La giuria

2003, Drammatico

Recensione La giuria (2003)

Per la prima volta in cinquant'anni di amicizia e carriera, due straordinari attori si incontrano e si scontrano su un set cinematografico e regalano ad un thriller da poche pretese dei momenti memorabili.

Come ti compro un processo

Verso la fine degli anni '50 due giovani attori di nome Gene Hackman e Dustin Hoffman dividevano un appartamento e si incoraggiavano l'uno con l'altro dicendosi che prima o poi l'occasione sarebbe arrivata anche per loro. La leggenda vuole addirittura che nella scuola di arte drammatica di Pasadena, California, i due, già inseperabili amici, fossero stati definiti come "destinati a non sfondare". Quasi cinquant'anni dopo, con alle spalle oltre centotrenta interpretazioni, 12 nomination agli Oscar e quattro statuette, i due si incontrano, incredibile a dirsi, per la prima volta su un set, dividendo in realtà un'unica scena, ma è una scena che vale l'intera pellicola. Stiamo ovviamente parlando del film La giuria del regista Gary Fleder, che aveva esordito sul grande schermo con l'interessante Cosa fare a Denver quando sei morto, per poi risultare più convenzionale in Il collezionista e Don't Say a Word.

Basato sull'omonimo romanzo del prolifico John Grisham, il film è un classico legal thriller che vede come protagonista Nicholas Easter, un comune cittadino a cui viene affidata l'incombenza di presiedere ad una giuria popolare per un processo che vede come imputato un colosso della produzione delle armi. La posta in gioco è ovviamente altissima, perché una vittoria dell'accusa (nella persona di una donna che ha perso il marito in una strage avvenuta due anni prima) creerebbe un "precedente" pericoloso che potrebbe mettere in ginocchio l'intera industria legata alle armi. Ai due lati del ring si fronteggiano i due straordinari attori sopracitati, con Hoffman nella parte dell'avvocato dell'accusa, e Hackman come consulente legale del fronte opposto. Il primo è un uomo leale e onesto, un professionista integerrimo che nella sua lunga carriera non ha mai ceduto al "lato oscuro" della legge, e ancora crede nella giustizia e nella possibilità di cambiare il mondo; il secondo è invece un uomo di straordinario successo, la cui fama è ben nota in campo giuridico e di certo non come esempio di correttezza, visto che la sua principale occupazione è quella di manipolare le giurie popolari. Completano il cast l'affascinante Rachel Weisz nei panni di una misteriosa donna che afferma di poter plagiare e quindi vendere l'intera giuria al miglior offerente, Jeremy Piven nei panni di un (anonimo, a dire il vero) consulente legale e alcune brevi apparizioni di Jennifer Beals e Luis Guzmán.

Dell'intreccio preferiamo non dire nulla di più, non solo per non rovinare gli immancabili colpi di scena da thriller, ma soprattutto perché la storia si fa presto intricata e sarebbe difficile riassumerla in poche righe; preferiamo invece ritornare sui due straordinari interpreti che letteralmente monopolizzano e rubano la scena ai pur bravi John Cusack e Weisz. Come già detto, l'unica scena in cui i due mattatori sono insieme potrebbe da sola valere il prezzo del biglietto: soli, nella toilette del tribunale, i due si incontrano per la prima volta ma preceduti dalle rispettive fame; sembra quasi di rivedere in questa scena un riflesso della realtà dei due amici attori, ma non c'è amicizia, non c'è nemmeno stima, ci sono solo due persone estremamente diverse, appartenenti a realtà molto lontane (come rimarcato dalle frecciatine sul rispettivo abbigliamento) e soprattuto a filosofie opposte. Si sfidano a suon di battute, minacce e dichiarazioni d'intento che rispecchiano perfettamente non solo le due facce della legge, ma le due categorie che sono l'essenza stessa dei legal thriller: ci troviamo di fronte ad un esempio di quella che potrebbe essere definita l'eterna lotta tra il Bene e il Male, l'idealismo e il relativismo, il senso di giustizia e l'avido egoismo.

Forse troppa carne al fuoco per un film che non aveva certo ambizioni così alte, ed è forse per questo motivo che dopo questa significativa scena tale dualismo perde importanza, rimettendo nuovamente al centro della narrazione i due giovani attori. La storia riprende i binari più canonici e convenzionali del thriller da tribunale, con testimonianze che finiscono in sfuriate, appelli stucchevoli al buon cuore della gente e una giuria divisa in maniera netta. E poco importa se nel finale la sopresa è fin troppo telefonata o se interessanti spunti di riflessione (una vera e propria denuncia sul grave problema delle armi negli USA, il tema scottante della manipolazione delle giurie o quello della vendetta perpetrata utilizzando le stesse armi) sono appena accennati per dare maggiore spazio a buonismi già visti in abbondanza in opere precedenti, la vicenda è conclusa e l'intreccio è risolto. Con buona pace dello spettatore medio.

Recensione La giuria (2003)
Luca Liguori
Redattore
3.0 3.0
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