Come un duello all'ultimo sangue nel selvaggio West: c'è stato un momento in cui John Wayne pensava che Clint Eastwood avesse travisato la colonizzazione del West americano e si è accanito contro di lui, scrivendogli una lettera accesa. Ecco cosa ha scritto.
John Wayne e il suo West ideale
Tra la fine degli anni '30 e gli anni '60, il volto del western hollywoodiano era indiscutibilmente quello di John Wayne. Certo, c'erano attori del calibro di James Stewart, Gary Cooper e Henry Fonda che brillavano nel genere, ma tutti loro, a un certo punto, cercarono di esplorare altri orizzonti cinematografici. Wayne, invece, rimase saldo nella sua dimensione, incarnando cowboy duri e puri, uomini forgiati dal fuoco della frontiera.
Seppur disposto a interpretare personaggi complessi - basti pensare a Il Fiume Rosso o Sentieri Selvaggi - il Duca non avrebbe mai accettato ruoli ambigui come quello di Scottie Ferguson in La donna che visse due volte, né si sarebbe lasciato manipolare da una femme fatale alla Barbara Stanwyck in La fiamma del peccato. Quando voleva sperimentare, girava film di guerra; quando provava a uscire dalla sua comfort zone, come con Il conquistatore, il risultato era disastroso.

Per oltre vent'anni, Wayne fu il simbolo indiscusso del western, e con l'età sviluppò un senso di appartenenza quasi personale al genere. Conservatore convinto e fiero patriota (almeno a parole, visto che evitò il servizio militare durante la Seconda Guerra Mondiale, al contrario di Stewart e Fonda), Wayne vedeva il suo cowboy come un pilastro dell'ideale americano. Ecco perché quando il western cambiò rotta negli anni '60, con l'avvento degli spaghetti western e la nascita di anti-eroi più cinici e violenti, Wayne si trovò a disagio. Il genere che aveva contribuito a plasmare stava diventando più cupo, meno glorioso e più disilluso. Tanto che, quando Clint Eastwood girò Lo straniero senza nome nel 1973, il Duca non riuscì a trattenere la sua indignazione e gli scrisse una lettera.
In un'intervista del 1992 rilasciata al critico del Los Angeles Times Kenneth Turan, Eastwood rivelò che Wayne lo aveva contattato direttamente per esprimere il suo sdegno nei confronti del film. Nella lettera, Wayne scrisse: "Quello non è il West. Quella non è l'America che ha costruito questo Paese." Eastwood, di fronte a questa critica, rispose con pragmatismo: "Mi resi conto che eravamo di due generazioni diverse e che lui non avrebbe mai potuto comprendere quello che stavo facendo. Lo straniero senza nome era una favola, non aveva nulla a che vedere con il realismo della frontiera."
Il West non era solo fatto di pionieri eroici e valori incrollabili, ma anche di inganni, soprusi e violenze. Episodi come il massacro di Mountain Meadows nel 1857 ne sono una dimostrazione. Eppure, figure come Wayne, consapevoli della forza del cinema nel forgiare l'immaginario collettivo, volevano preservare una versione più eroica e leggendaria della Storia. Fortunatamente, con l'arrivo di registi come Sergio Leone e Sam Peckinpah, il western iniziò a raccontare anche il lato più oscuro e meno mitizzato della conquista della frontiera. Se John Wayne ci ha regalato alcuni dei più grandi classici del genere, è grazie a cineasti come Eastwood che abbiamo potuto scoprire anche l'altra faccia della medaglia: quella dove il West non era solo polvere e gloria, ma anche ombre e sangue.