John Hughes, l'eredità e le citazioni dei suoi film in rosa e nerd

A 10 anni dalla morte di John Hughes, ricordiamo il grande cantore dell'adolescenza: come è cambiato oggi il teen movie e quale eredità ci ha lasciato il regista?

APPROFONDIMENTO di 06/08/2019
Una foto del regista John Hughes
Una foto del regista John Hughes

Il 6 agosto 2009 ci lasciava John Hughes. Regista, ma soprattutto sceneggiatore, che ha raccontato al mondo "la generazione perduta", quella dei figli dello yuppismo, quella della metà degli anni Novanta, con i vestiti brutti ma firmati, l'aria sicura e il terrore nel cuore. Un grandissimo autore, la cui memoria però potrebbe perdersi, come lacrime nella pioggia, se ancora una generazione disattenta non raccoglierà la preziosa eredità che ci ha lasciato, seppure mai come ora i riferimenti al suo cinema si fanno frequenti. Ci siamo chiesti cosa resta di lui, della sua memoria... quale è il suo lascito, a 10 anni esatti dalla sua morte. Lui che ai quarantenni di oggi, ragazzi di allora, ha preso la mano e ha detto che sarebbero usciti da quell'inferno chiamato adolescenza. Che, in qualche modo, sarebbe andato tutto bene.

Le citazioni da John Hughes: Stranger Things e gli altri

Oggi non si può parlare di adolescenza senza le obbligatorie citazioni ai film di John Hughes. In particolare quelli degli anni '80, da Un compleanno da ricordare - Sixteen Candles a Un meraviglioso batticuore, passando per i tre capisaldi: Una pazza giornata di vacanza, Breakfast Club e Bella in rosa. Con una parentesi più adulta che trova forma nell'indimenticabile Un biglietto in due. Anche se Hughes viene ricordato agli inizi per National Lampoons e successivamente per Mamma, ho perso l'aereo, è con i suoi film degli Eighties che si afferma la sua cifra.

Bella in rosa: Molly Ringwald e Jon Cryer in una scena
Bella in rosa: Molly Ringwald e Jon Cryer in una scena

Da moltissismo tempo viene citato ovunque, senza che i più se ne accorgano. Dal fumettista spagnolo underground Miguel Angel Martin che intitola il suo gioiello Brian the Brain come il personaggio in Breakfast Club, passando per gli evidenti omaggi di Matt Groening. Lui che chiama il suo personaggio più sboccato Bender in Futurama e che mette in bocca a Bart Simpson la tipica frase "Eat my shorts", sputata in faccia a Vernon proprio da John Bender. Lui che costruisce il rapporto tra Bart e Skinner rifacendosi a quello tra Ferris e il preside Rooney. Sarebbero innumerevoli le citazioni che si sono susseguite nel corso degli anni, dalla scena nella doccia in Easy Girl alla dichiarazione d'amore di Olive al cinema di Hughes nel medesimo film, alla scena dopo i titoli di Deadpool, solo per citare le più smaccate. In Stranger Things ogni riferimento è stato ammesso e dichiarato. Ormai se si confeziona un prodotto per teenager, si nomina John Hughes. Non sempre a proposito, a volerla dire tutta. Come se fosse una sorta di bollino blu, una garanzia di autenticità. Ma è proprio quella che viene a mancare, oggi, l'autenticità. Perché se Hughes ha lasciato una corposa eredità, con un gioco tutto da completare da parte di un degno erede come in Ready Player One, questa eredità non sembra averla raccolta ancora nessuno.

Un regista da ricordare: I 5 film migliori di John Hughes

Un'immagine promozionale di The Brakfast Club
Un'immagine promozionale di The Brakfast Club

John Hughes: Il Caronte in quello Stige chiamato adolescenza

I teen movie oggi sono quasi tutti i cinecomics. E molti altri titoli di vario genere. Gli horror che un tempo si sarebbero definiti "di cassetta" lo sono quasi tutti. In pratica, il teen movie si rivolge agli adolescenti, ma raramente parla di loro. Molto più complicati capirli, i ragazzi, molto più semplice vender loro qualcosa. Soprattutto se stereotipato e omologato a seguito di una ricerca di mercato. Che porterà alla fruizione ancora più omologata e a un circolo virtuoso solo per la cassa. John Hughes invece agli adolescenti parlava. La sua cifra registica era semplice, fatta per lo più di dialoghi, campi e controcampi, primi piani. Anche se poi, quando costruiva un'inquadratura, era tutt'altro che banale.

Si pensi soltanto alla scena madre in Breakfast Club, quella delle confessioni degna di Orwell. Brian, Ally e Andrew siedono accovacciati sul fondo, mentre Claire e John fanno come da quinte laterali a questa lunga scena. Le gambe distese, lunghe e rivolte l'uno verso l'altra, come a voler preannunciare ciò che accadrà dopo. Sono le relazioni umane a interessare a John Hughes, come le persone si interfacciano tra loro, quali dinamiche sono costrette a instaurare per gli obblighi sociali e quali invece vorrebbero. Non a caso, il suo script più maturo, Bella in rosa, è una apoteosi delle divergenze generazionali e sociali, con un unico personaggio che si ribella a tutto questo nella maniera più dolce e perseverante possibile. Hughes era interessato alla necessità di relazionarsi, in una realtà che era sempre più di facciata, che era apparire, comunicare, appartenere a un gruppo. Era il traghettatore che ci ha condotti tutti, maschi o femmine che fossimo, attraverso l'inferno che era ed è l'adolescenza. Oggi tutto questo è arrivato al parossismo, e la possibilità di relazionarsi è tanto più negata quanto più aumentano i mezzi che dovrebbero semplificare la comunicazione. E il cinema per adolescenti come risponde a tutto questo?

Una pazza giornata di vacanza: Matthew Broderick, Mia Sara ed Alan Ruck in una scena
Una pazza giornata di vacanza: Matthew Broderick, Mia Sara ed Alan Ruck in una scena

Don't you forget about me: il teen movie odierno e John Hughes

Mostri, giovani adulti in grado di compiere qualunque cosa, per lo più nichilisti e affatto sperduti. Ecco come i rari film per teenager descrivono oggi gli adolescenti. Un massa informe di cui avere paura, mono-pensante e mono-agente. Dai tempi di Schegge di follia non si realizza uno spaccato adolescenziale differenziato. E a parte un horror che promette di essere la versione spaventosa di Breakfast Club (la condizione di quei ragazzi non spaventa già abbastanza?), per il resto, come dicevamo, l'eredità di John Hughes giace ancora in attesa di essere raccolta. Ciò che faceva il caro John era ascoltare. Non guardare da lontano, ma mescolarsi a quei ragazzi con un occhio critico e mai giudicante. Comprenderli profondamente, star loro accanto, al contrario dei loro genitori, tutti troppo presi dall'accumulo di un arrivismo che era la necessità primaria di ognuno. E per la prima volta i ragazzi erano senza punti di riferimento. Nei Novanta e nei primi Duemila un'ondata di idealismo ha dato una parvenza di direzione al mondo, seppur in modo lamentoso e decadente. Oggi siamo nuovamente al nichilismo, all'apparire anziché essere, ai sorrisi ipertrofici sui social che troppo e male raccontano una realtà surrogata, ricreata in laboratorio, dal sapore rassicurante ma sempre uguale. Stiamo producendo un'altra generazione perduta: chissà chi ne sarà il cantore. Nel frattempo, i modelli di Hughes - il cervello, la fuori di testa, la principessa, l'atleta e il criminale - sono talmente universali che dovremmo mostrarglieli.