Distretto 13: le brigate della morte

1976, Thriller

Recensione Distretto 13: le brigate della morte (1976)

Con il suo secondo film, datato 1976, dopo la parodia fantascientifica di Dark Star, Carpenter delinea chiaramente quale sarà il percorso da seguire per il suo cinema negli anni a venire.

'Cose' letali dall'oscurità

Con il suo secondo film, datato 1976, dopo la parodia fantascientifica di Dark Star, John Carpenter delinea chiaramente quale sarà il percorso da seguire per il suo cinema negli anni a venire. La sequenza iniziale, con la fuga tentata dai giovani criminali, i fucili che spuntano dall'oscurità e fanno fuoco, come spietate entità senza volto (non vediamo le sentinelle che li impugnano), è una specie di dichiarazione di poetica: la claustrofobia, sottolineata dall'ipnotico commento musicale composto dallo stesso regista, la fotografia cupa e sgranata, la violenza senza volto, che esce dall'ombra e colpisce, inesorabile (e che in questo caso ne genererà altra, moltiplicata per mille e ben più minacciosa): tutte soluzioni stilistiche che ben presto diverranno una costante per i film di questo ancora giovane regista. La luce del giorno della sequenza successiva è solo un'illusione, fatta per durare non più di un paio di sequenze: ben presto tornerà la notte, una notte che per molti dei suoi protagonisti non vedrà mai la sua fine.

In questa notte da incubo si muovono gli antieroi carpenteriani, qui delineati per la prima volta in modo compiuto: il tenente Bishop è un poliziotto di colore, cresciuto nel ghetto e abituato da piccolo ad aver paura della polizia, riscattatosi in seguito senza aver tuttavia perso la memoria di come si vive in un quartiere povero; "Napoleone" Wilson è una figura di criminale affascinante, il classico personaggio da film western, poche parole messe al punto giusto e tanta praticità, un personaggio animato da un forte senso di lealtà verso i suoi compagni barricati nella stazione di polizia (senza distinzioni), e solidale principalmente verso lo sconosciuto che era entrato chiedendo aiuto; Leigh, la segretaria del distretto di polizia, è una donna forte, combattiva, sfiduciata verso la polizia e attratta da Wilson, con cui sente una forte affinità. I criminali, così, fatto inusuale per un film di genere di quei tempi, ne escono decisamente meglio di molti rappresentanti dell'ordine (vedi il carceriere di Wilson, o la seconda segretaria del distretto che, vinta dalla paura, propone di consegnare ai teppisti l'uomo da loro inseguito).
Stilisticamente, il film prende molto da due dei generi più amati da Carpenter, ovvero il western e l'horror, trasportandoli in un contesto metropolitano e ribaltando molti dei loro assunti di fondo. Del western il film ha la struttura di base, l'estetica di alcune sequenze (si veda la scena del primo assalto dei teppisti, respinti a fucilate dagli uomini barricati nella stazione), le caratteristiche principali di alcuni personaggi e alcuni dialoghi, che, nella loro voluta semplicità, rendono omaggio a tutto un filone che parte da John Ford per arrivare (quasi) ai nostri giorni. Dall'horror, il film di Carpenter prende invece il generale taglio claustrofobico dato alla regia, l'atmosfera onirica, da incubo in cui si ritrovano catapultati i protagonisti, il senso di costante, irrazionale minaccia che grava su di loro, la rappresentazione dei teppisti come "cose" (non ancora provenienti da un altro mondo, ma già minacciose quanto basta) mosse da un istinto irrazionale e dal cieco desiderio di sangue.In questo senso, i parenti più stretti di questo film possono considerarsi due classici dei rispettivi generi, entrambi in qualche modo rivoluzionari per i generi stessi nei loro periodi di riferimento: parliamo di Un dollaro d'onore di Howard Hawks, che presentò per la prima volta in un western dei personaggi assediati dall'esterno, in una situazione di difesa anziché di attacco, e de La notte dei morti viventi di George A. Romero, horror che per primo delineò il concetto del moderno zombie, e nichilisticamente ne fece specchio di una società allo sfacelo. Così, come a suo tempo fece Romero, Carpenter porta, per la prima volta nel suo cinema in modo compiuto, un attacco alle istituzioni statunitensi, presentandoci come protagonisti positivi un poliziotto "anomalo" (di colore e proveniente da un quartiere povero) e un criminale condannato a morte, e mostrando della polizia americana da una parte la meschinità e la violenza (vedi la sequenza del prelevamento dal carcere di Wilson), e dall'altra l'inefficienza, con la negligenza degli agenti di pattuglia che ignorano i segnali di pericolo lasciando gli assediati al loro destino.

