Captivity

2007, Thriller

Recensione Captivity (2007)

Horror derivativo e senza idee, tutto basato su una "pornografia" dello sguardo, il film di Joffé è il frutto marcio della nuova ondata gore degli ultimi anni.

Decadenza gore

La discutibile new wave gore che ha monopolizzato l'immaginario orrorifico degli ultimi anni, con titoli quali Hostel e relativo sequel, la saga di Saw - L'enigmista e i vari remake/omaggi/emuli dell'hooperiano Non aprite quella porta, continua a dare i suoi frutti, riversando ancora sangue e frattaglie su un pubblico appena uscito dalle (non più) conturbanti atmosfere dell'horror orientale e dai paralleli balbettamenti delle ghost story mainstream post-Shyamalan. Certo, se bisogna giudicare da titoli come questo Captivity (prima escursione nel genere per il regista Roland Joffé), c'è poco da stare allegri. Siamo ormai alla pornografia dello sguardo, a un immaginario di riporto e tristemente svuotato di qualsiasi pregnanza, e la prova è che a offrircelo è un regista come Joffé, solitamente lontano dal genere e dalla sua declinazione in questione. Non ci vuole molto a mostrare senza preoccuparsi del come, a riversare efferatezze sullo schermo senza avere una pur minima specificità di sguardo che le giustifichi. Per dirigere questo film probabilmente sarebbe andato bene chiunque.

L'idea di base è chiaramente mutuata dal primo Saw (che a confronto di roba come questa fa la figura del capolavoro): una giovane star della moda si risveglia in una cella buia e senza finestre, con schermi che mostrano in continuazione spezzoni delle sue interviste e armadietti che sembrano aprirsi a comando, guidati da una qualche forza misteriosa (resterà tale fino alla fine, ma non sono certo questi i problemi del film). Lei impreca, minaccia, cerca di fuggire e infine supplica, finché non si accorge di non essere sola: dall'altra parte del muro c'è un giovane anche lui prigioniero, anche lui senza la minima idea di cosa gli stia succedendo.
La regia di Joffé è talmente loffia e senza verve, tutta giocata su un uso del sonoro roboante quanto fastidioso e su un grossolano senso di claustrofobia (dato più dall'ambientazione che da un reale lavoro sull'atmosfera) da risultare presto irritante. Non c'è un minuto in cui si veda una pur minima ricerca sulla tensione, un uso consapevole del materiale (tecnico e umano) a disposizione: tutto è basato sulla banale attesa della prossima efferatezza, senza indugiare in sottigliezze registiche di sorta.

La sceneggiatura, scritta dall'esordiente Joseph Tura insieme all'altrove apprezzabile Larry Cohen (nome che gli appassionati di horror di vecchia data probabilmente ricorderanno), mette in fila un luogo comune dietro l'altro, senza curarsi di incongruenze piccole e grandi, con l'aggravante di mostrare velleità da thriller psicologico (il viaggio della protagonista dentro le proprie paure, il recupero, nello stato di prigionia, di una condizione umana che il suo status sociale aveva cancellato) subito vanificate dalla grana grossa dell'intera operazione. Si può tranquillamente sorvolare sul colpo di scena sito a tre quarti di film, che oltre alle prevedibili considerazioni sulla sua credibilità lascia in bocca un sapore di stantio che non fa che rendere ancora più irritante la visione della pellicola. E l'interrogativo più grande, alla fine del film, resta legato a come abbiano fatto a rimanere lindi e perfettamente pettinati i capelli di Elisha Cuthbert (ex bambina prodigio della serie 24) dopo tutte le sevizie subite.

Sbaglia, e sbaglia di grosso, chi vede in questi film un ritorno alla graficità horror degli anni '80. Il gore di quegli anni aveva una giustificazione politica (oltre che estetica) ben precisa, era un grido sanamente anarchico contro il conformismo e l'edonismo dilagante del periodo. L'altra faccia, il necessario contraltare di una visione falsa e forzatamente ottimistica della vita e dei rapporti sociali. Che senso hanno, invece, il sangue e gli sbudellamenti mostrati qui (ma anche in prodotti comunque superiori, come lo stesso Hostel o i sequel di Saw)? A questo punto, viva la faccia di Jonathan Liebesman e del suo Non aprite quella porta: l'inizio: lì almeno i riferimenti erano al Vietnam, l'anacronismo tematico dichiarato ed esplicito. E viva la faccia, venendo al nostro Bel Paese, di Gabriele Albanesi e del suo Il bosco fuori, orgoglioso e divertito omaggio ai classici degli anni '70 e '80, che esprime anche un significato "politico" nella misura in cui si pone contro un certo modo di fare cinema in auge nel nostro paese. Film come questo Captivity, invece, non hanno ragione di esistere: se questo è l'immaginario propinatoci dal genere in questo scorcio di decennio, tanto vale accantonare (si spera momentaneamente) la paura cinematografica e cercare visioni più stimolanti altrove.

Recensione Captivity (2007)
Marco Minniti
Redattore
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