Joy: Jennifer Lawrence e la scopa miracolosa nel nuovo film di David O. Russell

Terza collaborazione tra Jennifer Lawrence e il regista David O. Russell, Joy è un altro formidabile veicolo divistico per la giovane attrice americana, qui mattatrice assoluta nel ruolo biografico di Joy Mangano, l'inventrice di un innovativo mocio per pavimenti.

Joy: Jennifer Lawrence e la scopa miracolosa nel...
Joy

2015 – Drammatico
3.3 3.3

In una sequenza di Joy, la protagonista è in procinto di comparire per la prima volta in televisione, nella televendita in cui dovrà giocarsi il tutto per tutto presentando al pubblico, in pochi minuti, un nuovo tipo di mocio di sua invenzione, la Miracle Mop. Le luci si accendono, le telecamere entrano in funzione e all'improvviso Joy rimane paralizzata dal panico: si tratta appena di una manciata di istanti eppure sembra un tempo lunghissimo, mentre un po' di quella tensione viene trasmessa anche a noi spettatori, per sciogliersi infine nel momento in cui Joy comincia a parlare come un fiume in piena.

Joy: un primo piano di Jennifer Lawrence

Quella appena descritta è una scena emblematica per descrivere la natura del nuovo film scritto e diretto da David O. Russell basandosi sulla reale vicenda dell'inventrice e imprenditrice Joy Mangano. Un film in cui in sostanza il regista newyorkese ripropone quell'approccio, tutt'altro che privo di rischi, già sperimentato con il precedente, ottimo American Hustle - L'apparenza inganna: mantenere l'attenzione del pubblico, sempre e comunque, con una messa in scena spesso e volentieri sopra le righe, ma in grado di riuscire in un'impresa quasi impossibile, ovvero rendere appassionante perfino una televendita!

Alla conquista dell'American Dream

Joy: Edgar Ramirez, Jennifer Lawrence e Robert De Niro in una scena del film

Al di là dell'argomento un po' insolito in ambito cinematografico, con una storia incentrata sui vantaggi di un mocio estremamente più efficace rispetto a quelli già in commercio, la parabola di Joy Mangano segue per filo e per segno le traiettorie di un American Dream rielaborato in una perfetta ottica hollywoodiana di ascesa, caduta e riascesa. Nel 1989 Joy, trentatreenne newyorkese di origini italoamericane, con un matrimonio fallito alle spalle e la necessità di provvedere a una vera e propria famiglia allargata, prende infatti le redini della sua sorte, investendo tutti i risparmi (nonché la casa stessa) in un'idea vincente portata avanti con le unghie e con i denti. Insomma, un soggetto fin troppo ghiotto per un cineasta che, negli ultimi cinque anni, ha infilato un tridente formidabile, con relativa valanga di nomination e premi, passando dal dramma pugilistico The Fighter alla commedia romantica Il lato positivo per poi approdare a un anomalo crime drama sviluppato quasi sottoforma di musical quale American Hustle.

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Joy: Jennifer Lawrence in una scena del film, in compagnia con una giovane attrice

Se appunto American Hustle, ad oggi il maggior successo commerciale di Russell in patria, a nostro avviso si attesta anche come la migliore pellicola nella carriera del regista, Joy non si dimostra all'altezza del film precedente, e tutto sommato perde il confronto con l'intero terzetto (e pure negli USA, per una volta l'accoglienza della critica è stata assai meno calorosa del previsto). Russell, infatti, mette tantissima carne al fuoco: il legame di Joy, interpretata da Jennifer Lawrence, con un nutrito gruppo di familiari, fra cui la madre Terri (Virginia Madsen), ossessionata dalle soap opera, il padre Rudy (Robert De Niro), con atteggiamenti incontrollabili e un debole per il gentil sesso, l'acida sorellastra Peggy (Elisabeth Röhm) e la nonna Mimi (Diane Ladd), vero punto di riferimento per Joy; il rapporto con l'affettuoso ex marito Tony Miranne (Edgar Ramirez), che vive ancora con Joy e i loro due bambini; la collaborazione con il produttore televisivo Neil Walker (Bradley Cooper, altro volto immancabile del cinema di Russell), con il quale nascerà una solida amicizia; le difficoltà finanziarie e i problemi legali a cui Joy andrà incontro in seguito al boom della Miracle Mop.

Il "romanzo" di Joy come un one woman show

Joy: Jennifer Lawrence, Robert De Niro ed Edgar Ramirez in una scena del film

Una materia narrativa vastissima, insomma, che David O. Russell non sempre riesce a gestire in maniera del tutto convincente a dispetto delle due ore piene di durata, sacrificando vari comprimari che rimangono sullo sfondo (nel cast, fra l'altro, va quantomeno segnalata la presenza di una Isabella Rossellini che ruba la scena) e ricorrendo, nella parte finale, a ellissi e passaggi fin troppo frettolosi e poco convincenti. Ciò nonostante, sull'altro piatto della bilancia non si può non apprezzare la varietà di spunti, di soluzioni e di diversi registri adoperati da Russell: dal tono quasi fiabesco della voce fuori campo di nonna Mimi all'esilarante telenovela seguita con passione da Terri; dal duetto fra Joy e Tony sulle note di Somethin' Stupid (ma tutta la soundtrack, con tanto di Elvis, Bee Gees, Nat King Cole, Ella Fitzgerald, Buffalo Springfield e inserti di gloriose colonne sonore del passato, è un meraviglioso juke-box) a quel prefinale dall'ironico sapore western.

Joy: Bradley Cooper e Jennifer Lawrence in una scena del film

Quasi una rivisitazione del modello di Mildred Pierce aggiornata al periodo a cavallo fra anni Ottanta e Novanta, Joy si adagia, verso l'epilogo, su una celebrazione del Sogno Americano vagamente scontata e anacronistica, offrendo invece, al contempo, una visione più ambigua e disincantata sull'istituzione familiare. Ma ciò che più importa, al di là degli eventuali 'messaggi' e pur tenendo conto dei difetti dell'opera, è il pathos veicolato da David O. Russell quasi a ogni svolta della trama, con una vivacità e un'energia che, idealmente, rendono possibile paragonare Joy a una sorta di musical (benché con un'unica performance canora). E per quanto sia difficile dimenticare la differenza d'età rispetto al suo personaggio (ancora una volta), Jennifer Lawrence, premiata con il Golden Globe e candidata all'Oscar come miglior attrice (troppa grazia), apporta al film una vitalità di cui non si può non renderle merito, perfino laddove la sua prova sfiora l'overacting. Ma del resto Joy, prima ancora che un omaggio a Joy Mangano e alle sue scope prodigiose, è soprattutto il monumento di un regista alla sua "musa", protagonista di un trascinante (benché imperfetto) one woman show.

Stefano Lo Verme
Redattore
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