Quello che stilisticamente stupisce di questo film è il lento precipitare dell'atmosfera in una dimensione onirica, iperrealista, con una progressione scandita dal passare delle ore (mostrate periodicamente) e dall'iniziale, progressivo avvicinarsi di tutti protagonisti a quello che sarà il luogo dell'azione: i teppisti sembrano assumere i contorni di entità malvagie, non umane, con il loro continuo moltiplicarsi, il loro incedere lento ma inesorabilmente determinato (e qui è più forte la parentela con gli zombie di Romero), e la loro capacità di modificare l'ambiente circostante a loro vantaggio, agendo quasi da entità superiori sulla situazione degli assediati: dapprima vengono tagliate le comunicazioni con l'esterno, con i cavi del telefono tranciati, poi viene messa fuori uso l'elettricità, e precipitata così la stazione in un buio perenne e ancora più minaccioso; i cadaveri vengono rapidamente nascosti, le macchine disposte ordinatamente a distanza dalla stazione di polizia, le pistole usate rigorosamente con il silenziatore: tutto concorre a dare un'impressione di calma e normalità dall'esterno, ampliando la frattura con l'interno e rendendo possibile un vero e proprio incubo nel bel mezzo di una metropoli, scardinando così l'idea di sicurezza e di tranquillità che questa dovrebbe offrire. Così, due anni prima del grande successo di Halloween - La notte delle streghe, le "cose" provenienti dall'oscurità fanno il loro ingresso nel cinema di Carpenter, letali ma non prive di una logica "morale" nel loro agire: mentre Michael Myers, tra le ragazze di Haddonfield, lasciava in vita proprio la più sensibile e introversa (e, guarda caso l'unica vergine) e gli zombie di Antonio Bay di Fog rappresentavano la proiezione della cattiva coscienza degli abitanti dell'isola, che avevano edificato una comunità sul sangue di innocenti, qui ad essere uccisi sono coloro che cedono alla paura: la pavida segretaria, Julie, e il secondo prigioniero, Wells, che, dopo aver manifestato l'intenzione di fuggire abbandonando i compagni, si riscatta con il tentativo programmato di uscire attraverso le fognature per avvertire le autorità, finendo tuttavia ucciso da un membro della gang.
Un cenno va fatto anche alla colonna sonora del film, composta dallo stesso regista, come succede in quasi tutti gli altri suoi film: ipnotica, ossessiva, molto influenzata da certe sonorità rock-progressive anni 70, contribuisce in modo determinante all'atmosfera di strisciante claustrofobia e di irrazionale paura che domina in questo piccolo classico del genere.

Un film che dimostra, insomma (come sarà per molti altri titoli di Carpenter negli anni a venire), come un budget esiguo non sia necessariamente un ostacolo per la realizzazione di una pellicola di livello, che sappia "dire" molto sia a livello cinematografico che a livello di contenuti; questo, ovviamente, se c'è, da parte dell'autore, capacità tecnica e voglia di visualizzare le proprie idee e le proprie ossessioni sullo schermo; oltre all'altro elemento fondamentale, imprescindibile, che è l'autentica passione per il cinema.

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Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
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