Jackie

2016, Drammatico

Jackie: come Pablo Larraín ha demolito il biopic realizzando un capolavoro

Ritratto della vedova di John F. Kennedy nei giorni immediatamente successivi all'assassinio del Presidente degli Stati Uniti, Jackie è un'opera straordinaria firmata da uno dei più grandi registi del cinema contemporaneo: analizziamo per quali motivi il film con Natalie Portman dev'essere considerato tutt'altro che un semplice biopic.

I believe the characters we read on the page become more real than the men who stand beside us.

Jackie

Nella primissima sequenza di Jackie c'è subito qualcosa di spiazzante, un elemento di 'disarmonia' che dovrebbe metterci in guardia. All'immagine di Jacqueline Kennedy si accompagna infatti l'inizio della partitura della giovane compositrice inglese Mica Levi: una colonna sonora ben diversa dal tipo di melodia che ci si attenderebbe all'interno di un tipico biopic hollywoodiano, con un glissando di violino che non solo acuisce l'enfasi drammatica dell'incipit, ma colora quel primo piano di Natalie Portman di ineffabili sfumature di inquietudine.

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È la prima 'dissonanza' all'interno di un film che vive e pulsa proprio attorno al concetto di "corto circuito": un corto circuito temporale, con il racconto che rimbalza incessantemente fra il presente e le diverse 'stazioni' del passato; un corto circuito narrativo, con l'ironico sfasamento fra le parole pronunciate da Jackie e quelle che un inerme giornalista (Billy Crudup) avrà il permesso di riportare nel suo articolo; e un corto circuito stilistico, per un'opera che si inserisce nel più canonico dei generi hollywoodiani - il biopic - per demolirlo dall'interno, passo dopo passo. E in questo aspetto risiede senz'altro uno dei maggiori motivi di merito del regista cileno Pablo Larraín, che con Jackie corona un'annata sensazionale confezionando probabilmente il suo capolavoro.

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Fantasie e ossessioni di un regista senza regole

Jackie: un bel primo piano di Natalie Portman

Dell'assoluta grandezza di un film come Jackie siamo stati consapevoli fin dalla sua anteprima mondiale, avvenuta agli inizi di settembre alla Mostra del Cinema di Venezia (la giuria avrebbe poi attribuito un premio alla sceneggiatura di Noah Oppenheim, ma a nostro avviso Jackie avrebbe meritato un riconoscimento anche superiore). Tale grandezza, però, è anche la ragione per cui la pellicola di Larraín, nonostante gli apprezzamenti pressoché unanimi, non ha raggiunto il livello di consensi che avrebbe meritato: tre nomination agli Oscar, inclusa quella (sacrosanta) per Natalie Portman, l'esclusione da quasi tutte le categorie principali ai vari precursors e appena una manciata di premi tecnici, fra cui il BAFTA Award per gli splendidi costumi disegnati da Madeline Fontaine. Del resto il cinema di Pablo Larraín, e Jackie nello specifico, non si adattano troppo bene alle convenzioni dei cosiddetti "film da Oscar", né tantomeno alle aspettative del grande pubblico; innanzitutto perché Larraín è un regista che rifugge da categorie e definizioni prestabilite, preferendo invece intraprendere percorsi personalissimi in cui lo spettatore può rischiare di smarrirsi.

Venezia 2016: Pablo Larraín, Natalie Portman al photocall di Jackie

Ma proprio nel suddetto 'smarrimento' consiste uno dei grandi piaceri di chi ama Larraín: quello di abbandonarsi a esperienze cinematografiche del tutto uniche, che ci costringono a rinunciare a sicurezze e punti fermi per immergerci in una dimensione in cui la realtà viene puntualmente rimodellata sulla base dell'universo interiore dei personaggi. Dalla spirale di ossessione, ai confini con la follia, dei protagonisti di Fuga e Tony Manero all'orrore silenzioso dell'obitorio di Post Mortem, dalla claustrofobia purgatoriale degli ecclesiastici de Il Club alla sfida dai contorni romanzeschi fra un poliziotto e la sua preda in Neruda, nei film di Pablo Larraín il mondo descritto dalla macchina da presa non assume quasi mai connotati pienamente realistici, ma appare in qualche modo deformato e riconfigurato mediante la soggettività spesso tormentata dei suoi personaggi. E forse non è un caso che, prima di Jackie, il maggiore successo nella carriera di Larraín fosse No - I giorni dell'arcobaleno, ovvero la pellicola in apparenza più 'lineare' del regista (ma anche lì, a ben guardare, la rievocazione del tramonto del regime di Augusto Pinochet era resa in maniera complessa e problematica).

