Alien 3

1992, Fantascienza

Alien 3: il capitolo “maledetto” della saga, 25 anni dopo

È passato un quarto di secolo dall'uscita della controversa opera prima di David Fincher, un sequel inevitabilmente compromesso ma anche un prodotto affascinante, dotato di certe qualità che lo rendono un episodio degno del franchise creato da Ridley Scott.

Il regista David Fincher posa in una foto promozionale di Millennium - Uomini che odiano le donne

Il 22 maggio 1992 è una data che per David Fincher è forse, ancora oggi, associata a delusioni e frustrazioni, a un inizio di carriera che ha rischiato di esserne anche il tramonto. Quel giorno è uscito nelle sale americane Alien 3, che oltre ad avere l'onere di dover reggere il confronto con Alien e Aliens - Scontro finale era anche la prima regia cinematografica di colui che successivamente ci ha regalato Seven, Fight Club e The Social Network. Un'opera prima segnata da un conflitto talmente distruttivo tra regista e alte sfere hollywoodiane che Fincher, estromesso dalla post-produzione, ha giurato di non girare mai più un film senza avere diritto al final cut e sostanzialmente disconosciuto il suo esordio, di cui si è limitato a dire in alcune occasioni "Nessuno lo odia più di me". Ma il suo coinvolgimento è solo uno dei tanti ingredienti di una produzione travagliata e complessa, a partire dalla quale si potrebbe quasi trarre un lungometraggio o una miniserie televisiva.

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David Fincher sul set di Alien 3

Tertium non datur?

La 20th Century Fox avrebbe voluto realizzare un terzo episodio praticamente subito, grazie al successo di Aliens, ma i produttori David Giler e Walter Hill erano scettici al riguardo poiché non volevano semplicemente riciclare quanto visto nei primi due film. Un'altra incognita era la partecipazione di Sigourney Weaver, insoddisfatta con la Fox per via della rimozione di scene legate al passato di Ripley, e difatti l'attrice in una prima fase della lavorazione, quando si pensò di girare il terzo e quarto film consecutivamente, accettò di apparire in un ruolo minore, cedendo le luci della ribalta a Michael Biehn e al suo caporale Hicks. In questa sede la trama doveva avere a che fare con la Weyland-Yutani, approfondendo l'interesse del colosso industriale per l'uso militare degli xenomorfi.

Il regista Renny Harlin e John Cena sul set del film 12 Rounds

Dopo un primo tentativo fallito di far tornare all'ovile Ridley Scott, si optò per il regista finlandese Renny Harlin, mentre la sceneggiatura passò tra le mani del romanziere William Gibson (la cui partecipazione fu danneggiata da uno sciopero del Writers Guild of America nel 1988), di Eric Red e infine David Twohy (successivamente autore di Pitch Black). Quest'ultimo concepì l'idea del pianeta carcerario usato nella versione finale, ed ebbe il compito di reintegrare Ripley nella trama dopo un accordo tra la Fox e Weaver (la quale insistette su alcuni aspetti, tra cui l'uso di Giler e Hill per la stesura finale del copione e - vera conditio sine qua non per l'attrice - la morte di Ripley alla fine del film).

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Vincent and the Alien

Aliens - Scontro finale: Sigourney Weaver in un momento del film

Dopo la rinuncia di Harlin, frustrato dai continui ritardi, la regia fu offerta al neozelandese Vincent Ward. Egli scartò le sceneggiature esistenti e ripartì da zero, proponendo una storia ambientato su un pianeta fatto interamente di legno e abitato da monaci. Questa versione del film introdusse vari elementi importanti, tra cui la componente religiosa e il sacrificio finale di Ripley, ma presentava due grossi problemi a livello produttivo: Giler e Hill nutrivano dei dubbi sulla plausibilità scientifica e logica del pianeta di legno, mentre la Fox riteneva che Ward avesse un'ottica troppo poco mainstream rispetto all'operato di Scott e James Cameron. Il regista, dal canto suo, non la prese troppo bene quando gli furono proposte diverse modifiche, e fu allontanato dal progetto.

