reunion in occasione del cinquantenario della band che ha visto il ritorno di tutti i componenti superstiti e il superamento delle cause legali tra Brian Wilson e il cugino Mike Love, anima nera del gruppo.

I Beach Boys al cinema

Una scena del film Strada a doppia corsia

Nonostante la fama che ha accompagnato l'iconico ensemble californiano, prima di Bill Pohlad non sono molti i registi che hanno provato a raccontarne la storia per immagini. Il primo contatto col grande schermo arriva nel 1971 quando Dennis Wilson, il bello del gruppo, viene chiamato da Monte Hellman a recitare a fianco di James Taylor e Warren Oates nella pellicola indie Strada a doppia corsia. Il film, un road movie selvaggio, vede Wilson nei panni del Meccanico, uno sbandato senza nome che, insieme al Pilota, vaga per il Sudovest degli USA a bordo di un Chevrolet modificata ingaggiando gare di velocità col misterioso proprietario di una Pontiac. Nonostante il plauso della critica, la sua carriera di attore si è subito interrotta. Là dove il cinema non ha potuto ci ha pensato la televisione con due film biografici. E' del 1990 Sogni d'estate - La storia dei Beach Boys di Michael Switzer. Il film, tratto dalla biografia non autorizzata di Steven Gaines, ha suscitato polemiche per la scarsa qualità artistica e per la poca accuratezza nella veridicità degli eventi narrati. Unica nota positiva, la presenza di Bruce Greenwood nei panni di Dennis Wilson. Suo è il punto di vista prescelto per raccontare la sorti della band, dagli esordi alle liti col padre, dalla malattia del fratello alla sua esuberanza con le donne, fino alla morte in acqua. Nel 2000 arriva The Beach Boys, film tv in due parti diretto da Jeff Bleckner. L'opera, più accurata dellla precedente, si focalizza sui fratelli Wilson, ma dedica ampio spazio anche agli altri membri della band.

Da anni è, invece, in preparazione The Drummer, biopic incentrato sugli ultimi sei anni di vista di Dennis Wilson. Il film, che avrebbe dovuto essere diretto da Randall Miller, sulla carta godeva di un supercast. Aaron Eckhart ha passato sei mesi a imparare a cantare e suonare per calarsi nei panni di Dennis Wilson, Vera Farmiga è stata ingaggiata per il ruolo Christine McVie, membro dei Fleetwood Mac che condivise con Wilson una tumultuosa relazione, Chloe Moretz avrebbe dovuto interpretare la figlia di Dennis, Jennifer Wilson, e Rupert Grint l'amico Stan Shapiro. Purtroppo nel 2012 Eckhart, esaurito dalla lavorazione di I, Frankenstein, a poche settimane dall'inizio delle riprese ha abbandonato il progetto che è tutt'ora in stand-by.

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