Boris

2007 - 2010

Boris: 5 cose che ci ha insegnato sulla TV, sul cinema e sull'Italia

L'irriverente e spassosa serie di culto Boris nel suo genere è ancora oggi insuperata all'interno del panorama televisivo italiano. Scopriamo insieme cinque elementi che l'hanno contraddistinta e che, a distanza di dieci anni dalla prima messa in onda, la fanno sembrare ancora attualissima.

Una scena della serie tv Boris

Dieci anni fa arrivava su Fox una serie un po' misteriosa intitolata Boris. Non una serie normale, ma la "fuori serie italiana" come veniva pubblicizzata all'epoca, un irriverente e divertentissimo dietro le quinte di un finto set televisivo in cui il regista Renè Ferretti coadiuvato da un numero di improbabili e poco professionali personaggi sta girando Gli occhi del cuore 2, ovvero una terribile fiction ovviamente altrettanto fittizia ma, ahinoi, non troppo lontana da tanta robaccia che è passata realmente sui canali televisivi nostrani.

Che la serie ideata da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo sia diventata nei due lustri un vero cult non ve lo dobbiamo dire noi, lo dimostrano i tanti tormentoni che ancora oggi popolano il web e le conversazioni di tutti noi ("Dai! Dai! Dai!"), lo dimostra il film sul grande schermo che è seguito qualche anno dopo e soprattutto le tantissime e prestigiose comparsate (da Corrado Guzzanti a Filippo Timi, da Laura Morante a Roberto Herlitzka) che si sono unite ad un cast già perfetto di suo capitanato da uno strepitoso Francesco Pannofino.

Caterina Guzzanti, Pietro Sermonti, Francesco Pannofino, Alessandro Tiberi e Paolo Calabresi in una foto promozionale della serie TV Boris

La vera forza di Boris però non è stata mai soltanto nella risata o nello sfottò estemporaneo, ma nella sua natura satirica e graffiante che ha portato alla luce non solo tutti gli stereotipi che già conoscevamo sul mondo della TV ma anche alcune tendenze che magari qualche anno fa erano più o meno nascoste ma che invece con il passare del tempo si sono rivelate sempre più evidenti. No, Boris non ha predetto il futuro, ma certamente i suoi autori sono stati in grado di rilevare come poche altri in Italia alcune caratteristiche non solo del cinema e della TV nostrana, ma di un intero paese. Se non ci credete continuate a leggere e nel frattempo... "MUTI! DOVESTE STARE MUTI"

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Mamma mia la monnezza che ho fatto!

Se c'è una cosa importante che questo show ci ha insegnato è l'assoluta consapevolezza da parte di tutti i partecipanti - e quindi anche di attori come Pietro Sermonti che in TV ci lavoravano da anni - che quello che normalmente passa sul piccolo schermo italiano è merda. Nessuno qui ci gira intorno, ma anzi fin dal primissimo episodio ci viene subito fatto capire che il fare le cose "a cazzo di cane" è una scelta ben precisa, così come quella della fotografia che deve far schifo, perché semplicemente "non deve essere più bella di quella della pubblicità, sennò la gente cambia canale". Episodi come quelli incentrati su la cagna maledetta Corinna (celebre la sua difficoltà nel pronunciare correttamente la parola gioielliere) o ancor di più quelle relative al Conte o al Nonno Joe, ovvero al contrasto tra attori seri (di teatro) e quelli della fiction, mostrano in modo diretto e forse anche troppo cattivo alcune grandi verità su prodotti che però ancora oggi continuano ad essere amati e molto seguiti dal grande pubblico.

In questo senso il dialogo forse più illuminante e anche più spietato arriva verso la fine della terza ed ultima stagione:

"In Italia una fiction diversa, oggi, non solo non è possibile, ma non è neanche augurabile. Non la vuole nessuno una fiction diversa".
"Ma è pazzesco..."
"Ma tu ti rendi conto cosa succederebbe se veramente qualcuno facesse una fiction più moderna? Ben scritta, ben recitata, ben girata. Ma tutto un intero sistema industriale, ma fondamentale per il nostro paese, di colpo così da un giorno all'altro, dovrebbe chiudere! Caput! Ma la domanda è un'altra: perché rivoluzionare un sistema che funziona già?"
"Per il pubblico!"
"Bravo! Ma la fiction un suo pubblico ce l'ha già!"