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Un tailleur rosso sangue

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Jackie, dicevamo, non potrebbe risultare più distante dal paradigma tradizionale del biopic. Innanzitutto, per l'approccio alla materia trattata: nell'accostarsi alla figura di questa First Lady timida ed elegante, Larraín respinge in maniera recisa qualunque tentazione agiografica, così come i didascalismi tipici del docu-drama hollywoodiano o la strenua ricerca dell'empatia fra spettatore e protagonista (in sostanza, una direzione diametralmente opposta rispetto a titoli ben più amati dal pubblico e dall'Academy come Il diritto di contare e Lion - La strada verso casa). La Jackie interpretata con ferrea determinazione e umanissima fragilità da una strepitosa Natalie Portman è, al contrario, un concentrato di ambiguità e di acuto pragmatismo: una donna pienamente cosciente del valore della propria immagine e decisa a mantenerne il completo controllo, perfino mentre viene travolta dal vortice della tragedia. Quando, poco dopo l'assassinio del Presidente, Lady Bird Johnson propone a Jacqueline di cambiarsi gli abiti ancora sporchi di sangue, la replica della neovedova è implacabile: "Devono vedere cos'hanno fatto". Perché in quel momento, le macchie sul tailleur rosa della First Lady hanno un potere superiore a qualunque tentativo di cronaca (e Jackie, come dichiara apertamente lei stessa, già intuisce l'imminente egemonia della televisione e delle immagini).

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In questa prospettiva, il film di Larraín si smarca anche dai canoni del dramma storico per diventare piuttosto un'opera sulla storia e la sua 'costruzione'; pertanto, il fulcro della pellicola non va più identificato nella rappresentazione di eventi che sono ormai da decenni parte integrante dell'immaginario collettivo, ma nelle modalità con cui quell'immaginario ha preso forma. "Mi sono abituata alla grande distanza tra quello che la gente crede e quello che so essere vero", osserva la Jackie del film, impegnata con tutte le proprie forze in questa missione: scolpire il mito di Kennedy, nuova incarnazione dell'American Dream, contribuendo al delicatissimo passaggio dalla memoria storica su Kennedy e il suo breve operato alla Casa Bianca alla memoria iconografica di JFK, avviato verso un'inevitabile consacrazione. Affiancata da un altro 'alfiere' del mito kennediano, quel Bobby Kennedy (un ottimo Peter Sarsgaard) destinato a una sorte altrettanto sciagurata, Jackie soppesa il valore di ogni parola e di ogni gesto, adotta come riferimento la figura di Abraham Lincoln (e il suo funerale) e tramuta la propria sofferenza di donna, di moglie e di madre nella sofferenza di una nazione in lutto.

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Sull'orlo dell'abisso, sognando Camelot

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L'incisività della riflessione storica - e, più precisamente, storiografica - condotta da Pablo Larraín assumendo il punto di vista di Jackie già sarebbe di per sé sufficiente a sancire la straordinarietà del film, ma il regista cileno alza ancora di più il tiro delle proprie ambizioni: e mentre ci parla dei Kennedy, della Guerra Fredda e del Sogno Americano in un momento storico ben definito, fa sì che il discorso possa espandersi oltre i confini del racconto in sé, caricandosi di un valore più ampio e universale sulla necessità di conferire un barlume di significato alla parabola umana. E quando quel barlume vacilla, o sembra venire a mancare, di colpo sotto i nostri piedi si spalanca l'abisso. Ecco, Jackie può essere considerato anche così: un film sull'abisso, sul cupio dissolvi (il reiterato desiderio di morte della First Lady straziata dal dolore), sull'atroce cognizione del vuoto che riempie le nostre vite. E in quel vuoto, drammaticamente tangibile dopo la perdita del marito, Jackie si muove come uno spettro: in varie sequenze la vediamo gravitare senza meta per i corridoi deserti e le gigantesche sale della Casa Bianca, in inquadrature talmente larghe da accentuare ancor di più il suo senso di solitudine.

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La messa in scena di Larraín, infatti, aderisce appieno agli stati d'animo della sua protagonista, avvalendosi inoltre di alcune intuizioni geniali. Per esempio, quella di conferire ad alcuni di questi momenti un'atmosfera di palpabile inquietudine, quasi come se stessimo guardando un horror: il primissimo piano di Jackie allo specchio, con il viso contratto dalla disperazione e ancora imperlato di sangue; la cinepresa che 'insegue' l'auto presidenziale subito dopo gli spari, con il cranio martoriato di JFK poggiato sul grembo della moglie; e ancora la colonna sonora, perfetto contrappunto musicale ai suoi tormenti, mentre Jackie si aggira con sguardo vitreo nella Casa Bianca come se fosse precipitata in un incubo. E se il lato più marcatamente storico e politico è racchiuso nella sfida dialogica tra la ex First Lady e il suo intervistatore, come in un gioco fra il gatto e il topo, è un altro dialogo a far emergere invece il lato più intimo di Jacqueline Kennedy, nonché del film stesso: quello con l'anziano sacerdote impersonato, nella sua ultima apparizione al cinema, da John Hurt. Un ideale 'confessore' a cui è affidata l'amara presa d'atto di una sconfitta ontologica ineluttabile: "Arriva un momento, nell'umana ricerca di significato, in cui realizzi che non esistono risposte. E quando raggiungi quell'orribile e inevitabile consapevolezza, la accetti oppure ti uccidi... o, semplicemente, smetti di cercare".

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