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Alien 3, una foto del film

E alla fine (?) arriva Fincher...

Hitchcock/Truffaut: David Fincher in un'immagine del documentario

All'epoca dell'ingaggio il neo-cineasta aveva all'attivo solo dei videoclip e spot pubblicitari, elemento che forse, agli occhi della Fox, lo rese più facilmente controllabile, impressione poi smentita dallo stesso Fincher, costretto ad iniziare le riprese senza che la sceneggiatura - un ibrido delle idee migliori contenute nelle precedenti versioni - fosse finita. Questo peggiorò notevolmente l'atmosfera sul set, così come le difficoltà tecniche legate alle modifiche proposte per il design della creatura aliena e, più in generale, la patina eccessivamente dark derivata dalla visione del cineasta. Particolarmente controversa fu la decisione di uccidere Hicks e Newt, sopravvissuti al termine del secondo film. Insieme ai fan si lamentarono anche James Cameron e Michael Biehn (il quale, per l'uso della sua immagine in un paio di sequenze, ottenne un compenso maggiore a quello ricevuto per Aliens). Destò qualche perplessità anche il finale, che nella versione cinematografica fu ritoccato digitalmente - aggiungendo la regina aliena che fuoriesce dal corpo di Ripley - per evitare che assomigliasse troppo alla morte del T-800 in Terminator 2 - il giorno del giudizio.

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Assemblaggio "d'autore"

Aliens: Sigourney Weaver e Michael Biehn

Per vedere il cut di Fincher - o meglio, un'approssimazione di esso, poiché il regista rifiuta tuttora di partecipare alle riedizioni del film in home video - è stato necessario aspettare il 2003, con l'uscita del cofanetto DVD Alien Quadrilogy e il debutto del cosiddetto Assembly Cut, basato sulle preferenze di Fincher ma pur sempre con del materiale mancante (in particolare l'autopsia di Newt, ritenuta troppo stomachevole anche da chi ci ha lavorato). Un "restauro" incompleto anche a livello tecnico, poiché le sequenze reintegrate erano di qualità inferiore sul piano visivo e sonoro (fu necessario aspettare l'edizione Blu-ray del 2010 perché il film fosse uniformemente "aggiustato"), e i dissapori tra Fincher e la Fox erano ancora sufficientemente scomodi da essere quasi completamente omessi nel making of, dove la presenza del regista si limita a audio d'archivio nel prologo (mentre i problemi avuti con Harlin e Ward vengono evocati senza censure dai diretti interessati).

Sigourney Weaver nel film Alien: La clonazione

Quel montaggio rimane comunque un prodotto affascinante, nonostante l'assenza del cineasta, e (ri)visto oggi risulta evidente quanto Alien 3 sia il capitolo più audace e irriverente della saga, quello più puramente horror anche nella sua sottile aderenza alle regole di genere: Ripley, rappresentata come una virginale final girl nei primi due episodi (pur avendo una figlia), in questa occasione va a letto con un uomo, rendendo cinematograficamente inevitabile la propria morte.

Un film che, fedele alla poetica successiva del suo regista, trasuda morte e cinismo dalla prima all'ultima inquadratura, giustificando forse la deriva più comicamente grottesca nel quarto capitolo, Alien: La clonazione (anch'esso successivamente criticato e/o disconosciuto dai propri realizzatori). E nella sua forma ufficiale è, in modo sottilmente perverso, quasi un sacrificio accettabile, considerando che dalle sue ceneri è nato l'approccio senza compromessi con cui Fincher ha realizzato ogni film successivo, rendendo Alien 3 una tappa fondamentale del suo percorso artistico. Anche per questo motivo è difficile rimanere troppo dispiaciuti dopo aver appreso che il sequel alternativo a firma di Neill Blomkamp, che avrebbe fatto finta che il terzo e quarto film non siano mai esistiti, molto probabilmente non vedrà mai la luce del giorno. Il terzo Alien esiste, e nel bene e nel male vale la pena esserne grati.

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