E infatti, sempre nel finale, la serie ci saluta con altre perle del tipo "Occhi del cuore è come il Colosseo: vecchio, decrepito, i piccioni ci defecano sopra, ma lui sta sempre lì e lo guardano tutti" e "perché a noi la qualità c'ha rotto er cazzo! Perché un'altra televisione diversa, è impossibile! Viva la merda!".

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La qualità c'ha rotto il cazzo

Pietro Sermonti in una scena di Boris 3

Il punto è proprio questo, al grande pubblico italiano il cinema e la televisione d'autore hanno stufato. Hanno stufato senza che l'abbiano mai veramente vista in realtà, ma probabilmente solo perché decenni di chiacchiere su Fellini, Antonioni, Visconti etc etc hanno portato a una sorta di rigetto atavico che ha consegnato alle nuove generazioni le commedie pecorecce prima, i cinepanettoni poi ed infine il mare magnum delle fiction. Si potrebbe obiettare che mai come negli ultimi anni sia i film che le serie italiane stiano vivendo un periodo felice di rinascita, ma se i numeri delle fiction continuano a non diminuire mai, ma anzi aumentano progressivamente e mai proporzionalmente alla crescita della qualità del prodotto, vuol dire che uno spostamento del pubblico non è mai avvenuto e che chi guarda oggi i vari Gomorra - La Serie o The Young Pope non è certo chi guarda i prodotti in stile Occhi del cuore.

D'altronde che la qualità avesse davvero rotto il cazzo, gli spettatori italiani da salotto ce l'hanno fatto capire a chiare lettere già quando La grande bellezza è arrivato in prima serata su Canale 5 quattro anni fa (e delle loro reazioni avevamo parlato approfonditamente in questo articolo), ma già prima lo stesso Boris aveva scherzato molto sul rapporto del pubblico con i nostri nuovi grandi autori quando - grazie ad una bellissima e lunga comparsata del regista napoletano premio Oscar che ha partecipato all'episodio 3x12, Nella rete - praticamente tutti sul set dimostrano profonda ignoranza nei confronti del suo lavoro, scambiandolo per Matteo Garrone (o addirittura Alan Sorrenti), citandogli scene di Gomorra o lasciandogli carta bianca per girare una scena di Occhi del cuore in modo svogliato e superficiale.

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Tutto molto divertente, se non fosse che sei mesi dopo la messa in onda di questa geniale puntata la stessa gaffe la fece anche l'allora Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi che, in diretta al programma Annozero, confuse ancora una volta i due grandi registi italiani e attribuì Gomorra a Sorrentino. La qualità quindi se non ha proprio rotto il cazzo, possiamo dire quantomeno che non paga. Sarà stato forse per questo che il buon Paolo ha deciso di seguire l'ironico consiglio di Boris il film, che iniziava con un'irriverente parodia intitolata Il giovane Ratzinger, dimostrando che anche da premesse da "fiction" può venirne fuori un gioiello d'autore come The Young Pope?

La piaga dei toscani

"Il vero grande merito di questa fiction è che non ci sono i toscani. Cioè nessuno che dice "La mi' mamma", "Passami la 'arne" "La 'arta". Perché con quella C aspirata e quel senso dell'umorismo da quattro soldi i Toscani hanno devastato questo paese"

Valentina Lodovini e Pietro Sermonti in una scena di Boris 3

Amici toscani non prendetevela, Stanis La Rochelle dixit. Ma a quanto pare anche qui Boris ha fatto scuola, perché in questi ultimi dieci anni sono tornati alla ribalta, sia al cinema che in TV, i dialetti romani e napoletani in primis, così come una maggiore genuinità e veracità dei personaggi e degli ambienti raccontati. Ovviamente tutto questo avviene maggiormente (e con risultati infinitamente superiori) nei prodotti di qualità e d'autore, ma la tendenza è chiara e i simpatici toscani si sono dovuti fare un po' da parte. Se sia davvero un bene è tutto da vedere, d'altronde dare ascolto a Stanis a noi non è mai sembrata una buona idea, eppure a quanto pare c'è chi lo fa sul serio.

