S.O.P.: Standard Operating Procedure

2008, Documentario

Recensione S.O.P.: Standard Operating Procedure (2008)

Il documentarista Errol Morris, operando una scelta che muove non poche perplessità, decide di dar voce ai soldati americani coinvolti nell'indagine successiva alla pubblicazione delle foto di Abu Ghraib.

La voce dei carnefici

Raramente la strada dell'oggettività assoluta appare perseguibile, sia in ambito cinematografico - costituzionalmente fictional - sia nel mondo più elitario e ristretto del documentario. Questa regola è valida a maggior ragione quando si vanno a toccare argomenti delicati come lo scandalo del carcere di Abu Ghraib che, nel 2004, ha scosso profondamente l'opinione pubblica portando alla luce l'orrore perpetrato dopo che si sono spenti i riflettori internazionali sulla seconda Guerra del Golfo. L'oggettività è l'obiettivo che si prefigge il documentarista Errol Morris operando una scelta che muove non poche perplessità, quella di dar voce unicamente ai soldati americani coinvolti nell'indagine successiva alla pubblicazione delle foto di Abu Ghraib. I fatti sono noti a tutti: nel 2004 iniziano a circolare dodici foto che ritraggono violenze e sopraffazioni su prigionieri nudi e bendati da parte dei soldati americani di stanza alla prigione. Scavando nel torbido si scopre che le autorità statunitensi sono al corrente di questi continui soprusi già da un anno, ma hanno insabbiato la cosa senza prendere alcun provvedimento. Solo la pubblicazione del reportage degli orrori da parte del rotocalco televisivo americano 60 Minutes e la successiva presa di posizione da parte dell'opinione pubblica danno il via al procedimento penale che porta alla condanna di undici soldati di basso grado e all'assoluzione dei loro superiori.

In S.O.P.: Standard operating procedure Errol Morris procede accostando stralci di interviste e dichiarazioni estrapolate dai lunghi colloqui con gli ex militari coinvolti nello scandalo, e, in particolare, con le soldatesse presenti nelle foto che hanno fatto il giro del mondo. L'indagine condotta dal regista ha lo scopo di analizzare i fatti per arrivare a illustrare con precisione l'accaduto. La verità che ne emerge è agghiacciante nella sua linearità: come dichiara Lynndie England, tristemente nota per essere la soldatessa apparsa in una foto in cui tiene un detenuto al guinzaglio, ciò che accadeva ad Abu Ghraib non era un segreto per nessuno. Tutti sapevano. Quando esplode la bomba e il caso diviene di dominio pubblico sono in molti a non stupirsi. La prassi di umiliare i prigionieri, di seviziarli e torturarli talvolta fino alla morte è cosa risaputa nei piani alti. Si fa finta di niente, si cancellano le prove, si insabbia quel che si può e intanto i soldati che lavorano alla base si scambiano le foto che li vedono mimare atti sessuali o esibire prigionieri nudi e insanguinati come trofei di caccia. Dopo che le immagini incriminate fanno il giro del mondo mostrando i volti dei carnefici, la loro vita cambia completamente. Morris, dando voce a questi soldati, prova a dare una spegazione del perchè tutto ciò sia accaduto, ma la verità che emerge è che non esiste una ragione precisa. Le regole della guerra sono impetose, l'ambiente militare, imbevuto di odio per il nemico islamico, istiga alla violenza e spinge a compiere determinati atti per rinsaldare lo spirito di corpo tra colleghi. Anche sorridere in posa per uno scatto con un cadavere sotto i piedi, in tali condizioni di stress psicologico, diviene pura routine dato che in questa situazione il bene e male perdono il loro status di entità distinte.

Se l'abilità di intervistatore di Errol Morris permette di sviscerare gli eventi accaduti con insospettabile naturalezza, e se il montaggio delle foto incriminate accostate ad arte a intervallare le varie dichiarazioni basterebbe da solo a rendere perfettamente l'entità del dramma, stavolta la sua arditezza stilistica si spinge un pò troppo oltre spingendolo a inserire ricostruzioni fictional delle violenze perpetrate ai danni dei detenuti che non nascondo un certo compiacimento artistico. L'occhio della macchina da presa indugia su finti pestaggi, dettagli significanti tra cui il primissimo piano di un mastino aizzato contro i detenuti, immagini sgranate sottolineate da un commento sonoro ad hoc composto da Danny Elfman che amplifica il pathos della visione. Questa scelta non può che spiazzare e infastidire gli estimatori di Morris, abituati all'asciuttezza stilistica di lavori quali The fog of war o La sottile linea blu.

Che il regista ormai non abbia più niente da dimostrare nel suo lavoro è palese, ma resta il fatto che le sbavature che stavolta saltano agli occhi, unite alla scelta di dare voce esclusivamente ai soldati coinvolti per l'intera durata del documentario senza che nessuna cortroparte venga interpellata fa storcere il naso. Viene spontaneo il confronto con Redacted di Brian De Palma, decisamente più complesso nella scelta di intrecciare finzione narrativa e falso documentario, ma dagli scopi immediatamente espliciti e dichiarati: scuotere le coscienze unendo intenti didattico-sociali a spirito provocatorio e dissacrante. In questo caso l'operazione non è così trasparente come potrebbe sembrare, l'assenza di giudizio dell'autore passa attraverso le dichiarazioni degli intervistati, i dettagli raccapriccianti che forniscono e il loro tentativo di discolparsi in un modo o nell'altro puntando il dito sul sistema bellico che costringe l'individuo all'abiezione. Il taglio antropologico farebbe dunque pensare alla ricerca di quella verità oggettiva di cui parlavamo prima, ma la linea che intercorre tra realtà e finzione, e tra soggettività e oggettività è labile quanto la sottile differenza tra gli atti criminali immortalati nelle foto e puniti col carcere, e la standard operating procedure, procedura comune in casus belli che ha fatto si che la stragrande maggioranza delle violenze perpretate ad Abu Ghraib rimanessero a tutt'oggi impunite.

Recensione S.O.P.: Standard Operating Procedure...
Valentina D'Amico
Redattore
3.0 3.0
Privacy Policy