Pathfinder - La leggenda del Guerriero Vichingo

2007, Azione

Recensione Pathfinder - La leggenda del Guerriero Vichingo (2007)

L'approccio di Nispel alla storia, la sua intenzione di concentrarsi sulla rappresentazione grafica delle battaglie, sull'enfasi data alla violenza ed alla fisicità dell'azione risulta fallimentare non tanto per l'eccessiva violenza della messa in scena, ma per la resa caotica della stessa.

Il destino di un Vichingo

Dopo essersi fatto notare per il suo remake di Non aprite quella porta, Marcus Nispel approda ad una produzione di maggior appeal presso il grande pubblico in Pathfinder - La leggenda del Guerriero Vichingo, seguendo una strada simile a quella che aveva portato Zack Snyder da L'alba dei morti viventi a 300, rilanciando quindi l'horror come vetrina ottimale per giovani registi emergenti.
Purtroppo per Nispel, la prova del nove di una produzione relativamente più costosa non ha avuto lo stesso successo, sia presso il pubblico americano che presso la critica internazionale.

In Pathfinder siamo in un periodo posto all'incirca seicento anni prima dell'avvento di Colombo nel Nuovo Mondo. La tribù dei Wampanoag trova un piccolo bambino biondo dopo una scorribanda dei Vichinghi e lo adotta. Dopo quindici anni, Ghost, questo il nome dato al bambino a causa del suo colorito pallido, è ormai un giovane guerriero, ansioso di dimostrarsi degno della tribù in cui è cresciuto.
L'occasione per poter provare la sua lealtà e forza non mancherà di arrivare: lo sciamano della Tribù rivela il destino di Ghost di essere il salvatore dei Wampanoag ed infatti Ghost dovrà difendere la sua tribù, e la donna che ama, contro il popolo di cui è diretto discendente quando invasori Vichinghi torneranno ad imperversare sulle coste dell'Atlantico.

Tutto il fascino di un periodo storico di cui si sa poco, di un'America ben diversa da quella che tutti conosciamo, di battaglie sanguinose e cruente combattute laddove oggi sorge una metropoli come New York manca assolutamente in Pathfinder, la cui pochezza in termini di sceneggiatura lo rende una mera sequenza, interminabile e per lo più noiosa, di combattimenti. Lo script di Laeta Kalogridis (autore di I guerrieri della notte ed Alexander e del pilot della nuova serie Bionic Woman), liberamente ispirato ad un film norvegese del 1987, evita di approfondire qualunque aspetto che non sia strettamente legato alle battaglie, sorvolando sul dramma interiore di Ghost e sul suo desiderio di essere accettato e sulle interazioni tra i personaggi, ma questa può essere una scelta deliberata.
E' infatti da subito chiaro l'approccio di Nispel alla storia, la sua intenzione di concentrarsi sulla rappresentazione grafica delle battaglie, sull'enfasi data alla violenza ed alla fisicità dell'azione. L'approccio risulta fallimentare, a nostro parere, non tanto per l'eccessiva violenza della messa in scena, ma per la resa caotica della stessa: non è raro sentirsi coinvolti eppure smarriti di fronte all'azione che si dipana sullo schermo e non sempre è chiaro l'esito delle battaglie. Questo a causa dell'abuso di inquadrature molto strette sui dettagli e di un taglio di montaggio troppo frenetico, e soprattutto dalla combinazione di questi due elementi. Ma quella di Nispel è una regia fatta di eccessi, non per ultimo l'uso di immagini rallentate nel tentativo di trasmettere epicità.
Alla luce dei profondi difetti della sceneggiatura e dell'approccio monotematico, è inutile sottolineare la scarsa prova degli attori o la fotografia accattivamente ma poco varia, tutta basata su colori saturi o lividi, che si inseriscono in un contesto in cui sono pochi gli elementi da salvare.

Aspettiamo Nispel alla prossima prova, l'action horror tratto da Alice nel paese delle meraviglie con Sarah Michelle Gellar, nella speranza che sappia rifarsi di questo passo falso e che si allontani dagli eccessi stilistici, probabile retaggio del suo passato da autore di videoclip.

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Antonio Cuomo
Redattore
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