Recensione La nostra terra (2013)

Stefano Accorsi è il protagonista della nuova commedia firmata da Giulio Manfredonia: la storia edificante di una "lotta alla Mafia" condotta attraverso il lavoro nei campi, nel tentativo di ripristinare il valore della legalità.

Recensione La nostra terra (2013)
La nostra terra

2014 – Commedia
2.5 2.5

Filippo Gentile (Stefano Accorsi) lavora a Bologna nel ramo dell'antimafia: ma benché sia un uomo dalle profonde convinzioni e dai solidi principi, le sue manie ossessivo-compulsive e le difficoltà di adattamento lo portano a rimanere perennemente dietro una scrivania. L'uomo è costretto a scendere "in prima linea" nel momento in cui il suo superiore gli affida un compito piuttosto delicato: recarsi nel Sud Italia e aiutare l'associazione di volontariato Legalità e futuro, che vorrebbe rilevare il latifondo sottratto ad un boss locale, Nicola Sansone (Tommaso Ragno), allo scopo di trasformarlo nella sede di una cooperativa agricola.

Una volta giunto sul posto, Filippo si trova a dover fare i conti con la mentalità (e la paura) di una popolazione cresciuta all'ombra della Mafia, ma anche con il disordine dell'organizzazione, costituita dalla determinata maestra d'asilo Rossana (Maria Rosaria Russo) e dai suoi soci Salvo (Silvio Laviano) e Azzurra (Iaia Forte). Nonostante le varie difficoltà, inclusa l'ingombrante presenza, sul latifondo, del viticoltore Cosimo (Sergio Rubini), Filippo riuscirà a far partire la cooperativa, decidendo di restare sul posto e di occuparsi in prima persona della sua gestione...

Una commedia antimafia

Stefano Accorsi in una scena de La nostra terra

Dopo il dittico Qualunquemente e Tutto tutto niente niente, con Antonio Albanese mattatore assoluto nei panni di alcune delle sue maschere comiche più note, il regista e sceneggiatore romano Giulio Manfredonia ritorna al filone della commedia dai contorni fiabeschi e di forte impronta didattica, già sperimentato nel 2008 con Si può fare (una sorta di remake in chiave brillante di Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman). Proprio tale impronta didattica risulta particolarmente accentuata ne La nostra terra, sceneggiato da Manfredonia insieme a Fabio Bonifacci e calato nella scottante attualità della lotta alla Mafia: una lotta che, nel caso specifico, consiste in primo luogo nel provocare un mutamento delle modalità di pensiero dei cittadini rispetto ai temi della legalità, nonché una reazione contro uno status quo che ha prodotto una vera e propria assuefazione. Tale obiettivo è innestato su una struttura drammaturgica che ricalca esattamente quella di Si può fare, con un protagonista animato da abbondanti dosi di buona volontà (lì Claudio Bisio, qui Stefano Accorsi) e disposto ad impegnarsi in prima persona assieme ad una banda di outsider assortiti in maniera un po' stravagante. Perché, in parte per fini umoristici e in parte per il desiderio di rimarcare l'importanza del rispetto delle minoranze, il film va a toccare aspetti quali l'integrazione degli stranieri, l'omosessualità e gli handicap, ma senza alcun vero approfondimento né con reali fini narrativi.

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Fra buonismo e retorica

Sergio Rubini con Stefano Accorsi in una scena de La nostra terra

Sfortunatamente, lo spirito pedagogico ed edificante che anima il film si tramuta quasi subito in un registro fastidiosamente didascalico, con evoluzioni e svolte ampiamente prevedibili ed un'eccessiva tendenza a "spiegare" anziché a "raccontare". Se a tenere in piedi La nostra terra contribuiscono comunque alcuni siparietti comici (qualche gag più riuscita, qualcun'altra meno efficace), la commedia di Manfredonia scorre tuttavia in maniera fin troppo piatta e televisiva, fra la consueta galleria di eccentricità e di macchiette e una serie di stoccate contro l'etica dell'omertà non molto pungenti (sorvolando sugli smaccati product placement inseriti di peso nel film, che avrebbero richiesto quantomeno un briciolo di discrezione in più).

La nostra terra: Stefano Accorsi con Maria Rosaria Russo in una scena del film

In sostanza, qualunque accostamento ad un'altra recente commedia sul conflitto fra legalità e mentalità criminale, ovvero La mafia uccide solo d'estate, suonerebbe fuori luogo: laddove nel film di Pierfrancesco Diliberto veniva sviluppata una messa in scena graffiante e dalla tragica ironia, la pellicola di Manfredonia sconta un tono forzatamente scolastico e un irritante buonismo di fondo. Difetti che magari non vanificheranno i pur nobili intenti del film, ma che da un punto di vista artistico ne compromettono irrimediabilmente l'esito complessivo.

Conclusioni

Giulio Manfredonia firma e dirige una commedia dall'impostazione didattica nella quale tenta, servendosi anche degli strumenti dell'umorismo, di denunciare la mentalità connivente e omertosa modellata dalla Mafia, opponendole una strenua difesa della legalità che passa attraverso il lavoro agricolo e lo spirito comunitario; il suo film, tuttavia, sconta i numerosi eccessi di didascalismo ed una struttura fin troppo piatta e prevedibile, non dimostrandosi in grado di graffiare come vorrebbe.

Stefano Lo Verme
Redattore
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