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Siamo troppo italiani

Una foto del cast di Boris 3 con Paolo Calabresi, Alessandro Tiberi, Caterina Guzzanti, Antonio Catania, Ninni Bruschetta, Pietro Sermonti e Francesco Pannofino

Sempre a proposito di Stanis, per esempio, sappiamo tutti che il suo cavallo da battaglia è la critica alla troppa italianità di tutti noi, a volte perfino di insospettabili: "Però, scusa ti posso dire una cosa adesso, che rimanga tra di noi! Io ho la sensazione che ultimamente Shakespeare... sia un po' troppo... come dire... un po' troppo italiano." Al netto delle ovvie contraddizioni e idiozie del personaggio, è difficile però non ammettere che un qualche senso questa critica ce l'ha perché spesso il cinema nostrano, e ancora di più la TV, è stato molto provinciale e raramente in grado di guardare oltre i nostri confini. Anche qui le cose per fortuna sembrano essere un po' cambiate: dal punto di vista seriale si è guardato spesso all'estero per format che funzionassero e che fossero adattabili (vedi In Treatment) e d'altronde i nostri più grandi successi televisivi hanno avuto e stanno avendo grande successo in tutto il mondo non solo perché si ispirano a grandi show USA (vedi Gomorra e i paragoni con The Wire e I Soprano) ma anche perché hanno potuto contare (vedi The Young Pope) su un cast internazionale e sulla collaborazione di grandi produzioni come HBO e Canal+.

Francesco Pannofino in una scena di Boris 3

Stessa cosa anche per il cinema italiano degli ultimi anni: Sorrentino e Garrone (e lo stesso ha appena fatto anche Paolo Virzì), ma anche i giovani Fabio Guaglione e Fabio Resinaro per Mine, hanno lavorato in America o comunque con attori americani, ma anche senza arrivare a questi estremi è bene notare come successi quali Veloce come il vento o Lo chiamavano Jeeg Robot prendono una chiara ispirazione da saghe di successo made in USA.

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Serve un qualche cazzo di futuro!

Che dite quindi di trovare un incarico importante per Stanis e farci guidare verso una nuova era del cinema italiano? E perché, a questo punto, non portarlo anche in politica e affidargli le redini di questo paese? Tanto, diciamoci la verità, peggio di come stiamo ora non può andare, le alternative non è che siano poi tanto differenti dal nostro (peggior) attore di fiction preferito e forse la sua coerenza sarebbe comunque meglio di quello che abbiamo avuto negli ultimi decenni e che abbiamo ancora oggi. Ma anche in questo caso Boris, da vera "fuori serie", aveva capito e anticipato già tutto affidandosi alle parole (diciamolo pure, immortali) di Valerio Aprea, uno dei tre sceneggiatori "fittizi" dello show, i personaggi più politici di tutta la serie:

Renè, la locura. La pazzia, che cazzo Renè, la cerveza, la tradizione, o merda, come la chiami tu, ma con una bella spruzzata di pazzia: il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillette. In una parola: Platinette; perché Platinette, hai capito, ci assolve da tutti i nostri mali, da tutte le nostre malefatte... Sono cattolico, ma sono giovane e vitale perché mi divertono le minchiate del sabato sera. È vero o no? Ci fa sentire la coscienza a posto Platinette, questa è l'Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c'è la morte! È questo che devi fare tu: Occhi del cuore sì, ma con le sue pappardelle, con le sue tirate contro la droga, contro l'aborto ma con una strana, colorata, luccicante frociaggine. Smaliziata e allegra come una cazzo di lambada. È la locura Renè, è la cazzo di locura. Se l'acchiappi hai vinto.

In troppi l'hanno acchiappata in questi anni e tutti, infatti, hanno vinto. A perdere siamo stati solo noi, come spettatori e come cittadini. Però, nel compenso, abbiamo ricevuto in regalo una serie come Boris e forse non è poco.

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