Tutti gli uomini del re

2006, Drammatico

Recensione Tutti gli uomini del re (2006)

Steven Zaillian ha messo al centro del suo discorso cinematografico i personaggi e le loro molteplici sfaccettature focalizzando la sua attenzione sul loro lato umano e psicologico.

Emiliano D'Errico

L'uomo e il potere: Willie Stark

C'è un filo conduttore nel film di Steven Zaillian che accompagna la visione dall'inizio alla fine ed è un profondo senso d'inquietudine: dalla prima all'ultima inquadratura lo spettatore è accompagnato da un atmosfera un po' losca e per nulla rassicurante. L'incipit in questo senso, con la sua ambientazione notturna ed uno stile decisamente noir, è emblematico.
La storia è quella di Willie Stark, alias Sean Penn, che da uomo qualunque di una piccola cittadina dello Stato della Louisiana riesce, un po' per fortuna, un po' per bravura, ad essere eletto Governatore. Tratto dall'omonimo romanzo di Robert Penn Warren che, pubblicato nel 1946, fece vincere al suo autore il premio Pulitzer la storia trae libera ispirazione dalla carriera del Governatore della Louisiana Huey P. Long, un politico dalla personalità alquanto controversa.

Nel primo dei due grandi blocchi narrativi di cui si compone Tutti gli uomini del re, il regista racconta come questo sempliciotto di provincia riesca a farsi strada tra i suoi avversari fino a conquistare le simpatie e, cosa ben più importante, i voti dei suoi concittadini. Il suo percorso politico è osservato e raccontato sulle pagine del giornale per cui lavora dal giovane reporter Jack Burden (Jude Law), il quale, dopo una fase iniziale di scetticismo verso "l'uomo nuovo", viene a poco a poco conquistato dai modi e dal carisma di Stark. Questa prima parte del film si chiude con una serie di comizi che Stark fa in diversi paesi dello stato, di fronte ad un uditorio sempre diverso (parliamo però di gente povera e di persone di colore quindi delle fasce deboli della popolazione), che vengono mostrate attraverso un abile ed efficace uso del montaggio. Il ritmo con cui le immagini vengono proposte allo spettatore ed il linguaggio usato da Stark nelle sue performance elettorali rendono la sequenza particolarmente efficace.

Il secondo blocco narrativo, invece, focalizza l'attenzione sul Willie Stark governatore, sui dissidi che viene ad avere con i senatori del suo Stato che mal sopportano il suo modo di fare politica, e sul suo modo di stare dall'altra parte della barricata: il suo vivere il potere. Forse la sceneggiatura in questa fase si mostra un po' lacunosa visto che non riesce a spiegare efficacemente né l'evoluzione/involuzione di Stark, il quale da politico idealista finisce per scivolare in comportamenti al limite della legalità pur di raggiungere i suoi scopi, né il passato, la psicologia e soprattutto il perchè Jack Burden si senta al dunque così visceralmente legato al governatore. Tuttavia, queste mancanze non devono trarre in inganno: a volte le cose accadono e basta. Non ci deve essere necessariamente una spiegazione valida al perché il sempliciotto, l'uomo della strada Willie Stark cambi improvvisamente modo di agire una volta che si ritrova a sedere sullo scranno politicamente più importante della Louisiana. Cambia perché è il potere in sé che genera un cambiamento, cambia perché in fondo è un provinciale e gestisce la politica da provinciale attraverso metodi poco ortodossi. Fino a che bisognava convincere il popolo a votare per lui le cose andavano bene ma dall'altra parte della barricata è tutta un'altra storia. La politica è un arte che non può essere improvvisata, la buone intenzioni da sole non bastano per mantenere le promesse elettorali.

Steven Zaillian, vincitore in passato di un Oscar per l'adattamento di Schindler's List, ha messo al centro del suo discorso cinematografico i personaggi e le loro molteplici sfaccettature focalizzando la sua attenzione sul loro lato umano e psicologico. Non tutto è bianco o nero, e non tutto è bene o male e questo non vale solo per la politica, ma per tutto quello che riguarda più in generale gli esseri umani. A volte può risultare difficile giudicare i comportamenti di una persone e non sempre è possibile catalogarli nell'una o nell'altra categoria: giusto o sbagliato.
Il segno più marcato, cinematograficamente parlando, di questo suo modo di procedere il regista, nonché sceneggiatore ed anche produttore del film lo mette nei chiaroscuri (la fotografia ricorda molto da vicino sia Mystic River che Million Dollar Baby di Clint Eastwood) con cui ha costruito i personaggi della sua storia oltreché, gli ambienti in cui sono chiamati a muoversi. È difficile trovare una scena nel film in cui Stark o Burden siano perfettamente illuminati, senza cioè che vi siano zone d'ombra sui loro volti, così come è difficile ricordare le scene che sono state girate in esterno, la maggior parte infatti avvengono in luoghi chiusi.

Un altro elemento che nel film viene curato in modo particolare è a nostro avviso quello legato al linguaggio usato dei due principali protagonisti della vicenda: basso quello di Stark, alto quello di Burden. D'altronde appartengono a due mondi agli antipodi. Il personaggio messo in scena da Penn con una recitazione molto forzata e sopra le righe, è un contadino, uno zotico come lui stesso si definisce che si esprime in maniera e con parole semplice (nel doppiaggio italiano il suo accento è molto calcato), mentre il giornalista interpretato da Law è figlio dell'alta borghesia della Louisiana, cresciuto in ambienti raffinati e culturalmente elevati in grado di esprimersi con termini appropriati e attraverso frasi e battute mai banali.
Un'ultima osservazione va fatta sul cast del film che senza dubbio rappresenta una delle armi migliori dell'intero lavoro. Oltre infatti a Penn e Law figurano anche Anthony Hopkins, Kate Winslet, James Gandolfini, Mark Ruffalo e Patricia Clarkson .

Recensione Tutti gli uomini del re (2006)
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